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lunedì 30 dicembre 2019

C come cura العلاج





Correva l'anno 2005 ed era il ponte di Ognissanti. Ero a Berlino, con la persona che avrei voluto sposare, insieme ad un gruppone di amici molto eterogenei: giovani coppie come noi, qualche sacerdote e coppie sposate di mezza età. Tra progetti di case al mare e di una nuova vita insieme lontano da Roma, l'aria gelida Tedesca tra il Reichstag, i resti del muro e Alexanderplatz  rendeva tutto così sospeso in una dimensione di eternità.  Giorni stupendi, intrisi di Arte e Storia, lunghissime passeggiate e lunghissime chiacchierate. Ricordo le interminabili camminate io e il mio bello per i larghi viali Berlinesi, lo stupore per l'altare di Pergamo, il calore di un hot dog mangiato in fretta per non disperderne la temperatura e il check point di Charlie.  In uno dei rarissimi momenti insieme agli altri all'uscita di una birreria dopo un momento conviviale, un sacerdote attempato mi prese da parte e così, dal nulla, per strada afferrandomi per il braccio inizio' a camminare verso il nostro ostello iniziando tutto un discorso che giudicai un pochino sconnesso sulla cura. 
Pensai che magari con il freddo e le gambe malferme avesse bisogno di una scusa per appoggiarsi a qualcuno e gli diedi spago, così come facevo con la mia nonna quando voleva passeggiare e farsi una chiacchierata. A volte basta proprio poco per far felice un anziano. E un anziano felice ti dà le perle migliori. 
"Ricordati: la cura è tutto. La cura è riuscire a prevenire ciò di cui ha bisogno chi ti sta davanti e darglielo senza che te lo chieda. Solo con la cura e con l'ascolto del prossimo la società potrà cambiare. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, la società è destinata a crollare, a fallire. In quanto donna poi, sei chiamata particolarmente a prenderti cura dei tuoi figli, e se non ne avrai, avrai sempre qualcuno di cui prenderti cura".
Sono passati anni, ma quelle parole riecheggiano continuamente nel mio cuore. 
Prendersi cura di qualcuno è il rimedio dei mali dell'anima. Il prendersi cura è fornire all'anima quelle medicine che sono necessarie per avere ristoro e sollievo. Non a caso in arabo la radice della parola "cura" è la stessa della parola "rimedio", "terapia" e "medicina". 
Prendersi cura di chi ci sta vicino è una vera e propria arte. 
E' un riuscire ad anticipare bisogni e necessità di chi ti sta accanto, elargendo il necessario senza che venga chiesto.
E' un esercizio costante di empatia. 
E', a volte, superare noi stessi e morire al nostro Ego per strappare un sorriso. 
Prenderci cura è strappare alla morte. Riportare le menti che errano in cosmi di paure ed angosce alla realtà. Proprio come insegna Battiato nella sua canzone del secolo. 



Dopo la persona di Berlino, che si è rivelata più fredda delle temperature Tedesche, ho avuto la grazia inaspettata di incontrare chi, nel corso degli anni, ha avuto costanza, umiltà e pazienza di imparare a curarmi dalle mie ossessioni, dalle mie manie, a proteggermi dalle mie ipocondrie e paure. Spero un giorno di guarire. Non perché io sia un essere speciale. Speciale è la cura di chi ti sta accanto. 
Una cura silenziosa e costante, ricamata punto dopo punto da infiniti gesti di gentilezza discreta. Speciale è chi ti sta accanto, se riesce a cogliere i campanelli di allarme e andare oltre. 

Speciale è chi riesce ad andare oltre il tuo sorriso che nasconde un cuore lacerato. 
Speciale è chi riesce a cogliere dietro quel "tutto bene" o "sono stanco" una richiesta di aiuto.  A volte siamo talmente malati che non riusciamo nemmeno a richiedere aiuto e lanciamo improbabili campanelli di allarme nella speranza che qualcuno si prenda cura di noi e spesso basta una piccola frase, una piccola parola che può essere balsamo per l'anima. 
Ricordo una mia carissima compagna di Università, che distingueva tutte le mie sfumature di riposta alla domanda "Come stai"?
Quando ci incontravamo davanti alla Minerva, se la mia risposta "tutto bene" era soddisfacente, mi prendeva per un orecchio e "visto che stiamo bene basta cavoleggiare e andiamo a studiare che c'abbiamo l'esame".
Se non era soddisfatta, mi guardava dritta negli occhi e sorridendo mi diceva dolcemente "sei poco credibile. Chi vuoi far fessa, andiamo a farci un caffè che poi studiamo meglio". 
Se poi rispondevo "Sono stanca" era la fine. Erano abbracci e lacrime in quanto mi vivisezionava talmente bene che non riuscivo a nascondergli nulla. Ha in qualche modo anticipato questo splendido video di Terenzio Traisci. 





Troppo spesso si sottovaluta la potenza di un tocco, di un sorriso, di una parola gentile, di un orecchio in ascolto, di un complimento sincero, o del più piccolo atto di cura, che hanno il potenziale per trasformare una vita.

Leo Buscaglia 


Una cura efficace non ammette improvvisazioni o superficialità. Ci deve essere una profonda conoscenza di chi ci sta accanto.  Nel sacro dizionario  arabo per radici che amo spulciare in quanto ricchissimo di spunti di riflessione, la radice di "cura" ( علج ) è la stessa di "esaminare", "studiare", "restaurare". Non ci può essere cura senza relazione e senza profonda conoscenza dell'altro. Se non costruiamo una relazione efficace, profonda e sincera, la cura non può essere vera cura. Si avvicina ad un interesse sporadico che lascia il tempo che trova. Positivo senz'altro, ma solo per una visione a breve termine, una sterile filantropia che magari può farci sentirci sul momento buoni e bravi. Il prendersi cura è altro. 
E' ricucire ferite come un chirurgo.
E' un restaurare un monumento stupendo rovinato dal tempo e dal dolore. I restauratori devono amare il loro monumento. 
Devono vedere la sua potenziale bellezza e fare di tutto per arrivarci.
Devo impiegarci tempo, energie, passione, così come il Piccolo Principe con la sua rosa. 



Cura ed amore sono due facce della stessa medaglia. Non possiamo prenderci cura di qualcuno se non lo amiamo. Non possiamo dire di amare qualcuno senza prenderci cura di lui. 
Le mamme sanno benissimo quale rimedio è il più efficace per i loro bimbi, perché li conoscono  a menadito. Sanno quando un mal di pancia è dovuto ad un capriccio o a una caramella mangiata di nascosto e si regolano di conseguenza. Da piccola pensavo che mia mamma avesse i superpoteri ed ero veramente stupita di come avesse un rimedio per tutto. 
Da dove cominciare in un'impresa così ardua e impegnativa? 
Iniziamo da noi stessi. Dal fortificare il nostro cuore, dal volerci bene. Chi fa mestieri di cura degli altri, come docenti, medici, infermieri, psicologi, educatori, sa benissimo quanto sia importante prevenire l'esaurimento emotivo per poter conciliare quelle che sono esigenze professionali e volontà di dare un valore aggiunto al proprio lavoro. 
Non sempre le buone intenzioni sono sufficienti. Pensiamo ad esempio ai professori. 
Il docente non è un missionario o un martire. Può però impegnarsi a svolgere il proprio lavoro in un'ottica diversa, in un'ottica di cura, che tra l'altro favorirà lo sviluppo di un miglior ambiente di apprendimento. Il docente (o qualsiasi altro professionista che si relaziona con gli altri), ha il diritto e il dovere di entrare in una classe sereno e sorridente. 
Certo il sistema non aiuta, anzi esaspera situazioni già di per se delicate. Allora non rimane che iniziare ad imparare a prenderci prima cura di noi stessi, proprio come faremmo con gli altri, con la stessa cura ed empatia, cercando di cogliere i segnali di stop del nostro corpo (invece di ignorarli ed andare avanti),  incrementando la conoscenza di noi stessi, delle nostre potenzialità da sviluppare e dei nostri limiti da monitorare. 
Se collassiamo avremo ben poche possibilità di prenderci cura di qualcun'altro; se non ci amiamo, avremo ben poche possibilità di dare amore, perché come il vino in un'otre squarciato, sarà perso in mille rivoli. 


Concludo con una splendida poesia di Alessandra Piccolo 

Prenditi cura di te 
Non avrai altro al mondo di così caro.
Massaggia le tue gambe stanche, la sera
sorprenditi sorridere tra le vetrine dei negozi nel via vai del giorno e saluta le tue mani, mentre lavorano nel dolore. 
Abbraccia le tue spalle almeno una volta al giorno, 
e tocca i tuoi capelli con l’affetto dell’unico padre.


Ama il tuo collo nascosto 
Adora i tuoi polsi agili.
Rispetta i tuoi piedi. 
Prenditi cura di te. 
Non avrai altro al mondo di così caro.

Nutri la tua mente 
lasciale molta corda per spiccare voli infiniti 

e poi riprendila per le quotidiane faccende sociali. 
Non dimenticare il suo enorme potenziale: onoralo. 
Fai molta esperienza ma fermati un momento prima di diventare superbo.


Sii audace senza metterti in pericolo 

Non avrai altro al mondo di così caro. 
Stai da solo ma conosci gli altri. 
Non pensare di essere il migliore 
ma non crederti mai ultimo, anche quando lo sei. 
Non giudicarti, analizzati. 
Non odiare nessuno, rende frustrati. 
Non disprezzare nessuno, rende ottusi.


Ogni cosa e persona e animale e pianta è un miracolo nell'universo caotico. 
Pensa in grande. 
Domanda perché. 
Prenditi il tempo per piangere 
e poi prenditi il tempo per fartela passare, ma fattela passare bene. 
Non dimenticare. 
E poi, cerca di amare il maggior numero di cose 
almeno quanto ami te stesso.

Rende liberi. 

A questo punto, mi rimane solo da saldare un debito di gratitudine. 

Desidero  infine ringraziare tutti quelli che si sono presi cura di me in questi anni. La lista è veramente lunga. Alcuni di essi hanno sfiorato solo un attimo la mia vita, ma con un loro semplice gesto l'hanno cambiata.
Ringrazio la mia famiglia, che nel bene e nel male ha sempre cercato di dare il meglio, ognuno con i propri limiti e i propri difetti.
Ringrazio tutti i fratelli e sorelle maggiori, che con cura e premura mi hanno indirizzato nei meandri della vita condividendo con me le loro esperienze.
Ringrazio la mia madrina, che si è presa cura di me nella fedeltà giornaliera nonostante la sfida del tempo e dello spazio.
Ringrazio i miei alunni speciali, che nella loro purezza mi hanno rincorso nei corridoi di scuola portandomi astucci, cellulari che dimenticavo in giro, chiuso la zip della mia borsa che lasciavo aperta,  ammonendomi mentre scendevo distrattamente  le scale con un " attenta che cadi" e prendendomi per mano e inchinandosi ai miei piedi se vedevano una mia scarpa slacciata. 
Ringrazio tutti i miei colleghi, di sostegno e curriculari, educatori ed assistenti specialistici che conoscendo le mie debolezze hanno sempre cercato di ridimensionare le mie paure. In certi mestieri solo uniti si vince.
Ringrazio chi, pur non conoscendomi ancora, nel supplire il mio posto a scuola quando stavo male, mi ha chiamato tutti i giorni per sapere sinceramente come stavo. Se la cura di chi ti ama è oro, quella disinteressata di chi non ti conosce non ha prezzo e poi la vita fa veramente ricami inaspettati. 
Ringrazio tutti gli specialisti che si prendono cura dei professionisti. 
In modo speciale, ringrazio il Dott. Vittorio Lodolo D' Oria che da anni si prende cura dei docenti (uno dei pochi se non l'unico) e Terenzio Traisci che con la sua comunicazione ironica ed efficace riesce a cogliere il segno. Di solito non consiglio libri che non ho letto, ma sul suo ci metto la mano sul fuoco. Già dal titolo. Sarà il primo del 2020 




Infine, "at last but not least" , ringrazio chi si è preso cura di me fin dall'eternità e insieme al salmista mi sento di implorare continuamente la sua cura paterna. 
"Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all'ombra delle tue ali"  Salmo 17 
Hayat Francesca Palumbo 

martedì 19 marzo 2019

O come onda...tra arte e tempeste









“C'è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano.” 
Seneca 

Iniziando a leggere "The Tempest" di Shakespeare ad una mia alunna, mi sono ritrovata a meditare sul ruolo delle onde nell'arte. Immagino così Prospero, il protagonista de "La Tempesta", che dall'isola in cui era esiliato scatena una tempesta dalle onde altissime contro la nave dei suoi usurpatori, come se le onde avessero il potere di mondare ingiustizie e  angherie subite. E come non riuscire a meravigliarci del potere distruttivo delle onde come nel film "La tempesta perfetta", in cui le onde mozzafiato inghiottono tutto e in cui non c'è nessuno scampo alla furia della natura? Onde dal ventre insaziabile che fagocitano inesorabilmente tutto ciò che incontrano con una voracità distruttiva che non lascia tregua, senza minimamente badare ai miseri sforzi umani.



Tornando ad una visione un po' più artistica e meno "distruttrice", affascinano le onde rappresentate da vari artisti: lineamenti sinuosi e spumeggianti  che si ergono verso il cielo costituendo morbide sagome perfette e si evolvono in spirali. Ci basti pensare ad Hiroshige ed Hokusai.
Su questa tela di Hiroshige le onde sembrano  danzare ed avvolgersi in spirali di acqua in un balletto di forme liquidi e celesti. E che dire della celeberrima onda di Hokusai che ci rispecchia un principio di spirale aurea?
In tutta la sua magnificenza si erge maestosa dominando lo spazio.
Non solo nel mare ma anche nel cielo. Onde che si avviluppano in nubi, stelle e vento, come quella di Van Gogh in cui il cielo stellato si fonde in vortici luminosi che sembrano rischiarare una notte dinamica che avanza come onde sulle spiaggia.
O le onde di nebbia nel celebre dipinto di Friedrich. E noi, viandanti nelle nostre tempeste, non possiamo fare altro che contemplare in una silenziosa rassegnazione i flutti del fato.

Tutti noi siamo quell'errante. Nella nostra vita inevitabilmente siamo presi da onde e maremoti. Onde che vanno e vengono.
Onde emozionali ed affettive. Le onde dell'anima che se da una parte ci portano a buio e sofferenza dall'altra fanno emergere in noi potenzialità insperate, riportandoci per un attimo alle vere priorità di vita.
Le onde rappresentano così i maremoti della nostra anima. Una sorta di proiezione naturale dei contorcimenti del nostro spirito e delle torsioni del nostro cuore. E improvvisamente tutto ciò si fonde nell'immensità del mare o si infrange sulla roccia in un attimo di quiete. Prima che il vento porti una nuova onda in un nuovo ciclo che se da una parte ci distrugge, dall'altra incrementa la nostra volontà di vivere.

Non solo quelle del mare: le onde in senso lato e " fisico" rappresentano una costante presente nelle nostra vita. Onde luminose ed elettromagnetiche riempiono costantemente le nostre giornate: dalla cucina agli ospedali, strumenti per noi comuni sfruttano onde per funzionare e per farci comunicare a distanza. Fenomeni naturali sia a livello microscopico che macroscopico si basano sulla propagazione di onde.
Le onde vibrano, suonano e risuonano, riscaldano, illuminano, analizzano. In un singolare paradosso, le onde danno la vita e la tolgono, curano ed ammalano.  Dai biofotoni risanatori di cellule ai terremoti che frantumano in un attimo. Devastano e radono al suolo intere città.
Possiamo solo riconoscerlo: siamo in balia di onde più grandi di noi.
Siamo piccoli piccoli davanti alla vita. Non possiamo far altro che non contrastare l'onda che ci sta piombando addosso ma cercare di diventare uno con essa, in un' ottica di totale ed incondizionata resilienza. D'altronde in caso di ciclone per salvarsi bisogna tuffarsi nel suo occhio in cui la velocità del vento è nulla. Così per le onde. Non si può far altro che lasciarsi andare nel flutti e li ricordarci la nostra vera essenza. Perché solo in balìa della tempesta possiamo capire ciò che siamo e ciò che amiamo



Hayat Francesca Palumbo

domenica 17 febbraio 2019




Probabilmente sono la persona meno indicata per scrivere una recensione di questo libro in quanto "inequivocabilmente" legata all'autore in uno strano rapporto che da 12 anni a questa parte, è partito da una forte intolleranza per arrivare al vincolo matrimoniale. 
Ricordo ancora con quando conobbi Dario Colusso. Un giovane adulto che si apprestava sulla via della maturità avendo passato i 30 anni. Si vedeva lontano un miglio che era un ingegnere. Non si trattava infatti del suo lavoro ma proprio della sua essenza: metodico, meticoloso, sguardo indagatore e penetrante, con la singolare capacità di carpire e usare a suo vantaggio ogni minimo segnale sfuggito inavvertitamente da uno sguardo o una parola.
Lo stesso sguardo è rimasto immutato dopo tanti anni, davanti alla scacchiera. Non particolarmente  "fluido" e "scafato" con le ragazze. Ricordo ancora quando mi avvicinò timidamente. Come un pavone, mi regalò un cumulo di fogli rilegati alla meno peggio spacciandoli per "libro scritto in gioventù".
Pensai ad un patetico, inopportuno, maldestro e soprattutto inutile tentativo di approccio in quanto allora, quel ragazzone con l'aria impacciata e perennemente sorridente in ogni circostanza, suscitava in me violenti sentimenti di irritazione. Solo per educazione presi "Il Cavallo Nero" che posi a decantare in un anonimo cassetto. Nei mesi successivi, conobbi un po' meglio Dario Colusso. Ebbi modo di apprezzare la sua strategia, la sua estrema perseveranza, la sua illimitata tenacia nel perseguire gli obiettivi. Dario Colusso riesce a vincere anche quando perde. Eventuali sconfitte, digerite molto faticosamente (basti osservare la mimica del volto), diventano in seguito per lui occasione di studio, in quanto ripercorre a mente fredda tutte le mosse meticolosamente annotate sul suo taccuino. Solo dopo aver capito i propri errori riesce a trovare sollievo e trarne vantaggio per la partita successiva. 
L'ingegner Colusso è capace di tenere per ore la concentrazione alta sugli scacchi, la stessa concentrazione che per anni conserva nei suoi obiettivi della vita. In questo modo ha vinto la sua più importante partita: quella con me. 

Uno scacco alla Regina che ha capitolato pubblicamente il 10 Maggio 2009, dopo esser stata vinta da quello che considerava un qualsiasi pedone. Ho così imparato che anche un pedone può fare scacco matto. 


"Il Cavallo Nero" è rimasto poi per anni in un cassetto. Presi dai primi anni di matrimonio e duramente provati per varie vicissitudini abbiamo ceduto al più grande peccato che possa commettere un essere umano: abbandonare le proprie passioni.
Un po' per mancanza di tempo, un po' perché presi dal turbinio della nuova vita, ci siamo dimenticati che le nostre passioni sono linfa vitale. Le nostre passioni sono il salvagente che permette di galleggiare nel mare della mediocrità e dell'uniformità. Le nostre passioni mantengono vivo il nostro intelletto. E il riprenderle ci rida' vita, come testimonia lo sguardo luminoso di Dario nel riprendere a giocare a scacchi. E così con la complicità di Paolo Gensabella come supporto tecnico,  grazie al professore Paolo Pavin conosciuto sui banchi di scuola e poi ritrovato dopo tanti anni, ed infine con il contributo del fratello Andrea Colusso che ha realizzato l'illustrazione di copertina è stato possibile far rivivere questa favola dissotterrandola dal cassetto. Uno scritto scorrevole, ambientato in un mondo fantastico, sospeso nel tempo che mi ricorda vagamente il Signore degli Anelli e le Cronache di Narnia, fluido nella narrazione ma nel contempo preciso nella spiegazione delle regole scacchistiche. Una metafora calzante dai messaggi morali importanti, come la ricerca di nuove strade per raggiungere la pace.
Gli scacchi non rappresentano così solo un semplice gioco di strategia ma una vero e proprio canale comunicativo, un linguaggio che permette di affrontare le questioni più spinose liberandole dalla coltre dell'impulsività. 

Un linguaggio universale, inclusivo che permette di comunicare tra persone diverse. Ho visto Dario Colusso giocare con persone anziane, con bambini, con scacchisti professionisti e della prima ora, bianchi, neri e gialli con la stessa immutata dedizione e passione. Più di una volta ho visto Dario conquistare il cuore di emarginati e persone che vivono situazioni problematiche semplicemente offrendosi di far una "partitina" e insegnar loro le regole degli scacchi. Ho visto bimbi sorridenti che magicamente rimangono incollati alla sedia per ore nell'ascoltare questo insegnante occhialuto che incute un misto di sacro timore reverenziale e consapevolezza di essere accolti, accettati ed ascoltati. 




Ho imparato negli anni ad apprezzare il gioco degli scacchi come esercizio che permette alla mente di concentrarsi sull'attimo presente, un'attività che obbliga la mente a non accogliere pensieri inutili per focalizzarsi sul gioco per integrare ed elaborare dati diversi, aiutando a depolarizzare la testa da problemi e pensieri fissi. Insomma, una partita a scacchi può anche aiutare per superare lo stress. 


L'ambiente degli scacchisti ha un fascino tutto particolare. Gli scacchisti parlano la stessa lingua, si riconoscono da una parola, da un comportamento. Ricordo ancora quando chiesi a mio marito di accompagnarmi all'esame di Persiano. Lui e il mio docente iniziarono casualmente a parlare e a scoprirsi amanti degli scacchi e iniziarono a disquisire sulle origini storiche dello "Shatranj", il nonno Persiano degli scacchi. 



Conoscendo e frequentando sempre più assiduamente il mondo degli scacchisti mi sono resa conto che alla fine di ogni partita,  un  legame speciale unisce gli avversari che si affrontano.
Uno sguardo misto di sfida, rispetto, ammirazione e voglia di imparare e carpire i segreti dell'avversario. 

Lo stesso sguardo che trapela nella splendida foto di Dario Colusso con il suo primo grande "maestro" di scacchi: suo papà Germano.

Hayat Francesca Palumbo 

Il libro può essere ordinato in tutte le librerie e si trova anche 


domenica 12 novembre 2017

S come suocera...non tutte le nuore sono fortunate come Ruth.









Dedicato a genitori, figli, suoceri e mariti. L'arazzo della vita può essere un capolavoro se ogni punto illumina di colore il proprio punticino senza invadere l'altro.
Dedicato in modo speciale a mio marito Dario, con il quale abbiamo dovuto forgiare insieme nuove chiavi con le quali aprire porte nei labirinti in cui la vita ci aveva portato.


Quando penso alla formazione di una nuova coppia mi vengono alla mente molte immagini: un nuovo ecosistema che si deve assestare inevitabilmente portando uno scompenso iniziale agli ecosistemi attigui; uno scontro titanico tra due civiltà diverse; un trapianto di organo nel quale bisogna superare le possibili crisi di rigetto. La nuova coppia  si “inserisce” infatti  in un complesso di relazioni consolidato e ciò può essere traumatico per tutte le realtà, sopratutto se prendiamo in considerazione i rapporti genitori-figli. I rapporti infatti con la famiglia di origine e soprattutto con la suocera possono risentire di questa nuova realtà. Si innescano dinamiche nuove ed inaspettate dovute a questo mutamento nella vita di genitori e figli. Sebbene le identità personali rimangano immutate (la mamma è sempre la mamma, i figli sono sempre figli), i ruoli si dovrebbero evolvere seguendo il passo della dinamicità della vita. Ma non sempre è così e ciò può portare a conflitti a cui tutti, o in prima persona o per esperienze vicine, abbiamo assistito.

L'origine di tutto: il rapporto genitori-figli 
Ci sono molti rapporti che se non equilibrati e ben costruiti nel corso degli anni  possono provocarci conseguenze che ci porteremo per tutta la vita, sia nel bene che nel male.
Il più importante di questi, è quello che lega i genitori ai figli.
Quante delle nostre situazioni hanno come origine il rapporto che abbiamo avuto e abbiamo con nostro padre e nostra madre! Squilibri e problemi che rischiano di sommergerci e condizionarci  quando non gestiti in modo adulto e consapevole.
Il primo passo per rendere felici i propri figli è la consapevolezza che non ci appartengono, ma che prima di tutto sono persone. Due grandi poeti come Khalil Gibran e Jose Saramago hanno espresso questo concetto in modo magistrale.




Gibran sui figli 


Un figlio è un essere che Dio ci ha prestato per fare un corso intensivo di come amare qualcuno più che noi stessi, di come cambiare i nostri peggiori difetti per dargli migliore esempio, per apprendere ad avere coraggio. Sì. È questo! Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell'incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato. Perdere? Come? Non è nostro. È stato solo un prestito. Il più grande e meraviglioso prestito, siccome i figli sono nostri solamente quando non possono prendersi cura di sé stessi. Dopo appartengono alla vita, al destino e alle loro proprie famiglie. Dio benedica sempre i nostri figli, perché a noi ci ha benedetto già con loro. 
Josè Saramago -


Un rapporto genitori-figli maturo ed equilibrato è un prerequisito fondamentale per la costruzione di rapporti con gli altri. Ed a maggior ragione lo è per lo sviluppo di buoni rapporti con la famiglia di origine de nostro compagno/a.
Iniziare da questo punto è fondamentale per capire la genesi di alcune dinamiche familiari, soprattutto con l'introduzione di un nuovo elemento estraneo (il nostro compagno) nella famiglia di origine di ciascuno.
I rapporti di qualsiasi tipo vanno costruiti, curati, vagliati, pianificati senza dare nulla per scontato. La consapevolezza di una relazionalità equilibrata da costruire è fondamentale in quanto i genitori devono proprio preparare i figli a tessere la loro vita mediante la formazione di una rete di relazioni, ed è proprio la famiglia il primo luogo dove si impara a fare ciò. Bisogna per questo considerare e riconoscere che i nostri figli, oltre e prima di essere "piezz' è core" hanno una loro identità personale. Purtroppo a volte, questa realtà sfugge. Non sempre si riesce a varcare quella soglia, quel passaggio  psicologico da una persona, nell'entità unica mamma incinta più bambino, a due persone, ognuna con una propria identità, mamma più bambino "separati" dopo il parto. Spesso si assistono a dinamiche in cui la maternità viene centrata solo sull'Ego materno e non sulla donazione di una nuova vita indipendente. Si assiste quindi ad uno strano fenomeno di ribaltamento dei ruoli in cui il cordone ombelicale non serve più a nutrire il bambino ma a nutrire la mamma in un rapporto di squilibrio affettivo che non potrà far altro che portare a conseguenze nefaste, in quanto ogni relazione fondata su un presupposto di possesso o sfruttamento emotivo è destinata a fallire, anche tra genitori e figli. Ci sono madri che hanno partorito solo fisicamente ma non ancora psicologicamente, volendo rimanere in quello stato di estasi perenne di "donna incinta", ma ciò non è possibile, non è né reale né naturale.
Il diventare suocera rappresenta la cartina tornasole della recisione del cordone ombelicale. Cordone che andrebbe tagliato al momento opportuno, con una grande dose di coraggio, generosità ed onestà sentimentale. Quando ciò non avviene nei tempi e modi idonei, sono grossi guai. Alcune madri, arroccandosi dietro ad un distorto concetto di amore materno non lasciano la loro postazione per nessun motivo al mondo. Così però, obbligano i figli una volta adulti, a tagliare, contro natura, essi stessi il cordone ombelicale. Ma ciò sarà molto più doloroso per ambedue le parti in quanto ci vorrà un'ascia per riuscire a infrangere un cordone diventato catena sclerotizzata dagli anni, da frustrazioni e risentimenti da parte di entrambi. Doloroso e difficile. Questo tipo di dinamiche sembrano essere molto più frequenti tra i figli maschi e le loro madri. Nell'immaginario collettivo e negli stereotipi, è la mamma dell'uomo che dà maggiormente filo da torcere nella vita di coppia. Il rapporto madre-figlio è diverso da madre-figlia. Abbiamo due canali comunicativi diversi che risentono della fisiologica differenza tra uomo e donna. Se nel rapporto madre-figlia il rischio più alto è quello della competizione e del paragone, il lato positivo è che due donne si capiscono meglio di quanto si capiscano uomo e donna, e quando hanno trovato una strategia condivisa, riescono a unirsi in complicità per affrontare comuni dinamiche familiari. Il rapporto madre-figlio è soggetto a problematiche diverse, dovuto al pericolo di trasfert e sovrapposizioni di ruolo che può raggiungere livelli patologici in certi casi, come per esempio quando muore il padre e la madre riversa sul figlio tutto il suo pathos.  


Onorare il Padre e la madre: dall'infanzia alla maturità. 


Il recidere il cordone ombelicale non significa dimenticare o abbandonare i propri genitori. Anzi, significa invece dare una connotazione più matura ed adulta a questo rapporto. In ogni cultura, il rispetto verso i genitori è un caposaldo per la società  Perfino nel codice civile italiano l'art. 315 (1) indica il dovere civile di rispetto dei figli nei confronti dei genitori.
Il comandamento divino recita testualmente Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.  (2) 
Può capitare che il comandamento venga usato come ricatto affettivo o spada in mano a genitori che hanno una visione distorta del concetto di "onorare". L'etimologia viene in nostro aiuto facendo chiarezza. Onorare viene dal latino "onus" da cui viene anche l'italiano "oneroso", che significa pesante, ciò che ha peso. Onorare quindi significa dare peso, attribuire valore, attribuire il giusto peso, valorizzare in maniera adeguata, dare il giusto valore a padre e madre. Tradotto con una formula negativa significa non disprezzare. "Disprezzare" vuol dire dare un valore sbagliato, un prezzo sbagliato. Se noi disprezziamo i nostri genitori non saremo mai felici in quanto non diamo giusto valore e disprezziamo la  nostra origine. Onorare i genitori non significa quindi cedere ad ogni loro richiesta passivamente ma dare a loro il "giusto peso", a prescindere dai loro caratteri, dai loro sbagli, perché, ricordiamo, i nostri "eroi dell'infanzia" sono esseri umani che sbagliano e che inevitabilmente, come tutti gli esseri umani commettono errori che ci condizionano.
Onorare il padre e la madre implica anche accettare i loro limiti, le loro imperfezioni, implica imparare a perdonarli collocandoli in questo modo nel giusto ordine delle cose. Concedere ai nostri genitori di sbagliare e perdonarli ci fa diventare adulti. Riuscire a costruire buoni rapporti con i genitori innesca un circolo virtuoso in quanto : 
- si impara ad essere buoni marito e moglie essendo buoni figli;
- si è buoni figli perdonando i genitori;
- buoni rapporti con suoceri/generi-nuore sono fondati su buoni rapporti genitori/figli; 
- buoni rapporti genitori/figli si costruiscono onorando (dando il giusto peso) ai genitori. 


Ruoli ed identità: gli altri non siamo noi.

Nel momento in cui si forma la nuova coppia il palcoscenico della vita si affolla e inevitabilmente ci saranno cambiamenti nei ruoli degli attori. Sebbene le identità vengano mantenute, i ruoli cambiano, si evolvono con lo scorrere del tempo. I genitori devono prendere consapevolezza della crescita, sia anagrafica sia psicologica dei propri figli, che diventati adulti, avranno sempre bisogno di loro ma in modo diverso. Quando questo non succede si entra in conflitto. Per esempio, ci sono mamme che ancora comprano la biancheria ai figli sposati o li trattano da bambini davanti alle loro mogli con vezzeggiativi e atteggiamenti infantili che rasentano il ridicolo, non rendendosi neanche conto dell’inopportunità della cosa. Il primo incontro con la suocera non si scorda mai, come nell'esilarante film con Jane Fonda. Piccoli campanelli di allarme nei primi mesi di fidanzamento vengono sottostimati e irrisi, sulla scia dell'innamoramento. Ma ci sono, e eventuali comportamenti inadeguati e inopportuni se non frenati nel tempo opportuno, si amplificano esponenzialmente. 





Dal film "Quel mostro di mia suocera" con Jane Fonda e Jennifer Lopez

Se viene fatta rilevare l'inadeguatezza di alcuni comportamenti delle suocere, che sembra non si rendano conto, si assiste all'effetto "Cado dalle nuvole" stigmatizzato dalle solite frasi “Ma che male ho fatto?", “Eppure l’ho sempre fatto!" e così via.
I figli per quieto vivere e perché hanno già "troppe cose a cui pensare e queste non sono cose importanti" tendono a  minimizzare queste dinamiche davanti alla moglie (“Lascia fare” , “Lascia correre” , “Falla contenta”) ottenendo l’effetto opposto, aumentando il senso di frustrazione delle mogli che dopo un po’ scoppiano. 
Un altro esempio in cui c’è una grossa confusione di ruoli è quando si instaura una “competizione-sovrapposizione” tra suocera e nuora, e nel peggiore dei casi anche tra suocera e suocera... Ci sono suocere che per esempio vogliono imitare le nuore e nel peggiore dei casi anche le consuocere nel vestire e nel comportarsi generando una vera e propria Babilonia di rapporti traslati e sfalzati che nulla hanno a che vedere con la realtà. Una situazione tipica è quando le suocere vengono a casa  degli sposi e danno continuamente consigli “non richiesti” in un fenomeno di transfert psicologico degno di Freud, nei quali la propria realtà non viene vissuta ma si cerca di vivere quella degli altri. 

Avere una giusta consapevolezza dei ruoli e delle identità evita la maggior parte dei conflitti familiari. Quando questo è difficoltoso o non scontato come si fa? 
Prima di tutto è essenziale riconoscere il problema e non nasconderlo minimizzandolo o negandolo con le soliti frasi preconfezionate tipicamente maschili del tipo: “Ma è fatta così” , “Non è cattiva” , “Ci vuole tempo”.  Ricordiamoci il vecchio detto popolare “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”. Molte dinamiche che nascono come formiche, se non affrontate subito possono diventare veri e propri bisonti. Il dialogo sincero e schietto nell'intimità della coppia rimane la base per superare le difficoltà. Il rischio che si corre, sopratutto nei primi anni di matrimonio. è quello di ritenere responsabile il compagno delle parole e azioni dei suoi genitori. Dobbiamo ricordarci che il libero arbitrio esiste e che responsabile delle azioni o parole di una suocera è esclusivamente lei stessa. 
Solo con la base del dialogo e del confronto si riesce a evitare questa trappola. Il dialogo sincero tra i due permette inoltre di elaborare insieme strategie difensive e preventive. Chi meglio di un figlio che conosce i propri genitori  può dare dritte e suggerimenti su come evitare o gestire i conflitti? Questo può essere un gran esercizio per sviluppare la complicità nella coppia e un modo per aumentare la condivisione magari di problemi atavici che così verranno alleggeriti.

Piccole strategie 

In conclusione a questo lungo iter, seguono alcuni spunti pratici che potrebbero aiutare in un'ottica di gestione più serena dei rapporti.
  • Il dialogo 
Il dialogo nella coppia fa miracoli. Imparare a dialogare con serenità e sincerità previene molti problemi e conflitti. In una società dove il dialogo, (quello vero, vecchio stile, occhi negli occhi, per intenderci) viene sempre più soppiantato da canali comunicativi laconici ed immediati, la comunicazione profonda e veramente efficace viene profondamente penalizzata. Spendere del tempo con il proprio compagno rilassa i rapporti e permette di acquisire nuove chiavi per migliorare quelli già presenti. 

  • Costruirsi una propria identità di coppia
Il dialogo e la capacità di passare del tempo insieme ha come prima positiva conseguenza la costruzione di una solida identità di coppia. E’ importantissimo soprattutto nei primi anni di matrimonio non lasciarsi prendere dal vortice delle visite e di tutte le domeniche passate dai parenti, ma  essere molto equilibrati. Si deve entrare in modo decisivo nella logica che i ruoli cambiano come abbiamo già ampiamente detto, e che siamo di fronte ad una nuova realtà che va considerata.

  • Non prendere decisioni da soli senza accordo col coniuge. 
La costruzione dell'identità di coppia avviene sopratutto nelle piccole dinamiche di ogni giorno. Con l'avanzare dell'età  i  genitori ridiventano come bambini. Individuano il punto debole della coppia e vanno da lui (o da lei) per fare inviti, carpire autorizzazioni, informazioni all’ insaputa dell’altro. E’ importante per questo non prendere decisioni da soli ma solo decisioni condivise con il proprio coniuge, in un'ottica di unità di coppia. Come faccio infatti a far passare il messaggio che faccio parte di una nuova realtà, se ancora mi comporto da single e non prendo decisioni con il mio compagno? Se i genitori intuiscono la minima fessura e la coppia manca di compattezza, inevitabilmente ci saranno conflitti e problemi. 

  • Non dare scatole da rompere 
Spesso le nuore si lamentano che le suocere "rompono le scatole". A questo proposito, una persona per me assai autorevole mi rispose ironicamente che la colpa era la mia che davo  le scatole da rompere. Il sillogismo è perfetto oserei dire filosofico: Se la suocera rompe le scatole, non dargli nessuna scatola!
Questo passo fondamentale presuppone notevole acume e uno "sguardo penetrante" in grado di cogliere e capire sfumature per poter leggere gli animi. Se sappiamo che un discorso può diventare fonte di discussione, intromissione o critica, semplicemente evitiamolo, o interrompiamolo sul nascere. 

  • Passare tempo da soli con i propri genitori. 
Continuare a tessere il proprio rapporto filiale e renderlo sempre più maturo abbassa l’ansia e il sentimento da “nido vuoto” che può insorgere nei genitori. Senza un “estraneo” in mezzo (ricordiamo che comunque, almeno all’inizio il nostro compagno è un elemento estraneo alla nostra famiglia) i genitori sono più rilassati ed è più semplice affrontare eventuali problematiche spinose. Il passare del  tempo insieme con i genitori in fase adulta può essere una buona occasione per ricordare le cose belle fatte insieme, per esprimere il nostro sentimento di gratitudine per quello che ci hanno dato, per prendere consapevolezza di tutto un cammino percorso insieme. Il tempo passato insieme può essere momento di intimità filiale che permette di tirare fuori risentimenti, traumi e rancori anche magari a livello subconscio, sepolti dagli anni e irrisolti,  e iniziare così un processo di guarigione affettiva indispensabile per poter  godere appieno della vita. 

  • Non forzare le cose
Purtroppo, essendo cresciuti in una determinata realtà e avendo ricevuto l'imprinting "Lorenziano" sin dalla nascita, è inevitabile proiettare il nostro modello di famiglia su quello del nostro compagno.  Dobbiamo invece prendere consapevolezza che cose che per noi sono scontate a livello familiare,  per altri possono essere fuori dalla norma. Detto in linguaggio più concreto, il motto celeberrimo "gli altri siamo noi" di Tozzi del lontano 1991, non regge minimamente. Gli altri non siamo noi. Ognuno di noi ha proprie realtà, limiti modi e costumi che vanno rispettati, conosciuti e valutati. In una società in cui per colpa di una tendenza verso un buonismo spietato che tenta di annullare tutte le identità, si rischia di confondere le acque e di volere a tutti costi ricercare unioni incompatibili tra le famiglie di origine, anche se animati dalle le migliori intenzioni. Non necessariamente bisogna riunire le due famiglie di origine. Se ci sono incompatibilità che fanno soffrire troppo e rischiano di essere causa di conflitto per la coppia, si possono pianificare momenti distinti, cercando di equilibrare con tanta carità tutte le situazioni ed esigenze. Ciò ovviamente non significa tagliare i ponti, ma anzi significa rendersi conto della realtà e della natura delle persone in un ottica di costruzione di rapporti "sostanziosi". Se infatti "gli altri non siamo noi", a maggior ragione siamo spronati a far fruttare le nostre capacità empatiche e sviluppare nuovi canali comunicativi per poter migliorare la nostra relazionalità. 


Concludendo: non tutte le nuore sono fortunate come Ruth e non tutte le suocere sono fortunate come Noemi 


La storia di Ruth e Noemi mi ha accompagnato fin dalla mia infanzia. Ricordo il film degli anni '60, con un bellissimo Stuart Whitman nei panni di Booz che incarnò il mio primo prototipo adolescenziale di principe azzurro quando sognavo da sempre una suocera come Noemi. Una storia di amore e di tenerezza. Una storia di complicità, di dedizione e donazione femminile tra suocera e nuora. Dopo, per par condicio, va visto anche il film "Quel mostro di mia suocera", in quanto propone un' ottica diametralmente opposta. Nella ricchezza delle possibilità umane è proprio così: ci possono essere rapporti di ogni tipo. La cosa importante è di tenere sempre al centro l'identità di coppia. 







Ricordando questa storia con mio marito, ironicamente ci siamo chiesti : ma  un rapporto così buono non sarà stato mica dovuto al fatto che Ruth era vedova e quindi il marito (figlio di Noemi) non poteva creare incidenti diplomatici come spesso fanno inconsapevolmente i mariti? Ai posteri l'ardua sentenza e buona visione ! 
Hayat Francesca Palumbo 



Note
(1)
Art. 315-bis
Diritti e doveri del figlio.
Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita', delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di eta' inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacita', alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché' convive con essa.

(2) 
Esodo 20,[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. 
Deuteronomio 5,[16] Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà. 

domenica 9 luglio 2017

I come invidia. Storia di uno sguardo bramoso.







Ognuno di noi ha incontrato nel corso della vita il sentimento dell'invidia: il più ancestrale di tutti.
Presente in ogni religione, sembra la base di ogni combattimento spirituale nel quale bene e male si affrontano. Per la religione cristiana l'invidia affonda le sue radici nel combattimento tra bene e male e tutte le nostre tribolazioni alla fine si riducono all'invidia del demonio nei confronti dei figli
di Dio.

"Per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono" Sap 2,24 .

Per i Buddisti e i Musulmani, l'invidia ha una connotazione lievemente più mitigata:  l'invidia è ostacolo al raggiungimento della pace della mente o di un cuore "infiammato".
"Non sopravvalutare quello che hai ricevuto e non invidiare il prossimo: colui che invidia il prossimo non conseguirà la pace della mente." Buddha 

"E che cos'è un cuore infiammato? "E' il cuore pio, immacolato, nel quale non c'è colpa, né ingiustizia, né colpa, né invidia" al Hakim al Thirmidhi

In ogni tempo ed in ogni religione, questo sentimento ha attraversato vasti territori temporali e geografici.
Partiamo in una sorta di viaggio illustrato dei meandri dell'invidia in modo razionale ed analitico.
Che cos'è l' invidia? Dal dizionario Garzanti:

1. sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui: avere invidia di qualcuno, contro qualcuno; provare, nutrire invidia per qualcuno; crepare d’invidia; essere roso dal tarlo dell’invidia | nella teologia cattolica, uno dei sette peccati capitali, consistente nel dolore per il bene altrui, considerato come una lesione o una diminuzione del bene proprio

2. desiderio di avere ciò che un’altra persona ha, non accompagnato però da malanimo; ammirazione, emulazione: ha una salute da fare invidia | la persona o la cosa che suscita tale sentimento: è entrato in azienda con un incarico che è l'invidia di tutti

Quindi, da una parte abbiamo un sentimento assai devastante, dall'altra abbiamo una chiave di lettura più attenuata, quella che in gergo si chiama "invidia buona", sulla quale sono da tempo impegnata in una lunghissima polemica con una mia ispiratrice di riflessioni.

Ragioniamo sul senso generale e più vasto dell'invidia.
Etimologicamente l'invidia ha una forte componente visiva (in- video. guardare male)
L'invidia nasce da uno sguardo concupiscente, avido. Uno sguardo che scruta, indaga, giudica le realtà altrui. Uno sguardo che vuole impadronirsi delle realtà viste anche se non gli appartengono. Lo stesso sguardo dell'opera di Gericault, geniale pittore francese del XIX secolo che ha ritratto le pieghe più oscure dell'umanità nella collezione di malati mentali.
Nei dettagli di questo volto cogliamo tutta l'avidità, la concupiscenza, la bramosia di uno sguardo che mira ad invadere e conquistare la sfera intima dell'invidiato.


 Theodore Gericault (1791-1824)
Alienata con monomania dell'invidia

L'invidia è dunque una bulimia di sguardi indiscreti. Non a caso nella Divina Commedia, gli invidiosi sono sottoposti al castigo che più gli si addice: hanno le palpebre chiuse con il fil di ferro. Come un mettersi a dieta dopo aver fatto i bagordi.

Ma quali sono le radici dell' invidia?
La radice principale è una non conoscenza e non accettazione delle proprie realtà associata ad una bassa autostima.
Invidio perché sono insoddisfatta di quello che ho. O meglio sono insoddisfatta di quello che credo di avere o che credo di non avere, e allora quando mi imbatto in qualcuno che vive realtà che virtualmente vorrei vivere, scatta l'invidia.
L'invidia illude, suggestiona, mostra cose che non sono vere. Si basa su apparenze, sul primo sguardo "dentro" che quasi sempre è fallace e superficiale. Magari noi invidiamo una taglia 40 che ha problemi di anoressia, o una coppia apparentemente perfetta che nell'intimità è in conflitto. O invidiamo l'erba del vicino che a noi sembra sempre più verde ma...





Una scarsa autostima condita con un pizzico di vittimismo sono radici secondarie dell'invidia, e se ci riflettiamo bene, queste due realtà sono sorelle della non accettazione di sé. La non equilibrata conoscenza di sé con conseguente poca autostima, porta ad uno stato di immobilismo vittimistico nel quale si è più portati a fissare lo sguardo sull'altro che su se stessi.

Come si manifesta l' invidia?
Prima manifestazione, intrinsecamente legata alla radice etimologica, è la curiosità. L'invidia è curiosa, indagatrice, manca di discrezione.
Segue la volontà dell'invidioso di sminuire chi sta accanto. La bassa autostima e i complessi di inferiorità portano ad una volontà distruttiva verso il prossimo. Volontà che fagocita una più sana e ragionevole volontà costruttiva verso se stessi.  Mi spiego meglio. Sempre con l'esempio della taglia 40. Invece di coltivare una volontà costruttiva e di miglioramento nei miei confronti mettendomi a dieta e facendo sport, coltivo una volontà distruttiva verso il prossimo con giudizi del tipo "Ragazza bellissima  ma è un' oca" oppure "guarda che sedere che ha".
Si instaura un gioco perverso di alternanza tra fasi di distruzione e incensamento. Perché l'invidioso così è: diviso in se stesso, tra ammirazione e denigrazione, tra amore ( malato ) e odio. Viene così ingoiato una una vorticosa ciclotimia tra emulazione e calunnia.
E cosi abbiamo l'invidia che se da una parte ha uno sguardo anelante e quasi adorante verso la Gloria, contemporaneamente cerca di spennarla per impedire che essa voli, come nel quadro di Menageot, pittore Francese del XVIII secolo.







Un'altra manifestazione caratterizzante l'invidia è la maldicenza. Sempre per "spiumare" e deturpare cosa meglio della maldicenza? Quante chiacchiere hanno inquinato ambienti di lavoro, famiglie, comunità.
L'invidioso tesse trame di maldicenza e calunnie per immobilizzare e tarpare le ali, per insinuare il dubbio e per gettare fango per poter emergere. Questo è lo scopo dell' invidioso.
Giotto raffigura l'invidia  come una donna dalla cui bocca escono serpenti, e sembra illustrare perfettamente le parole di Papa Francesco.




La persona invidiosa, la persona gelosa è una persona amara: non sa cantare, non sa lodare, non sa cosa sia la gioia, sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ne ho’. E questo lo porta all’amarezza, un’amarezza che si diffonde su tutta la comunità. Sono, questi, seminatori di amarezza. E il secondo atteggiamento, che porta la gelosia e l’invidia, sono le chiacchiere. Perché questo non tollera che quello abbia qualcosa, la soluzione è abbassare l’altro, perché io sia un po’ alto. E lo strumento sono le chiacchiere .  
 Cerca sempre e vedrai che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo”.

Papa Francesco



La manipolazione della realtà è un' altro frutto dell' invidia. L'invidioso essendosi costruito una sorta di realtà parallela che gli fornisce un alibi ( lui ha questo, io no) farà di tutto per cercare di plasmare la propria realtà con la manipolazione. I manipolatori vogliono infatti  creare relazioni secondo la propria visione della realtà e non secondo la realtà stessa. L' invidioso tende a manipolare perché, non essendo padrone della propria realtà, deve plasmare i pensieri degli altri a proprio piacimento.

Una volta presa la consapevolezza della nefasta invidia, riflettiamo sui meccanismi di difesa che possiamo usare.
Non dobbiamo pensare a difenderci solo dall'invidia "in entrata" cioè quella che gli altri provano nei nostri confronti, ma dobbiamo accettare il fatto che anche noi siamo suscettibili dei più turpi sentimenti. Nessuno è immune. L'invidia in "uscita" dai nostri cuori è quella più subdola in quanto è difficile accettare il fatto di poter partorire tali sentimenti.

Difendersi dall'invidia esterna è semplice. La scelta delle amicizie è fondamentale. Diffidiamo da chi ci adula o è troppo curioso o vuole entrare nella nostra vita con saccenza, arroganza e prepotenza. Impariamo ad essere discreti sulle nostre cose, mettendo le tende alla nostre finestre interiori in modo da preservare la nostra interiorità da sguardi indiscreti. Insomma, come direbbe il mio Maestro "se non vuoi che qualcuno ti rompa le scatole, non dargli scatole da rompere".  E' difficile, sopratutto per chi ha un carattere spontaneo ed aperto, ma bisogna assolutamente renderci conto che non è possibile condividere tutto con tutti.

Combattere l'invidia potenziale che potrebbe nascere dai nostri cuori richiede un forte lavoro su se stessi.
Occorre lavorare molto sulla conoscenza di se, sulla consapevolezza delle nostre realtà e sulla ricerca della nostra dimensione. Impiegando positivamente e costruttivamente le nostre forze in questo lavoro, ci renderemo conto che le energie impiegate invidiando gli altri sono solo uno spreco che non ci possiamo permettere di dissipare se vogliamo crescere seriamente.

Sempre nell'ottica di un rinforzo della consapevolezza del nostro essere, un buon esercizio è la memoria della nostra storia. Il ripercorrere mentalmente la nostra vita ricordando le nostre vittorie e i momenti belli ci aiuta a riprendere quota e rende evanescente i motivi di invidiare il prossimo, in quanto prendiamo consapevolezza che, se anche sto passando un momento negativo, qualcosa di bello nella mia vita c'è stato. Se poi ci alleniamo nel ringraziamento ( a Dio per chi crede, o chi fa per lui ...vita, cielo o entità da voi considerata) allora, l'immunizzazione è pressoché completa.
Seguendo il motto "Agere contra", se l'invidioso si caratterizza dall'amarezza e dall'incapacità di gioire, allora io devo imparare a gioire di ogni cosa. Non sempre è evidente. Non sempre ci riusciamo. Ma dobbiamo sforzarci in quanto la lamentela è il primo passo verso l'invidia.
Ricordo il personaggio di Pollyanna e il suo gioco delle felicità. Trovare oggi giorno il positivo nella nostra vita non è una cosa buonistica e poetica, ma è un vero e proprio allenamento mentale, una sorta di palestra che ci permette di formattare al positivo i nostri atteggiamenti.






Vorrei concludere con una piccola riflessione su quella che alcuni chiamano "invidia buona".
Sono impegnata in questa simpatica querelle da mesi. Una persona vulcanica che suscita nella mia testa continui confronti, nelle nostre riflessioni mi ha fatto notare che da dizionario esiste "l'invidia buona". Lascio ad ognuno di voi un varco aperto in questo senso, per carità.
Sinceramente non condivido questa visione in quanto già intrinsecamente nella radice etimologica quel "in" non ha solo la connotazione di "dentro" ma ha anche una connotazione negativa dando alla parola il significato guardare male  (1) . Mal si sposa l'epiteto "buona" con una parola che ha una particella negativa, ed anche la definizione che segue specifica l'uso "improprio" del senso buono.





Invece di invidia buona, io parlerei di ammirazione, buon esempio, sprone. Se riflettiamo sulla parola compassione  (patire con) possiamo dire che "l'invidia buona" è il complementare della compassione, cioè "gioire con", ma non ho trovato un lemma che mi soddisfi in tal senso.
Se ci pensiamo bene, le persone nella nostra vita che ci hanno manifestato compassione, che hanno sofferto con noi nei momenti bui, sono pure quelle che vedendo i successi della nostra vita, hanno avuto uno sguardo benevolo e magari hanno preso forza ed incoraggiamento dalle nostre vittorie. Ma persone così sono veramente rare. Beato chi se ne circonda. E' possibile gioire senza invidia dei successi degli altri ( riprendendo il concetto di "invidia buona" ) solo se si è capaci anche di soffrire insieme nella compassione reciproca.

Hayat Francesca Palumbo

(1) https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/invidia