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lunedì 30 dicembre 2019

C come cura العلاج





Correva l'anno 2005 ed era il ponte di Ognissanti. Ero a Berlino, con la persona che avrei voluto sposare, insieme ad un gruppone di amici molto eterogenei: giovani coppie come noi, qualche sacerdote e coppie sposate di mezza età. Tra progetti di case al mare e di una nuova vita insieme lontano da Roma, l'aria gelida Tedesca tra il Reichstag, i resti del muro e Alexanderplatz  rendeva tutto così sospeso in una dimensione di eternità.  Giorni stupendi, intrisi di Arte e Storia, lunghissime passeggiate e lunghissime chiacchierate. Ricordo le interminabili camminate io e il mio bello per i larghi viali Berlinesi, lo stupore per l'altare di Pergamo, il calore di un hot dog mangiato in fretta per non disperderne la temperatura e il check point di Charlie.  In uno dei rarissimi momenti insieme agli altri all'uscita di una birreria dopo un momento conviviale, un sacerdote attempato mi prese da parte e così, dal nulla, per strada afferrandomi per il braccio inizio' a camminare verso il nostro ostello iniziando tutto un discorso che giudicai un pochino sconnesso sulla cura. 
Pensai che magari con il freddo e le gambe malferme avesse bisogno di una scusa per appoggiarsi a qualcuno e gli diedi spago, così come facevo con la mia nonna quando voleva passeggiare e farsi una chiacchierata. A volte basta proprio poco per far felice un anziano. E un anziano felice ti dà le perle migliori. 
"Ricordati: la cura è tutto. La cura è riuscire a prevenire ciò di cui ha bisogno chi ti sta davanti e darglielo senza che te lo chieda. Solo con la cura e con l'ascolto del prossimo la società potrà cambiare. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, la società è destinata a crollare, a fallire. In quanto donna poi, sei chiamata particolarmente a prenderti cura dei tuoi figli, e se non ne avrai, avrai sempre qualcuno di cui prenderti cura".
Sono passati anni, ma quelle parole riecheggiano continuamente nel mio cuore. 
Prendersi cura di qualcuno è il rimedio dei mali dell'anima. Il prendersi cura è fornire all'anima quelle medicine che sono necessarie per avere ristoro e sollievo. Non a caso in arabo la radice della parola "cura" è la stessa della parola "rimedio", "terapia" e "medicina". 
Prendersi cura di chi ci sta vicino è una vera e propria arte. 
E' un riuscire ad anticipare bisogni e necessità di chi ti sta accanto, elargendo il necessario senza che venga chiesto.
E' un esercizio costante di empatia. 
E', a volte, superare noi stessi e morire al nostro Ego per strappare un sorriso. 
Prenderci cura è strappare alla morte. Riportare le menti che errano in cosmi di paure ed angosce alla realtà. Proprio come insegna Battiato nella sua canzone del secolo. 



Dopo la persona di Berlino, che si è rivelata più fredda delle temperature Tedesche, ho avuto la grazia inaspettata di incontrare chi, nel corso degli anni, ha avuto costanza, umiltà e pazienza di imparare a curarmi dalle mie ossessioni, dalle mie manie, a proteggermi dalle mie ipocondrie e paure. Spero un giorno di guarire. Non perché io sia un essere speciale. Speciale è la cura di chi ti sta accanto. 
Una cura silenziosa e costante, ricamata punto dopo punto da infiniti gesti di gentilezza discreta. Speciale è chi ti sta accanto, se riesce a cogliere i campanelli di allarme e andare oltre. 

Speciale è chi riesce ad andare oltre il tuo sorriso che nasconde un cuore lacerato. 
Speciale è chi riesce a cogliere dietro quel "tutto bene" o "sono stanco" una richiesta di aiuto.  A volte siamo talmente malati che non riusciamo nemmeno a richiedere aiuto e lanciamo improbabili campanelli di allarme nella speranza che qualcuno si prenda cura di noi e spesso basta una piccola frase, una piccola parola che può essere balsamo per l'anima. 
Ricordo una mia carissima compagna di Università, che distingueva tutte le mie sfumature di riposta alla domanda "Come stai"?
Quando ci incontravamo davanti alla Minerva, se la mia risposta "tutto bene" era soddisfacente, mi prendeva per un orecchio e "visto che stiamo bene basta cavoleggiare e andiamo a studiare che c'abbiamo l'esame".
Se non era soddisfatta, mi guardava dritta negli occhi e sorridendo mi diceva dolcemente "sei poco credibile. Chi vuoi far fessa, andiamo a farci un caffè che poi studiamo meglio". 
Se poi rispondevo "Sono stanca" era la fine. Erano abbracci e lacrime in quanto mi vivisezionava talmente bene che non riuscivo a nascondergli nulla. Ha in qualche modo anticipato questo splendido video di Terenzio Traisci. 





Troppo spesso si sottovaluta la potenza di un tocco, di un sorriso, di una parola gentile, di un orecchio in ascolto, di un complimento sincero, o del più piccolo atto di cura, che hanno il potenziale per trasformare una vita.

Leo Buscaglia 


Una cura efficace non ammette improvvisazioni o superficialità. Ci deve essere una profonda conoscenza di chi ci sta accanto.  Nel sacro dizionario  arabo per radici che amo spulciare in quanto ricchissimo di spunti di riflessione, la radice di "cura" ( علج ) è la stessa di "esaminare", "studiare", "restaurare". Non ci può essere cura senza relazione e senza profonda conoscenza dell'altro. Se non costruiamo una relazione efficace, profonda e sincera, la cura non può essere vera cura. Si avvicina ad un interesse sporadico che lascia il tempo che trova. Positivo senz'altro, ma solo per una visione a breve termine, una sterile filantropia che magari può farci sentirci sul momento buoni e bravi. Il prendersi cura è altro. 
E' ricucire ferite come un chirurgo.
E' un restaurare un monumento stupendo rovinato dal tempo e dal dolore. I restauratori devono amare il loro monumento. 
Devono vedere la sua potenziale bellezza e fare di tutto per arrivarci.
Devo impiegarci tempo, energie, passione, così come il Piccolo Principe con la sua rosa. 



Cura ed amore sono due facce della stessa medaglia. Non possiamo prenderci cura di qualcuno se non lo amiamo. Non possiamo dire di amare qualcuno senza prenderci cura di lui. 
Le mamme sanno benissimo quale rimedio è il più efficace per i loro bimbi, perché li conoscono  a menadito. Sanno quando un mal di pancia è dovuto ad un capriccio o a una caramella mangiata di nascosto e si regolano di conseguenza. Da piccola pensavo che mia mamma avesse i superpoteri ed ero veramente stupita di come avesse un rimedio per tutto. 
Da dove cominciare in un'impresa così ardua e impegnativa? 
Iniziamo da noi stessi. Dal fortificare il nostro cuore, dal volerci bene. Chi fa mestieri di cura degli altri, come docenti, medici, infermieri, psicologi, educatori, sa benissimo quanto sia importante prevenire l'esaurimento emotivo per poter conciliare quelle che sono esigenze professionali e volontà di dare un valore aggiunto al proprio lavoro. 
Non sempre le buone intenzioni sono sufficienti. Pensiamo ad esempio ai professori. 
Il docente non è un missionario o un martire. Può però impegnarsi a svolgere il proprio lavoro in un'ottica diversa, in un'ottica di cura, che tra l'altro favorirà lo sviluppo di un miglior ambiente di apprendimento. Il docente (o qualsiasi altro professionista che si relaziona con gli altri), ha il diritto e il dovere di entrare in una classe sereno e sorridente. 
Certo il sistema non aiuta, anzi esaspera situazioni già di per se delicate. Allora non rimane che iniziare ad imparare a prenderci prima cura di noi stessi, proprio come faremmo con gli altri, con la stessa cura ed empatia, cercando di cogliere i segnali di stop del nostro corpo (invece di ignorarli ed andare avanti),  incrementando la conoscenza di noi stessi, delle nostre potenzialità da sviluppare e dei nostri limiti da monitorare. 
Se collassiamo avremo ben poche possibilità di prenderci cura di qualcun'altro; se non ci amiamo, avremo ben poche possibilità di dare amore, perché come il vino in un'otre squarciato, sarà perso in mille rivoli. 


Concludo con una splendida poesia di Alessandra Piccolo 

Prenditi cura di te 
Non avrai altro al mondo di così caro.
Massaggia le tue gambe stanche, la sera
sorprenditi sorridere tra le vetrine dei negozi nel via vai del giorno e saluta le tue mani, mentre lavorano nel dolore. 
Abbraccia le tue spalle almeno una volta al giorno, 
e tocca i tuoi capelli con l’affetto dell’unico padre.


Ama il tuo collo nascosto 
Adora i tuoi polsi agili.
Rispetta i tuoi piedi. 
Prenditi cura di te. 
Non avrai altro al mondo di così caro.

Nutri la tua mente 
lasciale molta corda per spiccare voli infiniti 

e poi riprendila per le quotidiane faccende sociali. 
Non dimenticare il suo enorme potenziale: onoralo. 
Fai molta esperienza ma fermati un momento prima di diventare superbo.


Sii audace senza metterti in pericolo 

Non avrai altro al mondo di così caro. 
Stai da solo ma conosci gli altri. 
Non pensare di essere il migliore 
ma non crederti mai ultimo, anche quando lo sei. 
Non giudicarti, analizzati. 
Non odiare nessuno, rende frustrati. 
Non disprezzare nessuno, rende ottusi.


Ogni cosa e persona e animale e pianta è un miracolo nell'universo caotico. 
Pensa in grande. 
Domanda perché. 
Prenditi il tempo per piangere 
e poi prenditi il tempo per fartela passare, ma fattela passare bene. 
Non dimenticare. 
E poi, cerca di amare il maggior numero di cose 
almeno quanto ami te stesso.

Rende liberi. 

A questo punto, mi rimane solo da saldare un debito di gratitudine. 

Desidero  infine ringraziare tutti quelli che si sono presi cura di me in questi anni. La lista è veramente lunga. Alcuni di essi hanno sfiorato solo un attimo la mia vita, ma con un loro semplice gesto l'hanno cambiata.
Ringrazio la mia famiglia, che nel bene e nel male ha sempre cercato di dare il meglio, ognuno con i propri limiti e i propri difetti.
Ringrazio tutti i fratelli e sorelle maggiori, che con cura e premura mi hanno indirizzato nei meandri della vita condividendo con me le loro esperienze.
Ringrazio la mia madrina, che si è presa cura di me nella fedeltà giornaliera nonostante la sfida del tempo e dello spazio.
Ringrazio i miei alunni speciali, che nella loro purezza mi hanno rincorso nei corridoi di scuola portandomi astucci, cellulari che dimenticavo in giro, chiuso la zip della mia borsa che lasciavo aperta,  ammonendomi mentre scendevo distrattamente  le scale con un " attenta che cadi" e prendendomi per mano e inchinandosi ai miei piedi se vedevano una mia scarpa slacciata. 
Ringrazio tutti i miei colleghi, di sostegno e curriculari, educatori ed assistenti specialistici che conoscendo le mie debolezze hanno sempre cercato di ridimensionare le mie paure. In certi mestieri solo uniti si vince.
Ringrazio chi, pur non conoscendomi ancora, nel supplire il mio posto a scuola quando stavo male, mi ha chiamato tutti i giorni per sapere sinceramente come stavo. Se la cura di chi ti ama è oro, quella disinteressata di chi non ti conosce non ha prezzo e poi la vita fa veramente ricami inaspettati. 
Ringrazio tutti gli specialisti che si prendono cura dei professionisti. 
In modo speciale, ringrazio il Dott. Vittorio Lodolo D' Oria che da anni si prende cura dei docenti (uno dei pochi se non l'unico) e Terenzio Traisci che con la sua comunicazione ironica ed efficace riesce a cogliere il segno. Di solito non consiglio libri che non ho letto, ma sul suo ci metto la mano sul fuoco. Già dal titolo. Sarà il primo del 2020 




Infine, "at last but not least" , ringrazio chi si è preso cura di me fin dall'eternità e insieme al salmista mi sento di implorare continuamente la sua cura paterna. 
"Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all'ombra delle tue ali"  Salmo 17 
Hayat Francesca Palumbo 

venerdì 1 dicembre 2017

A come abbraccio, la via più breve tra due cuori ...






Maria Rosanna Cafolla Abbracciami Puntasecca su PVC 


Dedicato a Michele 
i cui abbracci hanno cambiato la vita di molte persone... inclusa la mia. 
 Possiamo solo cantarti  con tutto il cuore quel canto che ti piaceva tanto, anche in arabo 
  ...  شكرا
Grazie, infinitamente Grazie per tutto quello che gratuitamente hai dato. 


Si fa presto a dire abbraccio. Un semplice gesto da sempre presente dell'espressione dell'affettività dell' "essere umano", una manifestazione fisica che ha effetti benefici riconosciuti sia a livello corporeo che psicologico (come per esempio il rilascio di endorfine).(1)
L'abbraccio si può manifestare in vari modi. Possiamo avere un  abbraccio integrale o chiamato anche "fagocitotico"; abbraccio "aperto" stile mamma chioccia, un abbraccio "multiplo" per creare unità e spirito di gruppo in vari ambienti; un  abbraccio di perdono o riconciliazione dopo un conflitto; un abbraccio che supera le incomunicabilità, per esempio quando qualcuno manifesta segni di crisi emotive e infine l'abbraccio passionale che fa risalire energie vitali sopite. Sarebbe infatti più coretto parlare di "abbracci" invece che di "abbraccio".





Ad una riflessione più profonda ed attenta  l'abbraccio è un paradigma che declina una vastissima gamma di realtà, a più livelli.
In questo percorso, spazieremo tra cellule, arte, cosmo e spiritualità cercando di "abbracciare l'abbraccio " in tutti i suoi significati.


L'abbraccio: creazione di uno spazio vitale


Volendo volare con la mente e riflettere sul significato esteso della parola "abbraccio", possiamo sottolineare in esso il concetto di "circondare" o "cingere". Come biologa, la prima cosa che mi viene incontro nei miei pensieri a tal proposito è la cellula, che altro non è che una delimitazione di uno spazio chiuso, un microcosmo dove è possibile intraprendere il primo passo verso l'esistenza.
D'altronde, ai primordi della vita, con una visione un po' "Biosofica" o "Biopoetica", la cellula è nata da un abbraccio, o meglio da una schiera ordinata di molecole che si "abbracciano".
Mi spiego meglio: tutti noi sappiamo che la membrana che delimita le nostre cellule, la membrana cellulare, permette l'instaurarsi di un ambiente chiuso  che contiene tutti gli organuli necessari per la vita cellulare. Se dissotterriamo le rimembranze liceali, molti ricorderanno che questa membrana è formata da una schiera di molecole chiamate fosfolipidi, formate da una "testa" e da una "coda" che si dispongono una di fronte all'altra per un  gioco di interazioni chimiche. Queste "code" fin dai tempi dell'Università, mi hanno sempre ricordato due braccia che protendono verso altre braccia.


Raffigurazione di una membrana plasmatica 

Insomma, tante molecole che protendono nell'abbracciarsi disposte in una schiera ordinata che delimita l'unità fondamentale della vita. Proseguendo la metafora biologica, possiamo dire che così come la cellula è l'unità fondamentale della vita, l'abbraccio è l'unita fondamentale della nostra affettività.
Come tante cellule vanno a formare dapprima tanti tessuti e in seguito tanti organi, i nostri abbracci nel corso della nostra vita vanno a formare un vero e proprio tessuto esistenziale, un "humus" da cui nasceranno e svilupperanno e intesseranno gli elementi fondamentali del nostro Essere, quali accettazione e riconoscimento della nostra identità, autostima, espressione dei nostri sentimenti.

Il primo abbraccio non si scorda mai. 

A ben pensarci tutti noi proveniamo da un abbraccio. L'abbraccio di chi ci ha generato, l'abbraccio fecondo dei nostri genitori. Da quell'abbraccio intriso di eros, passione e fecondità, nasce una relazione che rimarrà unica ed imperitura. L'abbraccio materno nel grembo femminile è un abbraccio pieno, totalitario, intessuto da scambi continui tra madre e figlio. Un lungo abbraccio di nove mesi, nel quale tutto il corpo partecipa alla creazione di un ambiente vitale. Un dialogo ininterrotto con un linguaggio sorprendente, inaspettato. In questa comunicazione tra due interlocutori che non si vedono ma si sentono e si vivono vicendevolmente, lo scambio di informazioni si manifesta con un flusso ininterrotto di molecole chimiche, sentimenti, emozioni: è l'abbraccio è vita, è creazione di un microcosmo di pace, sicurezza, serenità.
Come dimenticare l'abbraccio materno? Un abbraccio viscerale che negli anni non perde mai il suo sapore ancestrale.



 

L' abbraccio ispira, dalla poesia all'architettura passando per la pittura.

L'abbraccio ha da sempre ispirato poeti, pittori, artisti di ogni tipo.Vista la sua grande potenzialità comunicativa, l'abbraccio rappresenta una eccellente raffigurazione di una lunga serie di messaggi da trasmettere, come amore, accoglienza, ascolto, perdono. I significati di un abbraccio possono essere vari, come ci ricorda Pablo Neruda.



Quanti significati sono celati dietro un abbraccio? 

Che cos’è un abbraccio se non comunicare, condividere

e infondere qualcosa di sé ad un’altra persona?

Un abbraccio è esprimere la propria esistenza
a chi ci sta accanto, qualsiasi cosa accada,
nella gioia e nel dolore.
Esistono molti tipi di abbracci,
ma i più veri ed i più profondi
sono quelli che trasmettono i nostri sentimenti.
A volte un abbraccio, 

quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno, 
fissa quell’istante magico nell’eterno. 

Altre volte ancora un abbraccio, se silenzioso,

fa vibrare l’anima e rivela ciò che ancora non si sa

o si ha paura di sapere.
Ma il più delle volte un abbraccio
è staccare un pezzettino di sé
per donarlo all’altro
affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”
Pablo Neruda“Poesie D’Amore E Di Vita”



Innumerevoli sono gli artisti che hanno raffigurato di abbracci. Abbracci tra amanti, tra madri, come quelli meravigliosi e variopinti di Klimt. Abbracci di tenerezza, che esprimono tutta quella morbidezza, propensione alla cura e protezione di cui solo le madri sono capaci.






Abbracci di perdono, riconciliazione, come quello tra padre e figlio di Rembrant, prendendo spunto dalla parabola del figliol prodigo. Abbracci mascolini pudici, riservati come da codice di intimità maschile prevede, ma non per questo meno commoventi  












Ma l'abbraccio non si limita ad essere rappresentato solo con pittura e scultura. Possiamo estendere il concetto di abbraccio ad una dimensione più ampia che considera non solo due singoli ma una dimensione collettiva e sociale. Un esempio pratico di ciò è nella nostra splendida città di Roma. 
Ogni turista che si affaccia a piazza San Pietro, si sente dire che il colonnato è stato costruito come simbolo dell'abbraccio della Chiesa nel mondo. Questa bella immagine poetica, è solo la punta dell'iceberg. In un bell'articolo di Antonio Venditti (1), vengono spiegate le intenzioni del Bernini. Non solo un abbraccio tout court di accoglienza, ma l'abbraccio di San Pietro crocefisso con la cupola per mitra in quanto primo Vescovo. Insomma, come dire, la Chiesa sofferente nel sangue dei martiri  che abbraccia l'Umanità anch'essa sofferente. 





schizzo del Bernini (2)



Abbraccio e spiritualità: il circolo della Vita. 

In diverse religioni, sono numerosi i riferimenti sia diretti che indiretti agli abbracci. I devoti della Madonna meditando i misteri del Santo Rosario non fanno altro che contemplare una serie di abbracci: l'abbraccio caritatevole tra Maria e Santa Elisabetta, l'abbraccio materno e paterno della Sacra Famiglia alla nascita di Gesù bambino, l'abbraccio di Simeone nella presentazione di Gesù al tempio, l'abbraccio che indubbiamente hanno dato i genitori di Gesù al loro figlio ritrovato tra i dottori del tempio dopo averlo smarrito per tre giorni, l'abbraccio pietoso di Maria deponendo il corpo del suo Divin Figlio dalla Croce.

Beato Angelico - La visitazione 

La natura circolare poi dell'abbraccio apre la mente a una serie di riflessioni,che ci possono portare a una miriade di accostamenti e speculazioni. Ci basti pensare per esempio alla simbologia in alcune religioni orientali per esempio nei Mandala o alla danza del Cosmo dei Sufi.


Abbracciami. M.R Cafolla 




La circolarità dinamica dell'abbraccio come la immagino io trova esatta rappresentazione in "Abbracciami" di Maria Rosaria Cafolla. Questo guizzo dinamico e tondeggiante sembra quasi voler avviluppare e custodire le più intime emozioni, come a voler iniziare un ciclo di un movimento attivo e vitale. "Abbracciami" sembra voler avvolgere la nostra più profonda interiorità, portandoci ad un sentimento di confidenza e di abbandono come se fossimo rilassati in braccia familiari. Questo tema della circolarità e del dinamismo lo ritroviamo nei danzatori Sufi. La simbologia di questa danza non è solo data dal luogo comune collettivo di "arrivare all'estasi". Si tratta anche di un esercizio di auto-consapevolezza di sé e di acquisizione di un'imperturbabilità interiore. I danzatori Sufi, come potete vedere nel video, iniziano la loro danza con una posizione in cui ciascuno abbraccia se stesso, con la mano sinistra sulla spalla destra e con la mano destra sulla spalla sinistra.




Solo dopo essersi abbracciati aprono le loro braccia quasi a voler avvolgere a loro l'universo intero, insegnandoci così che solo dopo aver preso consapevolezza del nostro Io più profondo possiamo aprirci in abbracci cosmici. Il gesto di abbracciare se stessi è infatti propedeutico per poter abbracciare il prossimo. Come dire: abbracciarsi per abbracciare, accogliersi per accogliere, amarsi per amare ricordando il detto Evangelico "Ama il prossimo tuo come te stesso" che possiamo riformulare per estensione "abbraccia il prossimo tuo come abbracci te stesso". In questo modo riscopriamo ancor di più l'importanza del prenderci cura di noi per poter dare il meglio, in modo tale che i nostri abbracci possano  fare la differenza e dare qualcosa di veramente consistente, qualcosa di profondo che possa cambiare la vita delle persone. Riferendoci al testo presente nel video, possiamo dire che :

"La vera storia di un abbraccio è tutta interiore". 

Uomini speciali per abbracci speciali 

All'inizio di questa riflessione, ho nominato Michele. Quest'articolo infatti è nato per ricordarlo ad un anno dalla sua morte. Molti si chiederanno chi fosse, ma non credo sia importante o opportuno lanciarmi in questa sede in ricordi stucchevoli. Non basterebbe un'enciclopedia per ricordare quello che ha rappresentato non solo per me ma per tantissime persone.
Credo sia invece importante ricordare e ricordarci che ci sono uomini speciali per abbracci speciali. Ci sono uomini che riescono con un abbraccio consapevole e sincero ad aprire i cuori, consolare dolori più profondi, accogliere gli esclusi o chi si sente tale.
Ci sono uomini che hanno fatto dell'abbraccio un vero e proprio canale comunicativo privilegiato, un linguaggio non verbale efficace più di mille parole. Ci sono uomini che con un abbraccio riescono ad anticipare l'espressione di bisogni affettivi e necessità emotive nei più piccoli fremiti. Michele era uno di questi. In tanti anni, l'ho visto dispensare abbracci generosi ad una miriade di persone: bimbi, giovani, vecchi, ad ognuno con la massima cura e dedizione, facendoci sentire unici e irripetibili e insegnandoci che  l'abbraccio è la via più breve tra due cuori.

Quando perdiamo qualcuno di caro, oltre al dolore del distacco emotivo c'è il dolore per la mancanza dei piccoli gesti fisici, tra cui gli abbracci. Gli abbracci di Michele mancheranno a tantissime persone. Ma forse, invece di soffermarci su quello che non potremmo più avere potremmo far tesoro di quello che abbiamo avuto. Magari così, dando ciò che abbiamo ricevuto, potremmo imparare noi a dare abbracci che possano cambiare la vita della persone, così come Michele (Padre Ludovico), ha fatto con noi.
Nel desiderio di essere abbracciata, desiderio dai contorni sempre più sfumati ed eterni, ti posso scrivere solo due righe.



Abbracciami
nell’intimità del tuo cuore
abbracciami
nelle pieghe del mio dolore
nelle gioie dei miei traguardi
abbracciami nel tempio della tua accoglienza

Il tuo abbraccio
sarà per me protezione di un grembo materno
i nostri cuori uniti
impareranno a librarsi insieme
in una mistica danza
Sarà l’albore di due nuove vite.

Hayat Francesca Palumbo in memoria di Michele Fazzone....Padre Ludovico o.f.m. 




Per approfondimenti e curiosità 

(1)  effetti fisiologici dell'abbraccio
https://elenacaparellopsicologa.wordpress.com/2017/03/02/ecco-spiegato-leffetto-dellabbraccio/


(2) L'abbraccio di piazza san Pietro. http://www.specchioromano.it/fondamentali/Lespigolature/2005/Aprile%202005/Il%20colonnato%20di%20San%20Pietro,%20un%20abbraccio%20di%20fede%20e%20arte.htm

martedì 29 novembre 2016

D come distacco. Il dono di lasciare andare e di lasciarsi andare




Un giorno chiesi alla mia Guida,  con un tono tra lo stupito e il provocatorio:
"Padre, come hai fatto a tenermi accanto a te per tutti questi anni? "
Lui mi sorrise, e indicandomi la porta spalancata disse :
"Così"

Io non capii.
Mi domandai che cosa c'entrasse la porta.
Lui notando un certo smarrimento nei miei pensieri, mi fece un sorriso pieno di amore e mi spiegò.
"Ho sempre lasciato la porta aperta. Ho sempre lasciato che tu fossi libera di andare via. Ma nello  stesso tempo, ho sempre cercato di darti le primizie, le cose migliori che non potevi trovare oltre la porta, per farti scegliere di rimanere".
Questa è la pienezza dell'amore.
La capacità di distaccarsi dal bene proprio per fare il bene dell'amato. Lasciare la porta aperta per condurci alla scelta di rimanere.
E in un' antonimia solo apparente capii così che il distacco è la base dell'unione.
Solo distaccandomi sono integro e libero di realizzare un unione perfetta con colui che amo.
Infatti, come mi ha insegnato la mia guida, l'unione perfetta non è tra due metà, ma tra due persone complete. E per essere prima una persona completa, devo essere distaccata, trovare il mio baricentro, la mia completezza.
Solo così potrò dare le cose migliori, le primizie.
Ed echeggiano oggi, come profezia compiuta, le parole di Gibran

" Sarà forse il tempo della separazione il tempo dell'unione?"

Oggi è per me così.
Tu mi hai lasciato la porta aperta per 30 anni, ed io ti sono rimasta vicino, perché mi hai dato cose che da nessuna parte avrei trovato.
Ma la vita poi ti porta a dare ciò che hai ricevuto.
E quando è toccato a me lasciare la porta aperta,
non sono stata così brava come mi hai insegnato.
Per settimane non ho voluto lasciarti andare, dicendomi che qui saresti stato meglio, in mezzo a tanti che ti hanno sempre amato, seguito e sono la tua famiglia.
Mi sono piazzata davanti a quell'uscio, a guisa di guardia  che non lascia passare nessuno, come un cerbero che cerca di controllare i potenziali minimi movimenti. Ma mi sono dovuta arrendere. Ci siamo tutti dovuti arrendere.
Abbiamo lasciato la porta aperta, con un flebile residuo di speranza che tu rimanessi.
Ma il tuo bene non era questo. E ci siamo convinti a lasciarti andare, e a lasciarci andare, come il salice. Come il salice che si piega sotto il peso della neve, i nostri cuori si sono piegati sotto il peso del dolore.
Con tanta difficoltà, ci siamo impegnati a lasciare scorrere il fiume di grazia, fiume che non può essere arginato, fiume per il quale nessuna diga può essere predisposta.
E, paradossalmente, proprio adesso che ti abbiamo  lasciato andare, ti viviamo più vicino, lasciandoci inondare da tutto ciò che ci hai dato, senza dighe né argini



venerdì 18 marzo 2016

Chi sono Io


Mi presento. Il mio primo nome è Hayat. In arabo significa Vita. Pochi eletti mi chiamano con il mio primo nome. Per gli altri sono Francesca. Sui documenti sono Hayat Francesca Palumbo.
Ho vissuto in Algeria fino agli otto anni, in un clima di semplicità (obbligata), spensieratezza e incontri speciali che sono stati fondamenta della mia vita. 
Da piccola volevo fare la scrittrice. Volevo fare anche la paleontologa. Non avevo minimamente idea di cosa fosse ma amavo il suono ridondante di questa parola. In seguito ero convinta che avrei fatto l'antropologa, forse anticipando il grande amore che, nonostante tutto, nutro ancora per il genere umano e le sue radici. 
Ho compiuto studi scientifici presso la scuola francese immersa in un ambiente multilinguistico e multiculturale.
E non potevo fare altro che la facoltà di biologia seguendo la traccia "nomen omen".
La mia laurea è una delle poche cose di cui vado veramente fiera anche perché l'anno prima della tesi volevo mollare tutto. Le cose migliori della mia vita hanno questo leitmotiv.
Dopo la laurea sono riuscita ad entrare nella famigerata Ssis per poter conseguire l'abilitazione all'insegnamento. Il mio obiettivo di allora? Instillare alle nuove generazioni l'amore per la vita usando il cavallo di Troia della biologia. 
Così era stato per me durante i miei studi universitari. Sfido chiunque a studiare un libro di istologia o citologia senza commuoversi per la perfezione del microcosmo di cui siamo fatti. Lo scontro con la realtà è stato impegnativo. Ma oltre a far volare i banchi e minacciare i professori, ho sempre pensato che i ragazzi siano capaci di grandi cose...basta trovare la giusta strategia per  tirarle fuori.  Per una scommessa con una mia cara amica sono riuscita a entrare nel corso di specializzazione per il sostegno. Ancora ricordo il dialogo scanzonato in un clima  di allegra pseudo-competizione con il qule decidemmo di fare domanda: "A Francè, c'è questo bando per titoli...Scommettiamo che ci rientriamo? " " A Stefà... Chettedevodì...Famolo... Vediamo chi si colloca più in alto...". Rientrate tutte e due. Ovviamente tra i primi posti. E si è aperto un mondo a me sconosciuto. Il mondo del sostegno scolastico. Un mondo difficile, contraddittorio, conflittuale. Un mondo dove se non sei più che equilibrata rischi di spezzarti sotto il peso della sofferenza inevitabile che ti circonda e l'indifferenza ottusa di colleghi che non riescono proprio ad affrontare la realtà umana dell'handicap. E ti prosciughi senza accorgertene, facendo la fine della rana bollita. Ma nonostante tutto è il mestiere più bello. Finché reggo spero di farlo il meno peggio possibile. Oltre il lavoro cerco di tener su la mia famigliola. Ho una famiglia essenziale. Io e il mio sposo. Sposati da quasi 7 anni, abbiamo avuto un inizio traumatico e un proseguimento ancor più conflittuale. Ma ci siamo ancora. Allegramente e tenacemente. Non solo per amore ma anche, detta alla romana "pe' tigna", con la fiera determinazione di due segni con le corna. Un toro e un ariete non possono far altro che scornarsi. Ma in quanto a determinazione mio marito non ha pari. Dario è un mostro di tenacia e testardaggine, oltre che essere un giocatore di scacchi. Mi ha conquistata così, con un gioco strategico durato anni tra i miei proclami di non luogo a procedere e i suoi di perseveranza a prescindere. Siamo due teste particolari piene di contraddizioni, limiti e difetti. Ma la cosa che ci unisce è la buona volontà nel migliorare.
Contrariamente alla Cirinnà (consentitemi la battuta), noi non abbiamo figli non umani.
Non riusciamo proprio a fare nostra la compensazione affettiva di cani, gatti e similari. L'amore che ti può dare un essere umano è insostituibile e non ci sono surrogati che tengano. Dario con estrema autoironia dice, sempre scherzando, che in casa abbiamo già il nostro zoo, tutto concentrato in una persona: lui! A volte orso, a volte scimmione, a volte cinghiale, a volte ippopotamo (soprattutto quando si lava in bagno). Ci divertiamo con poco: nomignoli e battute scherzose. Frequentiamo persone rigorosamente umane e la nostra casa è frequentata da amici, famiglie, bimbi e anziani, ricordando le radici della mia famiglia di origine, numerosissima. Non c'è vita senza relazione, comunicazione e condivisione. E noi siamo sempre pronti ad aprirci. Ma a una sola condizione ferrea: che ci sia sempre in massimo rispetto nei rapporti senza ingerenze affettive o prosciugamenti emotivi. Una delle nostre sfide più importanti: costruire rapporti equilibrati e costruttivi, nei quali si possano condividere e comunicare chiavi che portano alla crescita e alla scoperta della bellezza della vita. Il resto lo scoprirete strada facendo.

Foto con maglietta "Who am I" gentilmente concessa dallo studio fotografico "Nuvola Bionda".