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martedì 19 marzo 2019

O come onda...tra arte e tempeste









“C'è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano.” 
Seneca 

Iniziando a leggere "The Tempest" di Shakespeare ad una mia alunna, mi sono ritrovata a meditare sul ruolo delle onde nell'arte. Immagino così Prospero, il protagonista de "La Tempesta", che dall'isola in cui era esiliato scatena una tempesta dalle onde altissime contro la nave dei suoi usurpatori, come se le onde avessero il potere di mondare ingiustizie e  angherie subite. E come non riuscire a meravigliarci del potere distruttivo delle onde come nel film "La tempesta perfetta", in cui le onde mozzafiato inghiottono tutto e in cui non c'è nessuno scampo alla furia della natura? Onde dal ventre insaziabile che fagocitano inesorabilmente tutto ciò che incontrano con una voracità distruttiva che non lascia tregua, senza minimamente badare ai miseri sforzi umani.



Tornando ad una visione un po' più artistica e meno "distruttrice", affascinano le onde rappresentate da vari artisti: lineamenti sinuosi e spumeggianti  che si ergono verso il cielo costituendo morbide sagome perfette e si evolvono in spirali. Ci basti pensare ad Hiroshige ed Hokusai.
Su questa tela di Hiroshige le onde sembrano  danzare ed avvolgersi in spirali di acqua in un balletto di forme liquidi e celesti. E che dire della celeberrima onda di Hokusai che ci rispecchia un principio di spirale aurea?
In tutta la sua magnificenza si erge maestosa dominando lo spazio.
Non solo nel mare ma anche nel cielo. Onde che si avviluppano in nubi, stelle e vento, come quella di Van Gogh in cui il cielo stellato si fonde in vortici luminosi che sembrano rischiarare una notte dinamica che avanza come onde sulle spiaggia.
O le onde di nebbia nel celebre dipinto di Friedrich. E noi, viandanti nelle nostre tempeste, non possiamo fare altro che contemplare in una silenziosa rassegnazione i flutti del fato.

Tutti noi siamo quell'errante. Nella nostra vita inevitabilmente siamo presi da onde e maremoti. Onde che vanno e vengono.
Onde emozionali ed affettive. Le onde dell'anima che se da una parte ci portano a buio e sofferenza dall'altra fanno emergere in noi potenzialità insperate, riportandoci per un attimo alle vere priorità di vita.
Le onde rappresentano così i maremoti della nostra anima. Una sorta di proiezione naturale dei contorcimenti del nostro spirito e delle torsioni del nostro cuore. E improvvisamente tutto ciò si fonde nell'immensità del mare o si infrange sulla roccia in un attimo di quiete. Prima che il vento porti una nuova onda in un nuovo ciclo che se da una parte ci distrugge, dall'altra incrementa la nostra volontà di vivere.

Non solo quelle del mare: le onde in senso lato e " fisico" rappresentano una costante presente nelle nostra vita. Onde luminose ed elettromagnetiche riempiono costantemente le nostre giornate: dalla cucina agli ospedali, strumenti per noi comuni sfruttano onde per funzionare e per farci comunicare a distanza. Fenomeni naturali sia a livello microscopico che macroscopico si basano sulla propagazione di onde.
Le onde vibrano, suonano e risuonano, riscaldano, illuminano, analizzano. In un singolare paradosso, le onde danno la vita e la tolgono, curano ed ammalano.  Dai biofotoni risanatori di cellule ai terremoti che frantumano in un attimo. Devastano e radono al suolo intere città.
Possiamo solo riconoscerlo: siamo in balia di onde più grandi di noi.
Siamo piccoli piccoli davanti alla vita. Non possiamo far altro che non contrastare l'onda che ci sta piombando addosso ma cercare di diventare uno con essa, in un' ottica di totale ed incondizionata resilienza. D'altronde in caso di ciclone per salvarsi bisogna tuffarsi nel suo occhio in cui la velocità del vento è nulla. Così per le onde. Non si può far altro che lasciarsi andare nel flutti e li ricordarci la nostra vera essenza. Perché solo in balìa della tempesta possiamo capire ciò che siamo e ciò che amiamo



Hayat Francesca Palumbo

mercoledì 18 ottobre 2017

F come forma.da Botero a Baumann, passando per la cellula, il viaggio della forma tra colori, funzioni ed identità






Lavorare in un Liceo Artistico ha come effetto collaterale positivo lo sviluppo di una nuova percezione visiva. L'occhio impara a nutrirsi di nuove ed inaspettate prelibatezze cucinate con gli ingredienti base di forme, spazi e colori.
Acquisendo una nuova ottica, lo sguardo penetra nell'immagine, sviscerandone significati e contenuti o semplicemente beandosi in essa, come in una piscina cromatica. In ogni immagine che percepiamo, sia un' opera d'arte, sia una realtà fisica, la forma non solo ne determina la natura ma ne diventa anche chiave di interpretazione. Nascono così varie considerazioni e voli pindarici sul concetto e sulla percezione delle forme in ambiti che spaziano dall'arte alla biologia, dalla poesia alla sociologia, riconoscendone l'importanza fondamentale.

L'apoteosi della forma nella pienezza di Botero 

Ho avuto il piacere di gustare qualche mese fa la mostra di Botero a Roma, in compagnia di una amica. Durante questo piacevole momento, ho iniziato a riflettere sul concetto di forma, iniziando un percorso mentale che in seguito si è rivelato generoso in nuove ed inaspettate diramazioni.
Si può tranquillamente affermare che Botero sia un maestro della forma.
L'attrazione verso le forme rotonde è infatti la sua carta d'identità, la sua caratteristica distintiva.  Richiamato inesorabilmente dalle rotondità, è riuscito a plasmare con esse ogni tipo di realtà del suo vissuto artistico.

"Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. Prima adotto una posizione per istinto, e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla." Botero 


Botero- Ragazza con fiori 

Botero-La Muerte de Pablo Escobar 


Le forme scelte da Botero sono un vero e proprio linguaggio, un alfabeto artistico con il quale riesce a comunicare qualsiasi tema. Si arriva in questo modo all’esaltazione di tutte le forme tramite l’iperbole della fisicità. Tra le tele della mostra ho incontrato femmine vere, sensuali nella piena apoteosi della loro maternità. Donne “burrose”, sinuose, gioconde e feconde, ma non solo. Ci troviamo davanti ad un vero e proprio canale comunicativo iconico che riesce a tradurre qualsiasi realtà, dall'arte (Monna Lisa), alla religione (ci basti pensare ai ritratti del clero), dai politici ai ritratti di scene di vita familiare e conviviale, dalla sua descrizione di avvenimenti drammatici, come la morte di Escobar, ai famosi soggetti circensi.
Ricordiamo anche il Gesù di Botero: un Cristo in croce che ci riporta in pieno al “Cristo ha voluto prendere forma umana” e che forma, aggiungerei.
Un Cristo veramente umano, in tutto, anche nella fisicità.  Insomma un tripudio di forme.


Botero- Cristo crocifisso 

Le forme di Botero racchiudono generosamente materia e sopratutto colore, che risuona grazie all'effetto "grancassa" di ogni linea curva e morbida.
Persino le nature morte di Botero invitano alla generosità delle forme. Una vera e propria apoteosi e godimento alla vista. Sfidando le norme della prospettiva, rende ancor più munifica la generosità intrinseca della natura.
Questa sorta di "Teologia rotonda" di Botero ci mette a nostro pieno agio, suscita sentimenti di simpatia e invita tutti noi, magrolini, rotondi e "normodotati" a riflettere sulle nostre forme e a riconciliarci con esse. Dobbiamo avere la consapevolezza che la forma che assume il nostro corpo durante gli anni non solo è legata all'espletamento di tutte le nostre funzioni vitali ma è anche (e sopratutto)  lo specchio del nostro vissuto interiore.

Busto di Aristotele



Malattie, depressione, disturbi alimentari, attività fisica, massaggi influenzano la nostra forma e fanno di noi, agli occhi più sensibili ed attenti, un libro aperto dove è possible leggere gli avvenimenti salienti della nostra vita. In altre parole, la forma del nostro fisico può diventare la parte visibile del nostro invisibile.
Se coltiviamo il desiderio di cambiare "forma", dobbiamo riflettere sul fatto che sarebbe meglio prima cambiare e sanare il contenuto. Insomma prendendo spunto da Aristotele, non possiamo cambiare forma alla candela senza agire sulla cera.


Compenetrazione tra arte e  forma: una sola Arte in più forme 

La forma non è solo data da linee e colori, ma può essere definita da parole, come pennellate in un quadro. Leonardo da Vinci paragona non  solo la pittura ad una "poesia che si vede e non si sente " , ma anche la poesia ad una "pittura che si sente e non si vede" associando ineluttabilmente queste due forme artistiche. La ricerca della forma perfetta nella poesia è stato il motore della poesia Parnassiana del 19esimo secolo. Ricordiamo brevemente a tal proposito Theophile Gautier, per il quale la parola va cesellata, scolpita, plasmata, proprio come un gioiello.  Per il poeta parnassiano, bisogna dare forma alla parola proprio come ad una scultura, riecheggiando così Michelangelo. Ritornando alla metafora di Leonardo da Vinci, ricordiamo che nella storia abbiamo innumerevoli esempi di connubio tra pittori-poeti e  pittura - poesia.





Pensiamo per esempio all'amicizia profonda, quasi sfociata nel sodalizio tra il poeta Beaudelaire e il pittore Delacroix. Ricordiamo che Beaudelaire scrisse diversi saggi ed articoli su Delacroix in occasione dei Salons, esposizioni Parigine nel 1845 - 1846 ed in occasione della morte del pittore.
Per i francofili propongo il seguente testo:

" Je crois, monsieur, que l'important ici est simplement de chercher la qualité caractéristique du génie de Delacroix et d'essayer de la définir; de chercher en quoi il diffère de ses plus illustres devanciers, tout en les égalant; de montrer enfin, autant que la parole écrite le permet, l'art magique grâce auquel il a pu traduire la parole par des images plastiques plus vives et plus appropriées que celles d'aucun créateur de même profession, - en un mot, de quelle spécialité la Providence avait chargé Eugène Delacroix dans le développement historique de la Peinture." 


Baudelaire ci parla in sintesi di "un'arte magica" che permette la traduzione della "parola" in "immagini plastiche".
Rimbaud farà di più, nella sua celebre poesia Voyelles associando prima vocali a colori e in seguito accostando ognuno di questi binomi ad una vera e propria visione.
Un continuo transitare di sinestesie, un flusso ininterrotto tra forme cromatiche e alfabetiche in una coreografia vitale dalla quale prendono forma le visioni del poeta "voyant" come si definiva Rimbaud.



Nella sua raccolta di "Illuminations", la sua poesia va oltre il colore, giungendo alla consistenza di vere e proprie visioni di luce e colore.

Le forme in natura: Form is function

Durante i miei anni di Università, rimasi letteralmente folgorata dalla presa di consapevolezza dello stretto legame tra forma e funzione. Sembra banale, scontato, lapalissiano. D'altronde anche un bimbo si rende conto che una forchetta ed un coltello hanno forma diversa perché servono a fare cose diverse. Se ne è reso conto l'architetto L.H. Sullivan, definito come il primo architetto moderno Americano, che non poteva esprimere meglio questo concetto :

 «Tutte  le  cose  in  natura hanno un aspetto, cioè, una forma, una sembianza esterna,  che ci spiega che cosa sono, che le distingue da noi stessi e  dalle altre cose. Senza dubbio in natura queste forme esprimono la  vita  interiore  dei  sistemi  naturali,  la  qualità  originaria,  di  animali, alberi, uccelli, pesci […]. Nella traiettoria del volo  dell’aquila,  nell’ apertura  del  fiore  di  melo,  nella  fatica  del  lavoro  duro  del  cavallo,  nello  scivolare  gaio  del  cigno,  nella  ramificazione della quercia che si aggroviglia intorno alla base  nel movimento delle nubi e sopra tutto nel movimento del sole, la  forma  segue  sempre  la  funzione,  e  questa  è  la  legge.  Dove  la  funzione  non  cambia,  la  forma  non  cambia  […].  È  la  legge  che  pervade  tutte  le  cose  organiche  e  inorganiche,  tutte  le  cose  fisiche e metafisiche, tutte le cose umane e sovraumane di tutte  le manifestazioni concrete della testa, del cuore, dell’anima, che  la vita è riconoscibile nella sua espressione, che la forma segue  sempre la funzione. Questa è la legge» (1)   


Di esempi in tal senso in natura ne abbiamo veramente a migliaia. Riflettiamo per esempio sulla grande varietà di forme di foglie e radici adattate all'ambiente: la forma fa la differenza tra vita e  morte.
Negli ambienti estremi e desertici, ci imbattiamo in forme tenaci, caparbie, resistenti alle intemperie. Forme perfette, efficaci, forme che sfruttano ogni minimo spazio, ogni possibilità infinitesimale, ogni strategia possibile per slanciarsi alla vita.

esempi di adattamenti delle piante in ambienti xerici 

Ragionando sul concetto di forma e funzione a livello più profondo, non possiamo far altro che spalancare il cuore e la mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Se consideriamo che ogni organismo deriva da un'unica cellula secondo il celeberrimo motto  che Omnis cellula e cellula, non possiamo fare altro che stupirci dalla varietà di forme e funzioni cellulari.

Consideriamo per esempio astrociti e globuli rossi. Parafrasando un celebre film, sono "così vicini" uniti dalla loro origine cellulare primordiale, e "così lontani", differenziati nella loro funzione  pienamente contraddistinti nella loro forma.

Ragionare in modo approfondito su questo legame intrinseco spalanca cuore e mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Come non affascinarsi sulla perfezione di una cellula? Come non perdersi nella vastità del mare dendritico di una cellula di Purkinje nella perfezione delle sue ramificazioni?

Cellula del Purkinje (2) 

Come non commuoversi nella contemplazione di micro-organuli presenti nella cellula? La culla della vita è questa, tra forme rotondeggianti e perfette che danzano nello spazio della membrana cellulare. Letteralmente estasiata  nella contemplazione della perfezione della biologia cellulare ebbi nel corso dei miei primi anni universitari una sorta di rinnovata conversione nella quale presi profondamente consapevolezza dell’unione inscindibile tra scienza, fede e bellezza.
Le forme biologiche sono talmente armoniche, affascinanti e oserei dire "ipnotizzanti" che hanno  persino ispirato collezioni di gioielli.








La forma della forma: spirali e motivi matematici ricorrenti 

Ma la forma non solo è intrinsecamente legata alla funzione ma alla natura della forma stessa. Andando in profondità, osserviamo che la natura usa una sorta di  paradigma creativo che declina sia microcosmo sia  macrocosmo. Già in epoca antica, dalle prime civiltà agli antichi Egizi, in seguito con Fibonacci nel Rinascimento, fino ai nostri giorni, con lo studio della bio-matematica e dei frattali, la sezione aurea sembra costituire il modulo della tassellatura dell'Universo. Osserviamo così un  unico motivo matematico che si ripete nella sua identità nelle galassie, nel corpo umano, nella corolla di un girasole e nell’ embriogenesi di un gasteropode.









Esempi di spirali auree in natura


Un motivo ripetuto: dalla  morfologia botanica alle galassie. 


 Gli  studi di Leonardo Fibonacci  e in seguito quelli del frate francescano Luca Pacioli che ha pubblicato proprio sulla sezione aurea il trattato Divina Proportione, illustrato dallo stesso Leonardo, hanno dato via ad una nuova consapevolezza, una nuova visione del concetto di armonia nell’arte . Sono numerosissimi i capolavori soprattutto di Leonardo, in cui ritroviamo l'intelaiatura della spirale, del triangolo o del quadrato aureo.


L' Uomo vitruviano  e spirale aurea 

La Gioconda e la spirale aurea 




S. Girolamo di Leonardo e rettangolo aureo 

Annunciazione di Leonardo e triangolo aureo 


La forma così diventa pura armonia e bellezza. Inevitabilmente la visione di tali forme armoniche e così perfette non può fare altro che suscitare percezioni sensoriali di piacere,  rilassamento, di appagamento, che tutti noi abbiamo provato davanti ad un'opera d'arte.

Forma e società

In questo percorso in cui abbiamo contemplato la perfezione delle forme, possiamo anche fare il ragionamento inverso. Abbiamo visto che nella forma può risiedere armonia, pienezza, unità.
Ma quando manca una forma? Quando la compattezza e l’identità di un’unità fisica, biologica o anche sociale vengono meno?
Posso avere vari effetti. Un effetto che chiamerei “ameboide” nel quale come in un’ameba senza forma definita, la realtà perde le proprie connotazioni e caratteristiche. La realtà cambia così continuamente forma in base al substrato solido. Corpi viscidi e mutevoli fanno pensare ad identità cangianti. Dallo stato gelatinoso in questa metafora biologica a quello liquido, in una metafora sociologica il passo è breve . Ci viene incontro Zygmunt Bauman che può essere definito a tutti gli  effetti il profeta della “liquidità”, e la liquidità è assenza di forma. Nei suoi saggi, con acume e finezza, il sociologo Polacco ha analizzato le cause del disagio dell'Uomo post-moderno in crisi di identità in relazione al passaggio da una "modernità solida" alla post-modernità liquida dei nostri tempi.



Zygmund Bauman 







 Il problema attuale della nostra società sembra essere proprio questo: la perdita di forma. La nostra società non solo è "tagliuzzata" ma manca di coordinazione tra gli elementi diversi. Neanche le nostre vite si salvano, ridotte ad un accumulo di momenti che mancano di armonia, ritmo e coesione. In una parola: Vite senza forma globale o coerente ma frammentata.
Personalmente ho la percezione di vivere in una fase di disgregazione di tutto ciò che abbiamo vissuto. In un’epoca di rinnegamento di qualsiasi nostra forma (leggasi radice) storica, religiosa, culturale, familiare e biologica.
Non esiste più identità, non esiste più forma, non esiste più ruolo. Ci basti pensare alla globalizzazione in cui sempre più le identità nazionali non sono ben nette e definite. Il concetto di fratellanza e condivisione dei popoli di cultura diversa viene così male interpretato producendo  una condizione identitaria scialba ed opaca, 
Pensiamo all’appiattimento dei ruoli  e dei sessi che rende sempre più informe e vago il concetto di famiglia. Ragioniamo sulla perdita della netta definizione dei compiti e funzioni che viviamo in ogni ambito, per esempio familiare e lavorativo. Chi lavora nel mondo della scuola conosce bene questa realtà.
La perdita di forma e di "solidità sociale" ha provocato conseguenze pesanti sulla nostra emotività e la nostra psiche. Ansia, depressione, attacchi di panico, frustrazione, sfiducia, scoraggiamento. Tutte realtà che stanno sempre più prendendo piede nella nostra "Società liquida".
Concludiamo così il nostro viaggio attraverso la forma. Magari adesso guarderemo un dipinto o ascolteremo una poesia con una nuova chiave, più consapevole. Magari acquisteremo una nuova visione, più penetrante. Magari svilupperemo una nuova coscienza per la quale la forma è tutto, tutto è nella forma, tutto è forma.
Hayat Francesca Palumbo 

(1) da  L.  H.  Sullivan,  The  tall  office  building:  artistically considered, in «Lippincott’s Magazine», 57, marzo 1896.  Testo di CARLA LANGELLA    L’EVOLUZIONE DEL PROGETTO BIO‐ISPIRATO
(2) http://sammlungfotos.online/brandspdwn-purkinje-cells.htm


Per approfondimenti sulla sezione aurea e gli elementi di biomatematica, consiglio i seguenti siti: 

http://www.festascienzafilosofia.it/2014/04/sezione-aurea-la-base-di-tutto/
http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1 https://paideiaoggi.wordpress.com/2015/12/12/la-sezione-aurea-espressione-aritmetica-della-bellezza/
http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1

domenica 9 luglio 2017

I come invidia. Storia di uno sguardo bramoso.







Ognuno di noi ha incontrato nel corso della vita il sentimento dell'invidia: il più ancestrale di tutti.
Presente in ogni religione, sembra la base di ogni combattimento spirituale nel quale bene e male si affrontano. Per la religione cristiana l'invidia affonda le sue radici nel combattimento tra bene e male e tutte le nostre tribolazioni alla fine si riducono all'invidia del demonio nei confronti dei figli
di Dio.

"Per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono" Sap 2,24 .

Per i Buddisti e i Musulmani, l'invidia ha una connotazione lievemente più mitigata:  l'invidia è ostacolo al raggiungimento della pace della mente o di un cuore "infiammato".
"Non sopravvalutare quello che hai ricevuto e non invidiare il prossimo: colui che invidia il prossimo non conseguirà la pace della mente." Buddha 

"E che cos'è un cuore infiammato? "E' il cuore pio, immacolato, nel quale non c'è colpa, né ingiustizia, né colpa, né invidia" al Hakim al Thirmidhi

In ogni tempo ed in ogni religione, questo sentimento ha attraversato vasti territori temporali e geografici.
Partiamo in una sorta di viaggio illustrato dei meandri dell'invidia in modo razionale ed analitico.
Che cos'è l' invidia? Dal dizionario Garzanti:

1. sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui: avere invidia di qualcuno, contro qualcuno; provare, nutrire invidia per qualcuno; crepare d’invidia; essere roso dal tarlo dell’invidia | nella teologia cattolica, uno dei sette peccati capitali, consistente nel dolore per il bene altrui, considerato come una lesione o una diminuzione del bene proprio

2. desiderio di avere ciò che un’altra persona ha, non accompagnato però da malanimo; ammirazione, emulazione: ha una salute da fare invidia | la persona o la cosa che suscita tale sentimento: è entrato in azienda con un incarico che è l'invidia di tutti

Quindi, da una parte abbiamo un sentimento assai devastante, dall'altra abbiamo una chiave di lettura più attenuata, quella che in gergo si chiama "invidia buona", sulla quale sono da tempo impegnata in una lunghissima polemica con una mia ispiratrice di riflessioni.

Ragioniamo sul senso generale e più vasto dell'invidia.
Etimologicamente l'invidia ha una forte componente visiva (in- video. guardare male)
L'invidia nasce da uno sguardo concupiscente, avido. Uno sguardo che scruta, indaga, giudica le realtà altrui. Uno sguardo che vuole impadronirsi delle realtà viste anche se non gli appartengono. Lo stesso sguardo dell'opera di Gericault, geniale pittore francese del XIX secolo che ha ritratto le pieghe più oscure dell'umanità nella collezione di malati mentali.
Nei dettagli di questo volto cogliamo tutta l'avidità, la concupiscenza, la bramosia di uno sguardo che mira ad invadere e conquistare la sfera intima dell'invidiato.


 Theodore Gericault (1791-1824)
Alienata con monomania dell'invidia

L'invidia è dunque una bulimia di sguardi indiscreti. Non a caso nella Divina Commedia, gli invidiosi sono sottoposti al castigo che più gli si addice: hanno le palpebre chiuse con il fil di ferro. Come un mettersi a dieta dopo aver fatto i bagordi.

Ma quali sono le radici dell' invidia?
La radice principale è una non conoscenza e non accettazione delle proprie realtà associata ad una bassa autostima.
Invidio perché sono insoddisfatta di quello che ho. O meglio sono insoddisfatta di quello che credo di avere o che credo di non avere, e allora quando mi imbatto in qualcuno che vive realtà che virtualmente vorrei vivere, scatta l'invidia.
L'invidia illude, suggestiona, mostra cose che non sono vere. Si basa su apparenze, sul primo sguardo "dentro" che quasi sempre è fallace e superficiale. Magari noi invidiamo una taglia 40 che ha problemi di anoressia, o una coppia apparentemente perfetta che nell'intimità è in conflitto. O invidiamo l'erba del vicino che a noi sembra sempre più verde ma...





Una scarsa autostima condita con un pizzico di vittimismo sono radici secondarie dell'invidia, e se ci riflettiamo bene, queste due realtà sono sorelle della non accettazione di sé. La non equilibrata conoscenza di sé con conseguente poca autostima, porta ad uno stato di immobilismo vittimistico nel quale si è più portati a fissare lo sguardo sull'altro che su se stessi.

Come si manifesta l' invidia?
Prima manifestazione, intrinsecamente legata alla radice etimologica, è la curiosità. L'invidia è curiosa, indagatrice, manca di discrezione.
Segue la volontà dell'invidioso di sminuire chi sta accanto. La bassa autostima e i complessi di inferiorità portano ad una volontà distruttiva verso il prossimo. Volontà che fagocita una più sana e ragionevole volontà costruttiva verso se stessi.  Mi spiego meglio. Sempre con l'esempio della taglia 40. Invece di coltivare una volontà costruttiva e di miglioramento nei miei confronti mettendomi a dieta e facendo sport, coltivo una volontà distruttiva verso il prossimo con giudizi del tipo "Ragazza bellissima  ma è un' oca" oppure "guarda che sedere che ha".
Si instaura un gioco perverso di alternanza tra fasi di distruzione e incensamento. Perché l'invidioso così è: diviso in se stesso, tra ammirazione e denigrazione, tra amore ( malato ) e odio. Viene così ingoiato una una vorticosa ciclotimia tra emulazione e calunnia.
E cosi abbiamo l'invidia che se da una parte ha uno sguardo anelante e quasi adorante verso la Gloria, contemporaneamente cerca di spennarla per impedire che essa voli, come nel quadro di Menageot, pittore Francese del XVIII secolo.







Un'altra manifestazione caratterizzante l'invidia è la maldicenza. Sempre per "spiumare" e deturpare cosa meglio della maldicenza? Quante chiacchiere hanno inquinato ambienti di lavoro, famiglie, comunità.
L'invidioso tesse trame di maldicenza e calunnie per immobilizzare e tarpare le ali, per insinuare il dubbio e per gettare fango per poter emergere. Questo è lo scopo dell' invidioso.
Giotto raffigura l'invidia  come una donna dalla cui bocca escono serpenti, e sembra illustrare perfettamente le parole di Papa Francesco.




La persona invidiosa, la persona gelosa è una persona amara: non sa cantare, non sa lodare, non sa cosa sia la gioia, sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ne ho’. E questo lo porta all’amarezza, un’amarezza che si diffonde su tutta la comunità. Sono, questi, seminatori di amarezza. E il secondo atteggiamento, che porta la gelosia e l’invidia, sono le chiacchiere. Perché questo non tollera che quello abbia qualcosa, la soluzione è abbassare l’altro, perché io sia un po’ alto. E lo strumento sono le chiacchiere .  
 Cerca sempre e vedrai che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo”.

Papa Francesco



La manipolazione della realtà è un' altro frutto dell' invidia. L'invidioso essendosi costruito una sorta di realtà parallela che gli fornisce un alibi ( lui ha questo, io no) farà di tutto per cercare di plasmare la propria realtà con la manipolazione. I manipolatori vogliono infatti  creare relazioni secondo la propria visione della realtà e non secondo la realtà stessa. L' invidioso tende a manipolare perché, non essendo padrone della propria realtà, deve plasmare i pensieri degli altri a proprio piacimento.

Una volta presa la consapevolezza della nefasta invidia, riflettiamo sui meccanismi di difesa che possiamo usare.
Non dobbiamo pensare a difenderci solo dall'invidia "in entrata" cioè quella che gli altri provano nei nostri confronti, ma dobbiamo accettare il fatto che anche noi siamo suscettibili dei più turpi sentimenti. Nessuno è immune. L'invidia in "uscita" dai nostri cuori è quella più subdola in quanto è difficile accettare il fatto di poter partorire tali sentimenti.

Difendersi dall'invidia esterna è semplice. La scelta delle amicizie è fondamentale. Diffidiamo da chi ci adula o è troppo curioso o vuole entrare nella nostra vita con saccenza, arroganza e prepotenza. Impariamo ad essere discreti sulle nostre cose, mettendo le tende alla nostre finestre interiori in modo da preservare la nostra interiorità da sguardi indiscreti. Insomma, come direbbe il mio Maestro "se non vuoi che qualcuno ti rompa le scatole, non dargli scatole da rompere".  E' difficile, sopratutto per chi ha un carattere spontaneo ed aperto, ma bisogna assolutamente renderci conto che non è possibile condividere tutto con tutti.

Combattere l'invidia potenziale che potrebbe nascere dai nostri cuori richiede un forte lavoro su se stessi.
Occorre lavorare molto sulla conoscenza di se, sulla consapevolezza delle nostre realtà e sulla ricerca della nostra dimensione. Impiegando positivamente e costruttivamente le nostre forze in questo lavoro, ci renderemo conto che le energie impiegate invidiando gli altri sono solo uno spreco che non ci possiamo permettere di dissipare se vogliamo crescere seriamente.

Sempre nell'ottica di un rinforzo della consapevolezza del nostro essere, un buon esercizio è la memoria della nostra storia. Il ripercorrere mentalmente la nostra vita ricordando le nostre vittorie e i momenti belli ci aiuta a riprendere quota e rende evanescente i motivi di invidiare il prossimo, in quanto prendiamo consapevolezza che, se anche sto passando un momento negativo, qualcosa di bello nella mia vita c'è stato. Se poi ci alleniamo nel ringraziamento ( a Dio per chi crede, o chi fa per lui ...vita, cielo o entità da voi considerata) allora, l'immunizzazione è pressoché completa.
Seguendo il motto "Agere contra", se l'invidioso si caratterizza dall'amarezza e dall'incapacità di gioire, allora io devo imparare a gioire di ogni cosa. Non sempre è evidente. Non sempre ci riusciamo. Ma dobbiamo sforzarci in quanto la lamentela è il primo passo verso l'invidia.
Ricordo il personaggio di Pollyanna e il suo gioco delle felicità. Trovare oggi giorno il positivo nella nostra vita non è una cosa buonistica e poetica, ma è un vero e proprio allenamento mentale, una sorta di palestra che ci permette di formattare al positivo i nostri atteggiamenti.






Vorrei concludere con una piccola riflessione su quella che alcuni chiamano "invidia buona".
Sono impegnata in questa simpatica querelle da mesi. Una persona vulcanica che suscita nella mia testa continui confronti, nelle nostre riflessioni mi ha fatto notare che da dizionario esiste "l'invidia buona". Lascio ad ognuno di voi un varco aperto in questo senso, per carità.
Sinceramente non condivido questa visione in quanto già intrinsecamente nella radice etimologica quel "in" non ha solo la connotazione di "dentro" ma ha anche una connotazione negativa dando alla parola il significato guardare male  (1) . Mal si sposa l'epiteto "buona" con una parola che ha una particella negativa, ed anche la definizione che segue specifica l'uso "improprio" del senso buono.





Invece di invidia buona, io parlerei di ammirazione, buon esempio, sprone. Se riflettiamo sulla parola compassione  (patire con) possiamo dire che "l'invidia buona" è il complementare della compassione, cioè "gioire con", ma non ho trovato un lemma che mi soddisfi in tal senso.
Se ci pensiamo bene, le persone nella nostra vita che ci hanno manifestato compassione, che hanno sofferto con noi nei momenti bui, sono pure quelle che vedendo i successi della nostra vita, hanno avuto uno sguardo benevolo e magari hanno preso forza ed incoraggiamento dalle nostre vittorie. Ma persone così sono veramente rare. Beato chi se ne circonda. E' possibile gioire senza invidia dei successi degli altri ( riprendendo il concetto di "invidia buona" ) solo se si è capaci anche di soffrire insieme nella compassione reciproca.

Hayat Francesca Palumbo

(1) https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/invidia

martedì 9 maggio 2017

M come matrimonio: capolavoro di bellezza e di dialogo.









Il 10 Maggio anche quest'anno è arrivato. Un altro anno insieme. Un altro anno di matrimonio.
Ogni anno una vittoria. Un sentimento di stupore ultraterreno misto alla soddisfazione del tutto terrena di esserci arrivati. Non solo per amore, ma anche per determinazione e decisione. Ogni anno il 10 Maggio mi vengono in mente le più disparate riflessioni sul matrimonio, questo grande mistero. Riflessioni e considerazioni che camminano insieme al mio vissuto. Quest'anno mi hanno particolarmente colpito alcune coincidenze legate a questa data.  

Correva l'anno 1508. 
Il 10 Maggio, Michelangelo Buonarroti ufficialmente accetta l'incarico di Giulio II ed inizia ad affrescare la cappella Sistina. Aveva all'epoca 33 anni. La mia età quando sono andata all'altare. Forse le cose migliori, come insegna l'esperienza, si compiono a quest'età. Nella tradizione storica, Michelangelo non voleva imbarcarsi in questo lavoro. Io non volevo più sposarmi, e ancor di più non volevo sposare Dario, per il quale avevo sviluppato, alcuni anni prima, una estrema intolleranza anche solo alla sua presenza. Poi però scatta un qualcosa, un "quid" indescrivibile che solo tu sei in grado di capire che ti fa fare cose che mai avresti pensato di fare.
E così, come Michelangelo, gli sposi si trovano davanti a questo vasto e sconosciuto soffitto da affrescare. Tra mille nuove difficoltà strutturali, come quella della costituzione della volta e dell'impiego di una tecnica pressoché sconosciuta, gli sposi sono chiamati ad un lungo e lento lavoro di affresco del loro matrimonio. Si va per tentativi, a volte usando un pigmento, a volte l'altro, cercando di limitare i danni di muffe ed umidità che rovinano colori potenzialmente brillanti. Ci si destreggia su ponteggi sospesi nel vuoto ingaggiando un vero e proprio corpo a corpo con le contrarietà.
Man mano che si procede si impara e si affina la tecnica. Come è stato per Michelangelo, gli sposi vivono momenti di frustrazione nel fallimento di scelte sbagliate che danneggiano la bellezza di quanto finora costruito, momenti di estrema stanchezza, di scoraggiamento, alternati a momenti di soddisfazione, voglia di rivincita e volontà di allargare i propri orizzonti verso la meraviglia e lo stupore di una nuova bellezza. 
Si affronta la stanchezza, mentre la salute fisica e quella psichica vengono messe duramente alla prova. I capolavori costano sacrificio, impegno e la perenne guerra contro noi stessi e i nostri limiti. Occorre picconare continuamente, proprio come era abituato a fare Michelangelo. Se non si piccona il blocco di marmo l'opera d'arte non si può manifestare in tutto il suo splendore. Il capolavoro è dentro quel blocco di marmo, forse abbandonato o svilito, bisogna "solo" tirarlo fuori, proprio come fece Michelangelo con il David. 






Un altro aspetto che mi è venuto incontro è quello del dialogo. Non ci può essere matrimonio senza dialogo e questa è la parte più difficile. Il matrimonio è uno scontro tra Titani, un conflitto tra due civiltà. In fondo, sono due persone estranee che devono convivere per il bene comune in modo pacifico. Due mondi diversi, due caratteri diversi, due vissuti diversi che devono assolutamente, per il bene di entrambi, trovare una via di unione. Un po' come il dialogo ecumenico ed interreligioso. 

Correva l'anno 1973.
Il 10 Maggio, Papa Paolo VI per la prima volta incontra un Papa Copto, Shenouda III. Un evento straordinario. Ancor più straordinaria la dichiarazione congiunta firmata (1), capolavoro di umiltà, onestà intellettuale e conciliazione. Questi due grandi uomini, pur mantenendo le loro identità e consapevoli delle differenze oggettive, cercano in modo equilibrato una via di unità, aggrappandosi ad un progetto comune. Proprio come in un matrimonio. 

"Tuttavia, nonostante siffatte differenze, ci stiamo riscoprendo come Chiese che hanno una eredità comune e stiamo cercando con decisione e con fiducia nel Signore di raggiungere la pienezza e la perfezione di quell’unità che è il Suo dono." (1) 

Correva l'anno 2013.  
Il 10 Maggio, a distanza di 40 anni, un nuovo incontro tra un Papa Cattolico e un Papa Copto. 
Papa Francesco incontra Papa Tawadros II. Il discorso di Papa Francesco è una sorta di "bilancio", una sorta di punto della situazione, come viene fatto in tutti i matrimoni, da una parte grati e soddisfatti di ciò che è stato costruito e dall'altra consapevoli delle difficoltà ancora da superare. 
Mi fa molto sorridere il fatto che Papa Tawadros II propose la data del 10 Maggio come "Festa dell'amore fraterno tra Chiesa Cattolica e Chiesa Copta Ortodossa". 




In quella stessa occasione, Papa Tawadros II invitò Papa Francesco in Egitto. Viaggio che si è appena svolto, tra mille inquietudini, polemiche ad apprensioni per gli attuali sviluppi politici. Magistrale il discorso di Papa Francesco all'università islamica di Al Azhar, ai partecipanti della conferenza internazionale della pace. Alcuni passaggi non solo aprono cuore e mente al dialogo interreligioso ma sono pienamente applicabili al matrimonio. Una vera e propria perla di indicazioni per una buona prassi matrimoniale.

"Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione." (3) 

Il matrimonio è una vera e propria scuola di vita, in cui si impara, si cresce e per un forte istinto di sopravvivenza si deve aprire il cuore alla speranza e alla condivisione.

Correva l'anno 2014. 
Il 10 Maggio Papa Francesco incontra in piazza san Pietro i lavoratori della scuola. 
Eravamo in piazza Dario ed io, a festeggiare i nostri 5 anni di matrimonio. Io nella mia fase Anti- Bergogliana (ora pentita) e letteralmente inferocita alla vista del Ministro Giannini sul sagrato, rimasi tuttavia colpita dall'appello alla speranza di questo Papa che sembrava intenerito ed anche divertito dallo spettacolo. Un invito ad andare avanti, a seminare, perché solo nel lavoro continuo di ogni giorno si può seminare il campo della vita. 
E mentre io mi lancio in considerazioni e riflessioni che spaziano dall'arte al dialogo interreligioso, mi sorge una domanda: e Dario che penserà del 10 Maggio? Che penserà del nostro matrimonio? 
Aspettandomi discorsi tra la filosofia e la metafisica, mi rendo sempre più conto che gli uomini hanno un altro range di sensibilità. 

Alla fatidica domanda a tradimento (di quelle che solo noi donne sappiamo fare a trabocchetto, nei momenti più inconsueti) "a cosa paragoneresti il nostro matrimonio?", la laconica ma efficace definizione di mio marito è la seguente: "il matrimonio è come la fusione di due grosse aziende già affermate singolarmente, ma che insieme producono più utili della somma di quanti ne avrebbero prodotti rimanendo separati".
D'altronde, ho sposato un ingegnere. Ben 8 anni orsono. 



(1) dichiarazione Papa Paolo VI e Papa Shenuda III
http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730510_dichiarazione-comune.html
(2) dichiarazione Papa Francesco e Tawadros II
https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/may/documents/papa-francesco_20130510_tawadros.html
(3) discorso di Papa Francesco a Al- Azhar
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/april/documents/papa-francesco_20170428_egitto-conferenza-pace.html


lunedì 10 aprile 2017

D come donna, D come desolata. Quando la maternità si impregna di Dolore





"Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi sanguina in petto" Ger 
8, 18. (1) 

A volte la maternità si impregna di dolore. Il dolore di una madre è un mistero infinito. Il dolore di una madre è uno schianto inenarrabile. Il dolore di una madre è pienamente incarnato nelle parole di Geremia: un cuore che soffre che fatica a battere per il suo sanguinamento.
Il dolore materno per la perdita di un figlio apre un varco verso abissi insondabili. Così Papa Francesco nella sua prima udienza del 2017, descrive il dolore di tutte le madri del mondo considerando la figura biblica di Rachele.

"Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.
Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili." (2) (3) 

Perché questo dolore è così forte, inconsolabile ed insanabile? Per capirlo, dobbiamo profondamente meditare e riscoprire la natura più intima del legame tra madre e figlio, legame che in questi tempi viene sempre più denaturato, mercificato banalizzato.
La realtà invece è che si tratta di un legame più che viscerale, che tocca sfere che vanno ben oltre la mera dimensione umana, toccando le vette dello Spirito.
 Un legame nel quale il figlio concepito imprime alla madre il carisma della compassione allo stato puro. La compassione estrema nel suo più stretto significato: patire con.
Maria  Desolata e addolorata racchiude tutto ciò che è questo aspetto della maternità umana. La compassione incondizionata con suo figlio Gesù. 

 Nel  film  "The Passion" di Gibson, c'è una scena che mi commuove profondamente, forse più di quella della crocefissione: la scena di Maria, che nella desolazione segue con il cuore i patimenti di Gesù. Possiamo contemplare così il cuore sanguinante di una madre che si prostra per terra in ricerca del dolore di suo figlio per poter soffrire con lui, in un' armonia di cuori che solo una maternità piena e consapevole può donare. 

Il mondo si dimentica queste mamme che soffrono, lasciandole sole e desolate sotto la loro croce, nel silenzio e nell'abbandono di una società che non sembra essere  più in grado né di accettare né di affrontare  il dolore. Il mondo dimentica queste madri scomode perché  ricordano all'umanità i propri crimini.
Il mio cuore va a loro. Il mio sguardo, misto a sofferenza e ammirazione per la dignità che le contraddistingue è rivolto a loro nelle varie realtà della terra.

(4) 

Madri  con figli disabili o malati terminali che devono continuamente lottare contro una logica perfezionista e consumistica per salvaguardare il diritto alla vita e alla dignità dei loro figli.
 Come la mamma del piccolo Charlie, che si vedrà morire il proprio piccolo non per l'esito della malattia ma per la decisione di un giudice. (5)



Quante madri hanno subito in ambiente medico pressioni per abortire dopo l'esito di un' analisi.
Ho conosciuto alcune di queste madri, che invece di essere state sostenute nella loro scelta sono state vessate e giudicate incoscienti.
Coerenti con la propria natura vitale, non solo hanno portato avanti gravidanze difficili ma spesso il loro bimbo si è rivelato sanissimo, a dispetto di certe superficialità mediche tipiche di un sistema sanitario che scarta sempre più chi non rientra in determinati criteri. Con buona pace di Ippocrate. 
Ci sono madri che contro ogni logica umana decidono di seguire fin dal concepimento il loro piccolo Gesù crocefisso nel grembo o mettono a repentaglio la propria vita.
 Madri ordinarie, come quelle che si rivolgono alla Quercia Millenaria, (6) e madri più conosciute, come Chiara Corbella o Gianna Beretta Molla. Queste donne insegnano bene che basta essere madre per un attimo per esserlo tutta la vita. Basta un bagliore di vita nell'oscurità di un grembo per innescare nel corpo nell'anima e nella psiche della donna un processo inarrestabile di energie sconosciute finora sopite.
Lo insegna il dolore delle donne che pur volendolo non sono riuscite a portare avanti una gravidanza nell'intima consapevolezza che, sebbene per un soffio, sono madri.




Ci sono madri nel mondo che vedono con i loro occhi sterminare i loro bimbi in guerre assurde dettate da interessi di pochi padroni. 
(7) 
Madri  siriane vivono l'impotenza di assicurare una vita degna di questo nome, asserragliate in cittadelle come Aleppo senza acqua, luce o gas.








(8)(9) 



Madri  rwandesi, che sono state picchiate, seviziate, bastonate costrette a vedere guerriglieri fare a pezzi i loro figli, o prese a botte per farle abortire.




Madri di guerre dimenticate, ignorate, di cui non si viene a conoscenza per non turbare il torpore di un occidente che non vuole essere turbato e disturbato dalle sofferenze fuori porta.

(10) 
Madri nella storia, private dei loro figli come le madri di Plaza de Mayo, che vivono il vuoto dei "desaparecidos", inghiottiti in un un vortice nero, in una tragedia della dittatura alla fine degli anni '70 che solo nel 2011 ha avuto parziale giustizia con la condanna del dittatore Videla per rapimento.




Le storie di dolore materno sono innumerevoli, rivestono l'umanità tra il tempo e lo spazio. Un dolore spesso lasciato solo, desolato, perché è difficile sostenere una madre che soffre. Solo un'altra madre che ha conosciuto il dolore può supportare una madre che soffre.
In quest'universo così intimo di sofferenza e dolore, sono rari gli uomini che riescono a penetrare questo mistero e dimorare rispettosi davanti a questa straziante oscurità.
 D'altronde, Maria sul monte Calvario era accompagnata da donne. Di tutti i discepoli, solo Giovanni è rimasto sotto la croce. In questa giornata di venerdì santo, ricordiamoci di loro, delle madri che soffrono. Contempliamo le loro lacrime. Perché il dolore di una madre è il dolore del mondo intero.


Maria Rosanna Cafolla.
"Dove trovar conforto al mio dolore".
Dipinto su seta. 

A te o Madre, che piangi la morte di tuo figlio 
nell'impotenza di ridargli nuovamente la vita
nella rassegnazione dello schianto del tuo cuore, 

A te o Madre che ti abbandoni in questo flutto di dolore
e prostrata al suolo veneri il sangue del figlio tuo
sangue della tua stessa sorgente. 

 A te o Madre che seguendo fedelmente tuo figlio nei meandri degli abissi della notte, lo accompagni verso epiloghi misteriosi e sei talmente immensa e immersa nell'amore che in quest'oceano di tormento, riesci a lasciare spazio ad una flebile speranza.  

Hayat Francesca Palumbo 






















(1) Maria Rosaria Cafolla. Dipinto su tela ispirato a Geremia 8: 18-21 .
 Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi si sanguina in petto . Ecco il grido d'angoscia della figlia del mio popolo da terra lontana ." Il Signore non è più in Sion? Il suo re non è più in mezzo a lei? "
"Perchè hanno provocato la mia ira con le loro immagini scolpite e con vanità straniere? " "La mietitura è trascorsa e noi non siamo stati salvati "
Per la piaga della figlia del mio popolo io sono tutto affranto, sono in lutto, sono in preda alla costernazione.  
(2) Papa Francesco
https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-4-gennaio-2017
(3) http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170104_udienza-generale.html
(4) http://www.mamme.it/le-frasi-mamma-figlio-disabile-non-vorrebbe-sentirsi-dire
(5) https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/londra-i-giudici-dicono-staccare-la-spina-charlie
(6) http://www.laquerciamillenaria.org/
La Quercia Millenaria dal 2005 si occupa di sostenere le coppie in gravidanza nei casi di diagnosi infausta. Grazie alla pluriennale esperienza come primo Perinatal Hospice italiano, vi indirizzera' presso gli specialisti dei migliori presidi ospedalieri di secondo e terzo livello per la presa in carico e l'eventuale approccio terapeutico materno fetale, o l'accompagnamento nei casi di malformazioni "incompatibili con la vita". Noi  crediamo che vostro figlio non sia un incidente e ci impegnamo a ridurre per quanto ci sara' possibile il grado della vostra sofferenza, offrendovi sostegno, competenza e il tempo che abbiamo a disposizione, gratuitamente. La Quercia Millenaria e' educazione preconcezionale, formazione scolastica e umana, assistenza alla Famiglia, accoglienza e accompagnamento delle gravidanze complicate da diagnosi malformative, in particolare se ad esito infausto, etica della Vita, della Famiglia e della professione sanitaria. La Quercia Millenaria non vi lascia mai soli.

(7)http://www.aibi.it/ita/essere-donne-e-madri-in-siria-oggi-tra-coraggio-violenza-e-ingiustizia/
(8)http://www.improntaunika.it/2014/04/ruanda-20-anni-dal-genocidio-la-francia-sotto-accusa/
(9)http://27esimaora.corriere.it/articolo/una-bimba-nellinferno-africanoventanni-fa-era-il-ruanda/
(10)http://www.adozione-a-distanza.info/giustizia-per-figli-dei-desaparecidos-rapiti-ondannato-dittatore-videla/

giovedì 6 aprile 2017

A come abecedario. L'alfabeto della vita.







Nell' abecedario della vita immagini profonde illustrano l'arte della scrittura. La lettera iniziale  rappresenta la genesi di una parola ed ogni parola fa scaturire  in noi un mare magnum di emozioni che risalgono prepotenti dal nostro intimo per vie ignote che si rivelano.
Questa la forza di Alphabetica. Un' intrinseca corrispondenza tra iconografia e logos. La lettera prescelta viene rappresentata dalla parola di cui è l'iniziale, in un circolo chiuso e infinito nello stesso tempo.
La mostra  "ALPHABETICA_Abecedario Grafico Contemporaneo" organizzata da Officine Incisorie  (1)  volge ormai al  termine. Vi ripropongo le incisioni delle artiste Maria Cristina Fasulo e Maria Rosanna Cafolla. Rigorosamente in ordine alfabetico. Abbiamo tempo fino a Domenica 9 per questa immersione nei meandri della scrittura.


Oblio  . Maria Cristina Fasulo 
 OBLIO

Non solo il semplice e mero scordare della mente dovuto all'inesorabile scorrere del tempo. 
Oblio è un mare profondo.
Oblio è cosciente volontà di immergersi in un' alternanza di silenzi, abbandoni e solitudini.
Oblio è traversare le stratificazioni dell' essere, interrotte solo apparentemente da una coltre di profondo buio per poi scivolare verso abissi sempre più profondi nella ricerca della quiete di una agognata dimenticanza.
Oblio è raggiungimento della stasi dei sentimenti nella scelta dell' impossibilità di alcun movimento . Solo la lieve brezza della rimembranza nella linea di orizzonte sembra accennare un flebile e debole punto di contatto con il mare dell' oblio, ma non è sufficiente per la riemersione dell' anima riscaldata nel grembo della profondità.
Hayat Francesca Palumbo 






Squilibrio- Maria Cristina Fasulo
 SQUILIBRIO 
Nell'inquieto squilibrio dell'anima, onde scapigliate si intersecano nella danza del mare.Un balletto  senza inizio e senza fine. Un mare senza riferimenti ben definiti nel quale la linea di orizzonte può diventare talvolta verticale , talvolta obliqua, talvolta continua, talvolta frammentata. Dipende tutto da dove si vuole  iniziare questo vorticoso volteggio tra lo squilibrio del cuore e quello della mente. Dipende tutto da quale onda darà il via al dinamico  scivolare delle emozioni. E così, senza resistenze, vagheremo da uno squilibrio 
all'altro raggiungendo paradossalmente ed improvvisamente la piena omeostasi dei sensi. 
Hayat Francesca Palumbo 


Significato-Significati. Maria Rosanna Cafolla 

SIGNIFICATO - SIGNIFICATI 

Sole che Sorge dal mare e si fonde nella continuità delle onde.
Sinuosità e Silenzio che si alternano in continue Sovrapposizioni. 
Sguardi Sognati che vagano tra luce e buio ...
Segno curvilineo che si imprime negli occhi. 
Significato.
Segni codificati dalle emozioni.
Significati. 
Come una Sinfonia 
E in una sinestesia cosmica, lo Sguardo richiama all'udito questa consonanza di tratteggi che la mente segue portando lo spettatore a cullarsi in questa alternanza di Stratificate emozioni. 
E in questo dondolio di Significati, si raggiunge uno stato di quiete, di pace con l'eco lontano delle armoniche                                                                                risonanze del cuore.
                                                                        Hayat Francesca Palumbo


VULNERABILITA'
Vulnerabilità. Maria Rosanna Cafolla


Ferite invisibili che incarnano la naturale fragilità umana sembrano parlare.
Mani delicate cercano timidamente di proteggere un corpo delicato e contemporaneamente implorano  attenzione. 
Cosa più vulnerabile di un grembo nudo, senza alcuna difesa o guarnizione? 
Paradossalmente  il luogo più vulnerabile, diventa quello più sicuro e il più caldo  per una nuova vita. 
Nella ricerca di questo tepore e di un nuovo equilibrio con la propria fragilità, mani congiunte afferrano al torace quasi in un impeto di passione il panno della pudicizia, nel tentativo di coprire forse le ferite del cuore. 
E in queste due immagini si manifesta la forza della vulnerabilità. La forza della consapevolezza che solo con  ferite aperte, figlie della nostra vulnerabilità, si  può riversare l'essenza dei nostri cuori. 
Hayat Francesca Palumbo

(1) http://www.officineincisorie.it/category/alphabetica/