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lunedì 30 dicembre 2019

C come cura العلاج





Correva l'anno 2005 ed era il ponte di Ognissanti. Ero a Berlino, con la persona che avrei voluto sposare, insieme ad un gruppone di amici molto eterogenei: giovani coppie come noi, qualche sacerdote e coppie sposate di mezza età. Tra progetti di case al mare e di una nuova vita insieme lontano da Roma, l'aria gelida Tedesca tra il Reichstag, i resti del muro e Alexanderplatz  rendeva tutto così sospeso in una dimensione di eternità.  Giorni stupendi, intrisi di Arte e Storia, lunghissime passeggiate e lunghissime chiacchierate. Ricordo le interminabili camminate io e il mio bello per i larghi viali Berlinesi, lo stupore per l'altare di Pergamo, il calore di un hot dog mangiato in fretta per non disperderne la temperatura e il check point di Charlie.  In uno dei rarissimi momenti insieme agli altri all'uscita di una birreria dopo un momento conviviale, un sacerdote attempato mi prese da parte e così, dal nulla, per strada afferrandomi per il braccio inizio' a camminare verso il nostro ostello iniziando tutto un discorso che giudicai un pochino sconnesso sulla cura. 
Pensai che magari con il freddo e le gambe malferme avesse bisogno di una scusa per appoggiarsi a qualcuno e gli diedi spago, così come facevo con la mia nonna quando voleva passeggiare e farsi una chiacchierata. A volte basta proprio poco per far felice un anziano. E un anziano felice ti dà le perle migliori. 
"Ricordati: la cura è tutto. La cura è riuscire a prevenire ciò di cui ha bisogno chi ti sta davanti e darglielo senza che te lo chieda. Solo con la cura e con l'ascolto del prossimo la società potrà cambiare. Se non ci prendiamo cura gli uni degli altri, la società è destinata a crollare, a fallire. In quanto donna poi, sei chiamata particolarmente a prenderti cura dei tuoi figli, e se non ne avrai, avrai sempre qualcuno di cui prenderti cura".
Sono passati anni, ma quelle parole riecheggiano continuamente nel mio cuore. 
Prendersi cura di qualcuno è il rimedio dei mali dell'anima. Il prendersi cura è fornire all'anima quelle medicine che sono necessarie per avere ristoro e sollievo. Non a caso in arabo la radice della parola "cura" è la stessa della parola "rimedio", "terapia" e "medicina". 
Prendersi cura di chi ci sta vicino è una vera e propria arte. 
E' un riuscire ad anticipare bisogni e necessità di chi ti sta accanto, elargendo il necessario senza che venga chiesto.
E' un esercizio costante di empatia. 
E', a volte, superare noi stessi e morire al nostro Ego per strappare un sorriso. 
Prenderci cura è strappare alla morte. Riportare le menti che errano in cosmi di paure ed angosce alla realtà. Proprio come insegna Battiato nella sua canzone del secolo. 



Dopo la persona di Berlino, che si è rivelata più fredda delle temperature Tedesche, ho avuto la grazia inaspettata di incontrare chi, nel corso degli anni, ha avuto costanza, umiltà e pazienza di imparare a curarmi dalle mie ossessioni, dalle mie manie, a proteggermi dalle mie ipocondrie e paure. Spero un giorno di guarire. Non perché io sia un essere speciale. Speciale è la cura di chi ti sta accanto. 
Una cura silenziosa e costante, ricamata punto dopo punto da infiniti gesti di gentilezza discreta. Speciale è chi ti sta accanto, se riesce a cogliere i campanelli di allarme e andare oltre. 

Speciale è chi riesce ad andare oltre il tuo sorriso che nasconde un cuore lacerato. 
Speciale è chi riesce a cogliere dietro quel "tutto bene" o "sono stanco" una richiesta di aiuto.  A volte siamo talmente malati che non riusciamo nemmeno a richiedere aiuto e lanciamo improbabili campanelli di allarme nella speranza che qualcuno si prenda cura di noi e spesso basta una piccola frase, una piccola parola che può essere balsamo per l'anima. 
Ricordo una mia carissima compagna di Università, che distingueva tutte le mie sfumature di riposta alla domanda "Come stai"?
Quando ci incontravamo davanti alla Minerva, se la mia risposta "tutto bene" era soddisfacente, mi prendeva per un orecchio e "visto che stiamo bene basta cavoleggiare e andiamo a studiare che c'abbiamo l'esame".
Se non era soddisfatta, mi guardava dritta negli occhi e sorridendo mi diceva dolcemente "sei poco credibile. Chi vuoi far fessa, andiamo a farci un caffè che poi studiamo meglio". 
Se poi rispondevo "Sono stanca" era la fine. Erano abbracci e lacrime in quanto mi vivisezionava talmente bene che non riuscivo a nascondergli nulla. Ha in qualche modo anticipato questo splendido video di Terenzio Traisci. 





Troppo spesso si sottovaluta la potenza di un tocco, di un sorriso, di una parola gentile, di un orecchio in ascolto, di un complimento sincero, o del più piccolo atto di cura, che hanno il potenziale per trasformare una vita.

Leo Buscaglia 


Una cura efficace non ammette improvvisazioni o superficialità. Ci deve essere una profonda conoscenza di chi ci sta accanto.  Nel sacro dizionario  arabo per radici che amo spulciare in quanto ricchissimo di spunti di riflessione, la radice di "cura" ( علج ) è la stessa di "esaminare", "studiare", "restaurare". Non ci può essere cura senza relazione e senza profonda conoscenza dell'altro. Se non costruiamo una relazione efficace, profonda e sincera, la cura non può essere vera cura. Si avvicina ad un interesse sporadico che lascia il tempo che trova. Positivo senz'altro, ma solo per una visione a breve termine, una sterile filantropia che magari può farci sentirci sul momento buoni e bravi. Il prendersi cura è altro. 
E' ricucire ferite come un chirurgo.
E' un restaurare un monumento stupendo rovinato dal tempo e dal dolore. I restauratori devono amare il loro monumento. 
Devono vedere la sua potenziale bellezza e fare di tutto per arrivarci.
Devo impiegarci tempo, energie, passione, così come il Piccolo Principe con la sua rosa. 



Cura ed amore sono due facce della stessa medaglia. Non possiamo prenderci cura di qualcuno se non lo amiamo. Non possiamo dire di amare qualcuno senza prenderci cura di lui. 
Le mamme sanno benissimo quale rimedio è il più efficace per i loro bimbi, perché li conoscono  a menadito. Sanno quando un mal di pancia è dovuto ad un capriccio o a una caramella mangiata di nascosto e si regolano di conseguenza. Da piccola pensavo che mia mamma avesse i superpoteri ed ero veramente stupita di come avesse un rimedio per tutto. 
Da dove cominciare in un'impresa così ardua e impegnativa? 
Iniziamo da noi stessi. Dal fortificare il nostro cuore, dal volerci bene. Chi fa mestieri di cura degli altri, come docenti, medici, infermieri, psicologi, educatori, sa benissimo quanto sia importante prevenire l'esaurimento emotivo per poter conciliare quelle che sono esigenze professionali e volontà di dare un valore aggiunto al proprio lavoro. 
Non sempre le buone intenzioni sono sufficienti. Pensiamo ad esempio ai professori. 
Il docente non è un missionario o un martire. Può però impegnarsi a svolgere il proprio lavoro in un'ottica diversa, in un'ottica di cura, che tra l'altro favorirà lo sviluppo di un miglior ambiente di apprendimento. Il docente (o qualsiasi altro professionista che si relaziona con gli altri), ha il diritto e il dovere di entrare in una classe sereno e sorridente. 
Certo il sistema non aiuta, anzi esaspera situazioni già di per se delicate. Allora non rimane che iniziare ad imparare a prenderci prima cura di noi stessi, proprio come faremmo con gli altri, con la stessa cura ed empatia, cercando di cogliere i segnali di stop del nostro corpo (invece di ignorarli ed andare avanti),  incrementando la conoscenza di noi stessi, delle nostre potenzialità da sviluppare e dei nostri limiti da monitorare. 
Se collassiamo avremo ben poche possibilità di prenderci cura di qualcun'altro; se non ci amiamo, avremo ben poche possibilità di dare amore, perché come il vino in un'otre squarciato, sarà perso in mille rivoli. 


Concludo con una splendida poesia di Alessandra Piccolo 

Prenditi cura di te 
Non avrai altro al mondo di così caro.
Massaggia le tue gambe stanche, la sera
sorprenditi sorridere tra le vetrine dei negozi nel via vai del giorno e saluta le tue mani, mentre lavorano nel dolore. 
Abbraccia le tue spalle almeno una volta al giorno, 
e tocca i tuoi capelli con l’affetto dell’unico padre.


Ama il tuo collo nascosto 
Adora i tuoi polsi agili.
Rispetta i tuoi piedi. 
Prenditi cura di te. 
Non avrai altro al mondo di così caro.

Nutri la tua mente 
lasciale molta corda per spiccare voli infiniti 

e poi riprendila per le quotidiane faccende sociali. 
Non dimenticare il suo enorme potenziale: onoralo. 
Fai molta esperienza ma fermati un momento prima di diventare superbo.


Sii audace senza metterti in pericolo 

Non avrai altro al mondo di così caro. 
Stai da solo ma conosci gli altri. 
Non pensare di essere il migliore 
ma non crederti mai ultimo, anche quando lo sei. 
Non giudicarti, analizzati. 
Non odiare nessuno, rende frustrati. 
Non disprezzare nessuno, rende ottusi.


Ogni cosa e persona e animale e pianta è un miracolo nell'universo caotico. 
Pensa in grande. 
Domanda perché. 
Prenditi il tempo per piangere 
e poi prenditi il tempo per fartela passare, ma fattela passare bene. 
Non dimenticare. 
E poi, cerca di amare il maggior numero di cose 
almeno quanto ami te stesso.

Rende liberi. 

A questo punto, mi rimane solo da saldare un debito di gratitudine. 

Desidero  infine ringraziare tutti quelli che si sono presi cura di me in questi anni. La lista è veramente lunga. Alcuni di essi hanno sfiorato solo un attimo la mia vita, ma con un loro semplice gesto l'hanno cambiata.
Ringrazio la mia famiglia, che nel bene e nel male ha sempre cercato di dare il meglio, ognuno con i propri limiti e i propri difetti.
Ringrazio tutti i fratelli e sorelle maggiori, che con cura e premura mi hanno indirizzato nei meandri della vita condividendo con me le loro esperienze.
Ringrazio la mia madrina, che si è presa cura di me nella fedeltà giornaliera nonostante la sfida del tempo e dello spazio.
Ringrazio i miei alunni speciali, che nella loro purezza mi hanno rincorso nei corridoi di scuola portandomi astucci, cellulari che dimenticavo in giro, chiuso la zip della mia borsa che lasciavo aperta,  ammonendomi mentre scendevo distrattamente  le scale con un " attenta che cadi" e prendendomi per mano e inchinandosi ai miei piedi se vedevano una mia scarpa slacciata. 
Ringrazio tutti i miei colleghi, di sostegno e curriculari, educatori ed assistenti specialistici che conoscendo le mie debolezze hanno sempre cercato di ridimensionare le mie paure. In certi mestieri solo uniti si vince.
Ringrazio chi, pur non conoscendomi ancora, nel supplire il mio posto a scuola quando stavo male, mi ha chiamato tutti i giorni per sapere sinceramente come stavo. Se la cura di chi ti ama è oro, quella disinteressata di chi non ti conosce non ha prezzo e poi la vita fa veramente ricami inaspettati. 
Ringrazio tutti gli specialisti che si prendono cura dei professionisti. 
In modo speciale, ringrazio il Dott. Vittorio Lodolo D' Oria che da anni si prende cura dei docenti (uno dei pochi se non l'unico) e Terenzio Traisci che con la sua comunicazione ironica ed efficace riesce a cogliere il segno. Di solito non consiglio libri che non ho letto, ma sul suo ci metto la mano sul fuoco. Già dal titolo. Sarà il primo del 2020 




Infine, "at last but not least" , ringrazio chi si è preso cura di me fin dall'eternità e insieme al salmista mi sento di implorare continuamente la sua cura paterna. 
"Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all'ombra delle tue ali"  Salmo 17 
Hayat Francesca Palumbo 

mercoledì 7 marzo 2018

La mia scuola in filastrocca

In occasione della festa delle donne, il primo libro chiave è "La mia scuola in filastrocca ", scritto proprio da quattro donne. 
Un libro leggero, allegro, spumeggiante, del tutto fuori dai canoni tradizionali, che riesce letteralmente a dipingere, tracciando pennellate variopinte, una realtà difficile e scomoda da raccontare, quella della scuola, con una modalità del tutto inusuale e controcorrente.
Fiumi di parole perlopiù a sproposito si spendono continuamente su questo argomento. Nei giornali e nei social non si fa altro che parlare delle problematiche complicate della scuola. 
Lo abbiamo visto anche in queste elezioni. Politici, educatori, pedagogisti, psicologi e psicoterapeuti dispensano continuamente diagnosi e ricette su questo "malato terminale" dello Stato, lasciando paradossalmente inascoltata la voce di chi vive realmente la scuola al suo interno giorno per giorno. 
La mia scuola in filastrocca racconta questa realtà con uno stile allegro e leggero.
Da sempre la filastrocca racchiude in sé un sentimento di tradizione, famiglia, unione, desiderio di stare insieme condividendo gioie e dolori riuscendo a raccontare in modo semplice e leggero ogni realtà, dalle più elementari alle più complesse.
Con questo spirito nasce questo libro che è molto più di una semplice raccolta di filastrocche. Quattro donne, quattro colleghe di una scuola romana, diverse tra loro come le quattro stagioni, trovano parecchi denominatori comuni: la passione per il proprio lavoro, la tenacia di non perdere mai il sorriso nonostante tutto e la volontà di alleggerire il carico di lavoro a volte schiacciante e fagocitante. 
Così tra una battuta e l'altra, tra un caffè, una chiacchiera in aula professori, un corso di aggiornamento fuori sede, nascono le "Superpowerteachers", perché per fare questo lavoro bisogna avere dei superpoteri. In caso contrario, bisogna farseli venire o inventarseli rapidamente per reggere il carico emotivo quotidiano che può capire solo chi insegna.  
Viene così intravista una nuova strada da percorrere, quella di un cambiamento di mentalità sul lavoro, cercando di impostare la vita professionale sul dialogo e lo scambio tra i colleghi e formare in questo modo una vera e propria rete di relazioni umane e professionali. Un insolito ed inusuale "co-co-co": coordinazione, cooperazione e collaborazione. L'obiettivo è quello di svincolare il sistema così da una sorta di mentalità sclerotizzata e "monadica", dell' "ognuno per sé",  impegnandosi così in  un salto di qualità sia umana sia professionale in quel leitmotiv spesso ripetuto "solo uniti si vince". 




Il punto di partenza? Il sorriso. Elemento fondamentale per affrontare ogni cosa.
Con la complicità e l'incoraggiamento di Leonardo Fiaschi, noto imitatore, nasce l'idea di questo libro. 
Leonardo Fiaschi ha strappato molte risate non solo tra il pubblico televisivo ma anche a scuola, collaborando con il progetto scolastico dell' IIS Sarandì "La risata come integrazione" nel 2013, ed è stato fondamentale nella Genesi di quest'opera.  




Il libro è un escursus della vita di docenti e alunni, con filastrocche che ripercorrono momenti chiave della scuola, alternati da brevi tratti che illustrano diverse realtà nascoste o banalizzate dal mainstream del pensiero comune sulla scuola.
Le autrici inevitabilmente rivolgono un particolare occhio di riguardo sul mondo del sostegno scolastico, dimensione in cui a volte c'è ancora molta ignoranza, confusione e pregiudizio.
Cosa dire ancora? Avventuriamoci nei risvolti umani più o meno noti del mondo della scuola partendo dalle persone, le loro vite, i loro sentimenti e le loro emozioni riscoprendo così la portata del lavoro che svolgono ogni giorno, perché quel che si vede dall'esterno è solo la punta di un immenso iceberg di un lavoro che giace sommerso e sconosciuto.
Immergiamoci dunque nella pratica con una piccola anteprima. Il resto, parafrasando il grande Battisti, lo scoprirete solo leggendo.


" A volte siamo costretti a camminare su un filo sospeso da terra, dando prova di equilibrio e non sempre abbiamo la rete di salvataggio! Dunque via le paure e le ansie. Come giocolieri ci giostriamo con rapidi movimenti tra variopinti colleghi curriculari, alunni disabili, alunni normodotati e genitori. In veste di impavidi domatori riusciamo a tenere a bada leoni ruggenti e far correre mastodontici e pesanti elefanti che non si muoverebbero
neanche con le bombe. Nei momenti di abbassamento di morale diventiamo veri e propri
clown cercando di strappare un sorriso con ogni espediente. Noi non mandiamo giù i rospi, quello sono capaci di farlo tutti. Come fachiri in gonnella ingoiamo spade intere e fuoco tornando a sorridere allegramente come se avessimo ingoiato un bonbon. Come al
circo, lo spettacolo deve andare avanti qualsiasi cosa succeda, così nella scuola noi andiamo avanti cercando di dispensare gioia e sorrisi qualsiasi cosa succeda" 


NEL CIRCO DELLA SCUOLA

NOI DI SOSTEGNO SIAM TUTTI TRAPEZISTI
CI FACCIAM IN QUATTRO PER ESSERE ALTRUISTI
COME GIOCOLIERI CI GIOSTRIAMO
TRA COLLEGHI ED ASSISTENTI CI INCASTRIAMO.
EQUILIBRISTI SUL FILO A CAMMINARE
SENZA RETE DI PROTEZIONE A STARE,
CONTORSIONISTI NELLE ACROBAZIE
PER TROVARE LE GIUSTE STRATEGIE.
IN VESTE DI IMPAVIDI DOMATORI
TENIAMO A BADA ANCHE I TORI,
FACCIAM CORRERE PESANTI ELEFANTI
CHE NON LI SMUOVON NEMMENO I SANTI!
SPESSO CLOWN DIVENTIAMO
AI TRISTI UN SORRISO DONIAMO 
DA FACHIRI INGOIAMO SPADE E FUOCO
E TRASFORMIAM LA SOFFERENZA IN GIOCO!




Volete una copia de "La scuola in filastrocca" ? 
Potete ordinare una copia presso 

- la casa editrice Il Calamaio , sezione new ed acquisti http://www.ilcalamaio.it
- libreria Feltrinelli
 https://www.lafeltrinelli.it/libri/delia-rosato/%C2%ABla-mia-scuola-filastrocca%C2%BB-dal/9788897573340
- libreria Universitaria 
https://www.libreriauniversitaria.it/ricerca/query/%C2%ABla+mia+scuola+in+filastrocca%C2%BB+dal+salento+all+adamello%2C+dall+emilia+romagna+al+lazio.+storie+di+prof.+come+tante.../reparto/libri-italiani
- libreria IBS 
https://www.ibs.it/search/?ts=as&query=la%20mia%20scuola%20in%20filastrocca&filterProduct_type=&query_seo=la%20mia%20scuola%20in%20filastrocca&qs=true

Se desiderate potete inoltre contattare le autrici, anche per richieste di copie (zona Roma Montesacro e zone limitrofe), alla mail 
lamiascuolainfilastrocca@yahoo.com 

venerdì 1 dicembre 2017

A come abbraccio, la via più breve tra due cuori ...






Maria Rosanna Cafolla Abbracciami Puntasecca su PVC 


Dedicato a Michele 
i cui abbracci hanno cambiato la vita di molte persone... inclusa la mia. 
 Possiamo solo cantarti  con tutto il cuore quel canto che ti piaceva tanto, anche in arabo 
  ...  شكرا
Grazie, infinitamente Grazie per tutto quello che gratuitamente hai dato. 


Si fa presto a dire abbraccio. Un semplice gesto da sempre presente dell'espressione dell'affettività dell' "essere umano", una manifestazione fisica che ha effetti benefici riconosciuti sia a livello corporeo che psicologico (come per esempio il rilascio di endorfine).(1)
L'abbraccio si può manifestare in vari modi. Possiamo avere un  abbraccio integrale o chiamato anche "fagocitotico"; abbraccio "aperto" stile mamma chioccia, un abbraccio "multiplo" per creare unità e spirito di gruppo in vari ambienti; un  abbraccio di perdono o riconciliazione dopo un conflitto; un abbraccio che supera le incomunicabilità, per esempio quando qualcuno manifesta segni di crisi emotive e infine l'abbraccio passionale che fa risalire energie vitali sopite. Sarebbe infatti più coretto parlare di "abbracci" invece che di "abbraccio".





Ad una riflessione più profonda ed attenta  l'abbraccio è un paradigma che declina una vastissima gamma di realtà, a più livelli.
In questo percorso, spazieremo tra cellule, arte, cosmo e spiritualità cercando di "abbracciare l'abbraccio " in tutti i suoi significati.


L'abbraccio: creazione di uno spazio vitale


Volendo volare con la mente e riflettere sul significato esteso della parola "abbraccio", possiamo sottolineare in esso il concetto di "circondare" o "cingere". Come biologa, la prima cosa che mi viene incontro nei miei pensieri a tal proposito è la cellula, che altro non è che una delimitazione di uno spazio chiuso, un microcosmo dove è possibile intraprendere il primo passo verso l'esistenza.
D'altronde, ai primordi della vita, con una visione un po' "Biosofica" o "Biopoetica", la cellula è nata da un abbraccio, o meglio da una schiera ordinata di molecole che si "abbracciano".
Mi spiego meglio: tutti noi sappiamo che la membrana che delimita le nostre cellule, la membrana cellulare, permette l'instaurarsi di un ambiente chiuso  che contiene tutti gli organuli necessari per la vita cellulare. Se dissotterriamo le rimembranze liceali, molti ricorderanno che questa membrana è formata da una schiera di molecole chiamate fosfolipidi, formate da una "testa" e da una "coda" che si dispongono una di fronte all'altra per un  gioco di interazioni chimiche. Queste "code" fin dai tempi dell'Università, mi hanno sempre ricordato due braccia che protendono verso altre braccia.


Raffigurazione di una membrana plasmatica 

Insomma, tante molecole che protendono nell'abbracciarsi disposte in una schiera ordinata che delimita l'unità fondamentale della vita. Proseguendo la metafora biologica, possiamo dire che così come la cellula è l'unità fondamentale della vita, l'abbraccio è l'unita fondamentale della nostra affettività.
Come tante cellule vanno a formare dapprima tanti tessuti e in seguito tanti organi, i nostri abbracci nel corso della nostra vita vanno a formare un vero e proprio tessuto esistenziale, un "humus" da cui nasceranno e svilupperanno e intesseranno gli elementi fondamentali del nostro Essere, quali accettazione e riconoscimento della nostra identità, autostima, espressione dei nostri sentimenti.

Il primo abbraccio non si scorda mai. 

A ben pensarci tutti noi proveniamo da un abbraccio. L'abbraccio di chi ci ha generato, l'abbraccio fecondo dei nostri genitori. Da quell'abbraccio intriso di eros, passione e fecondità, nasce una relazione che rimarrà unica ed imperitura. L'abbraccio materno nel grembo femminile è un abbraccio pieno, totalitario, intessuto da scambi continui tra madre e figlio. Un lungo abbraccio di nove mesi, nel quale tutto il corpo partecipa alla creazione di un ambiente vitale. Un dialogo ininterrotto con un linguaggio sorprendente, inaspettato. In questa comunicazione tra due interlocutori che non si vedono ma si sentono e si vivono vicendevolmente, lo scambio di informazioni si manifesta con un flusso ininterrotto di molecole chimiche, sentimenti, emozioni: è l'abbraccio è vita, è creazione di un microcosmo di pace, sicurezza, serenità.
Come dimenticare l'abbraccio materno? Un abbraccio viscerale che negli anni non perde mai il suo sapore ancestrale.



 

L' abbraccio ispira, dalla poesia all'architettura passando per la pittura.

L'abbraccio ha da sempre ispirato poeti, pittori, artisti di ogni tipo.Vista la sua grande potenzialità comunicativa, l'abbraccio rappresenta una eccellente raffigurazione di una lunga serie di messaggi da trasmettere, come amore, accoglienza, ascolto, perdono. I significati di un abbraccio possono essere vari, come ci ricorda Pablo Neruda.



Quanti significati sono celati dietro un abbraccio? 

Che cos’è un abbraccio se non comunicare, condividere

e infondere qualcosa di sé ad un’altra persona?

Un abbraccio è esprimere la propria esistenza
a chi ci sta accanto, qualsiasi cosa accada,
nella gioia e nel dolore.
Esistono molti tipi di abbracci,
ma i più veri ed i più profondi
sono quelli che trasmettono i nostri sentimenti.
A volte un abbraccio, 

quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno, 
fissa quell’istante magico nell’eterno. 

Altre volte ancora un abbraccio, se silenzioso,

fa vibrare l’anima e rivela ciò che ancora non si sa

o si ha paura di sapere.
Ma il più delle volte un abbraccio
è staccare un pezzettino di sé
per donarlo all’altro
affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”
Pablo Neruda“Poesie D’Amore E Di Vita”



Innumerevoli sono gli artisti che hanno raffigurato di abbracci. Abbracci tra amanti, tra madri, come quelli meravigliosi e variopinti di Klimt. Abbracci di tenerezza, che esprimono tutta quella morbidezza, propensione alla cura e protezione di cui solo le madri sono capaci.






Abbracci di perdono, riconciliazione, come quello tra padre e figlio di Rembrant, prendendo spunto dalla parabola del figliol prodigo. Abbracci mascolini pudici, riservati come da codice di intimità maschile prevede, ma non per questo meno commoventi  












Ma l'abbraccio non si limita ad essere rappresentato solo con pittura e scultura. Possiamo estendere il concetto di abbraccio ad una dimensione più ampia che considera non solo due singoli ma una dimensione collettiva e sociale. Un esempio pratico di ciò è nella nostra splendida città di Roma. 
Ogni turista che si affaccia a piazza San Pietro, si sente dire che il colonnato è stato costruito come simbolo dell'abbraccio della Chiesa nel mondo. Questa bella immagine poetica, è solo la punta dell'iceberg. In un bell'articolo di Antonio Venditti (1), vengono spiegate le intenzioni del Bernini. Non solo un abbraccio tout court di accoglienza, ma l'abbraccio di San Pietro crocefisso con la cupola per mitra in quanto primo Vescovo. Insomma, come dire, la Chiesa sofferente nel sangue dei martiri  che abbraccia l'Umanità anch'essa sofferente. 





schizzo del Bernini (2)



Abbraccio e spiritualità: il circolo della Vita. 

In diverse religioni, sono numerosi i riferimenti sia diretti che indiretti agli abbracci. I devoti della Madonna meditando i misteri del Santo Rosario non fanno altro che contemplare una serie di abbracci: l'abbraccio caritatevole tra Maria e Santa Elisabetta, l'abbraccio materno e paterno della Sacra Famiglia alla nascita di Gesù bambino, l'abbraccio di Simeone nella presentazione di Gesù al tempio, l'abbraccio che indubbiamente hanno dato i genitori di Gesù al loro figlio ritrovato tra i dottori del tempio dopo averlo smarrito per tre giorni, l'abbraccio pietoso di Maria deponendo il corpo del suo Divin Figlio dalla Croce.

Beato Angelico - La visitazione 

La natura circolare poi dell'abbraccio apre la mente a una serie di riflessioni,che ci possono portare a una miriade di accostamenti e speculazioni. Ci basti pensare per esempio alla simbologia in alcune religioni orientali per esempio nei Mandala o alla danza del Cosmo dei Sufi.


Abbracciami. M.R Cafolla 




La circolarità dinamica dell'abbraccio come la immagino io trova esatta rappresentazione in "Abbracciami" di Maria Rosaria Cafolla. Questo guizzo dinamico e tondeggiante sembra quasi voler avviluppare e custodire le più intime emozioni, come a voler iniziare un ciclo di un movimento attivo e vitale. "Abbracciami" sembra voler avvolgere la nostra più profonda interiorità, portandoci ad un sentimento di confidenza e di abbandono come se fossimo rilassati in braccia familiari. Questo tema della circolarità e del dinamismo lo ritroviamo nei danzatori Sufi. La simbologia di questa danza non è solo data dal luogo comune collettivo di "arrivare all'estasi". Si tratta anche di un esercizio di auto-consapevolezza di sé e di acquisizione di un'imperturbabilità interiore. I danzatori Sufi, come potete vedere nel video, iniziano la loro danza con una posizione in cui ciascuno abbraccia se stesso, con la mano sinistra sulla spalla destra e con la mano destra sulla spalla sinistra.




Solo dopo essersi abbracciati aprono le loro braccia quasi a voler avvolgere a loro l'universo intero, insegnandoci così che solo dopo aver preso consapevolezza del nostro Io più profondo possiamo aprirci in abbracci cosmici. Il gesto di abbracciare se stessi è infatti propedeutico per poter abbracciare il prossimo. Come dire: abbracciarsi per abbracciare, accogliersi per accogliere, amarsi per amare ricordando il detto Evangelico "Ama il prossimo tuo come te stesso" che possiamo riformulare per estensione "abbraccia il prossimo tuo come abbracci te stesso". In questo modo riscopriamo ancor di più l'importanza del prenderci cura di noi per poter dare il meglio, in modo tale che i nostri abbracci possano  fare la differenza e dare qualcosa di veramente consistente, qualcosa di profondo che possa cambiare la vita delle persone. Riferendoci al testo presente nel video, possiamo dire che :

"La vera storia di un abbraccio è tutta interiore". 

Uomini speciali per abbracci speciali 

All'inizio di questa riflessione, ho nominato Michele. Quest'articolo infatti è nato per ricordarlo ad un anno dalla sua morte. Molti si chiederanno chi fosse, ma non credo sia importante o opportuno lanciarmi in questa sede in ricordi stucchevoli. Non basterebbe un'enciclopedia per ricordare quello che ha rappresentato non solo per me ma per tantissime persone.
Credo sia invece importante ricordare e ricordarci che ci sono uomini speciali per abbracci speciali. Ci sono uomini che riescono con un abbraccio consapevole e sincero ad aprire i cuori, consolare dolori più profondi, accogliere gli esclusi o chi si sente tale.
Ci sono uomini che hanno fatto dell'abbraccio un vero e proprio canale comunicativo privilegiato, un linguaggio non verbale efficace più di mille parole. Ci sono uomini che con un abbraccio riescono ad anticipare l'espressione di bisogni affettivi e necessità emotive nei più piccoli fremiti. Michele era uno di questi. In tanti anni, l'ho visto dispensare abbracci generosi ad una miriade di persone: bimbi, giovani, vecchi, ad ognuno con la massima cura e dedizione, facendoci sentire unici e irripetibili e insegnandoci che  l'abbraccio è la via più breve tra due cuori.

Quando perdiamo qualcuno di caro, oltre al dolore del distacco emotivo c'è il dolore per la mancanza dei piccoli gesti fisici, tra cui gli abbracci. Gli abbracci di Michele mancheranno a tantissime persone. Ma forse, invece di soffermarci su quello che non potremmo più avere potremmo far tesoro di quello che abbiamo avuto. Magari così, dando ciò che abbiamo ricevuto, potremmo imparare noi a dare abbracci che possano cambiare la vita della persone, così come Michele (Padre Ludovico), ha fatto con noi.
Nel desiderio di essere abbracciata, desiderio dai contorni sempre più sfumati ed eterni, ti posso scrivere solo due righe.



Abbracciami
nell’intimità del tuo cuore
abbracciami
nelle pieghe del mio dolore
nelle gioie dei miei traguardi
abbracciami nel tempio della tua accoglienza

Il tuo abbraccio
sarà per me protezione di un grembo materno
i nostri cuori uniti
impareranno a librarsi insieme
in una mistica danza
Sarà l’albore di due nuove vite.

Hayat Francesca Palumbo in memoria di Michele Fazzone....Padre Ludovico o.f.m. 




Per approfondimenti e curiosità 

(1)  effetti fisiologici dell'abbraccio
https://elenacaparellopsicologa.wordpress.com/2017/03/02/ecco-spiegato-leffetto-dellabbraccio/


(2) L'abbraccio di piazza san Pietro. http://www.specchioromano.it/fondamentali/Lespigolature/2005/Aprile%202005/Il%20colonnato%20di%20San%20Pietro,%20un%20abbraccio%20di%20fede%20e%20arte.htm

domenica 12 novembre 2017

S come suocera...non tutte le nuore sono fortunate come Ruth.









Dedicato a genitori, figli, suoceri e mariti. L'arazzo della vita può essere un capolavoro se ogni punto illumina di colore il proprio punticino senza invadere l'altro.
Dedicato in modo speciale a mio marito Dario, con il quale abbiamo dovuto forgiare insieme nuove chiavi con le quali aprire porte nei labirinti in cui la vita ci aveva portato.


Quando penso alla formazione di una nuova coppia mi vengono alla mente molte immagini: un nuovo ecosistema che si deve assestare inevitabilmente portando uno scompenso iniziale agli ecosistemi attigui; uno scontro titanico tra due civiltà diverse; un trapianto di organo nel quale bisogna superare le possibili crisi di rigetto. La nuova coppia  si “inserisce” infatti  in un complesso di relazioni consolidato e ciò può essere traumatico per tutte le realtà, sopratutto se prendiamo in considerazione i rapporti genitori-figli. I rapporti infatti con la famiglia di origine e soprattutto con la suocera possono risentire di questa nuova realtà. Si innescano dinamiche nuove ed inaspettate dovute a questo mutamento nella vita di genitori e figli. Sebbene le identità personali rimangano immutate (la mamma è sempre la mamma, i figli sono sempre figli), i ruoli si dovrebbero evolvere seguendo il passo della dinamicità della vita. Ma non sempre è così e ciò può portare a conflitti a cui tutti, o in prima persona o per esperienze vicine, abbiamo assistito.

L'origine di tutto: il rapporto genitori-figli 
Ci sono molti rapporti che se non equilibrati e ben costruiti nel corso degli anni  possono provocarci conseguenze che ci porteremo per tutta la vita, sia nel bene che nel male.
Il più importante di questi, è quello che lega i genitori ai figli.
Quante delle nostre situazioni hanno come origine il rapporto che abbiamo avuto e abbiamo con nostro padre e nostra madre! Squilibri e problemi che rischiano di sommergerci e condizionarci  quando non gestiti in modo adulto e consapevole.
Il primo passo per rendere felici i propri figli è la consapevolezza che non ci appartengono, ma che prima di tutto sono persone. Due grandi poeti come Khalil Gibran e Jose Saramago hanno espresso questo concetto in modo magistrale.




Gibran sui figli 


Un figlio è un essere che Dio ci ha prestato per fare un corso intensivo di come amare qualcuno più che noi stessi, di come cambiare i nostri peggiori difetti per dargli migliore esempio, per apprendere ad avere coraggio. Sì. È questo! Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell'incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato. Perdere? Come? Non è nostro. È stato solo un prestito. Il più grande e meraviglioso prestito, siccome i figli sono nostri solamente quando non possono prendersi cura di sé stessi. Dopo appartengono alla vita, al destino e alle loro proprie famiglie. Dio benedica sempre i nostri figli, perché a noi ci ha benedetto già con loro. 
Josè Saramago -


Un rapporto genitori-figli maturo ed equilibrato è un prerequisito fondamentale per la costruzione di rapporti con gli altri. Ed a maggior ragione lo è per lo sviluppo di buoni rapporti con la famiglia di origine de nostro compagno/a.
Iniziare da questo punto è fondamentale per capire la genesi di alcune dinamiche familiari, soprattutto con l'introduzione di un nuovo elemento estraneo (il nostro compagno) nella famiglia di origine di ciascuno.
I rapporti di qualsiasi tipo vanno costruiti, curati, vagliati, pianificati senza dare nulla per scontato. La consapevolezza di una relazionalità equilibrata da costruire è fondamentale in quanto i genitori devono proprio preparare i figli a tessere la loro vita mediante la formazione di una rete di relazioni, ed è proprio la famiglia il primo luogo dove si impara a fare ciò. Bisogna per questo considerare e riconoscere che i nostri figli, oltre e prima di essere "piezz' è core" hanno una loro identità personale. Purtroppo a volte, questa realtà sfugge. Non sempre si riesce a varcare quella soglia, quel passaggio  psicologico da una persona, nell'entità unica mamma incinta più bambino, a due persone, ognuna con una propria identità, mamma più bambino "separati" dopo il parto. Spesso si assistono a dinamiche in cui la maternità viene centrata solo sull'Ego materno e non sulla donazione di una nuova vita indipendente. Si assiste quindi ad uno strano fenomeno di ribaltamento dei ruoli in cui il cordone ombelicale non serve più a nutrire il bambino ma a nutrire la mamma in un rapporto di squilibrio affettivo che non potrà far altro che portare a conseguenze nefaste, in quanto ogni relazione fondata su un presupposto di possesso o sfruttamento emotivo è destinata a fallire, anche tra genitori e figli. Ci sono madri che hanno partorito solo fisicamente ma non ancora psicologicamente, volendo rimanere in quello stato di estasi perenne di "donna incinta", ma ciò non è possibile, non è né reale né naturale.
Il diventare suocera rappresenta la cartina tornasole della recisione del cordone ombelicale. Cordone che andrebbe tagliato al momento opportuno, con una grande dose di coraggio, generosità ed onestà sentimentale. Quando ciò non avviene nei tempi e modi idonei, sono grossi guai. Alcune madri, arroccandosi dietro ad un distorto concetto di amore materno non lasciano la loro postazione per nessun motivo al mondo. Così però, obbligano i figli una volta adulti, a tagliare, contro natura, essi stessi il cordone ombelicale. Ma ciò sarà molto più doloroso per ambedue le parti in quanto ci vorrà un'ascia per riuscire a infrangere un cordone diventato catena sclerotizzata dagli anni, da frustrazioni e risentimenti da parte di entrambi. Doloroso e difficile. Questo tipo di dinamiche sembrano essere molto più frequenti tra i figli maschi e le loro madri. Nell'immaginario collettivo e negli stereotipi, è la mamma dell'uomo che dà maggiormente filo da torcere nella vita di coppia. Il rapporto madre-figlio è diverso da madre-figlia. Abbiamo due canali comunicativi diversi che risentono della fisiologica differenza tra uomo e donna. Se nel rapporto madre-figlia il rischio più alto è quello della competizione e del paragone, il lato positivo è che due donne si capiscono meglio di quanto si capiscano uomo e donna, e quando hanno trovato una strategia condivisa, riescono a unirsi in complicità per affrontare comuni dinamiche familiari. Il rapporto madre-figlio è soggetto a problematiche diverse, dovuto al pericolo di trasfert e sovrapposizioni di ruolo che può raggiungere livelli patologici in certi casi, come per esempio quando muore il padre e la madre riversa sul figlio tutto il suo pathos.  


Onorare il Padre e la madre: dall'infanzia alla maturità. 


Il recidere il cordone ombelicale non significa dimenticare o abbandonare i propri genitori. Anzi, significa invece dare una connotazione più matura ed adulta a questo rapporto. In ogni cultura, il rispetto verso i genitori è un caposaldo per la società  Perfino nel codice civile italiano l'art. 315 (1) indica il dovere civile di rispetto dei figli nei confronti dei genitori.
Il comandamento divino recita testualmente Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.  (2) 
Può capitare che il comandamento venga usato come ricatto affettivo o spada in mano a genitori che hanno una visione distorta del concetto di "onorare". L'etimologia viene in nostro aiuto facendo chiarezza. Onorare viene dal latino "onus" da cui viene anche l'italiano "oneroso", che significa pesante, ciò che ha peso. Onorare quindi significa dare peso, attribuire valore, attribuire il giusto peso, valorizzare in maniera adeguata, dare il giusto valore a padre e madre. Tradotto con una formula negativa significa non disprezzare. "Disprezzare" vuol dire dare un valore sbagliato, un prezzo sbagliato. Se noi disprezziamo i nostri genitori non saremo mai felici in quanto non diamo giusto valore e disprezziamo la  nostra origine. Onorare i genitori non significa quindi cedere ad ogni loro richiesta passivamente ma dare a loro il "giusto peso", a prescindere dai loro caratteri, dai loro sbagli, perché, ricordiamo, i nostri "eroi dell'infanzia" sono esseri umani che sbagliano e che inevitabilmente, come tutti gli esseri umani commettono errori che ci condizionano.
Onorare il padre e la madre implica anche accettare i loro limiti, le loro imperfezioni, implica imparare a perdonarli collocandoli in questo modo nel giusto ordine delle cose. Concedere ai nostri genitori di sbagliare e perdonarli ci fa diventare adulti. Riuscire a costruire buoni rapporti con i genitori innesca un circolo virtuoso in quanto : 
- si impara ad essere buoni marito e moglie essendo buoni figli;
- si è buoni figli perdonando i genitori;
- buoni rapporti con suoceri/generi-nuore sono fondati su buoni rapporti genitori/figli; 
- buoni rapporti genitori/figli si costruiscono onorando (dando il giusto peso) ai genitori. 


Ruoli ed identità: gli altri non siamo noi.

Nel momento in cui si forma la nuova coppia il palcoscenico della vita si affolla e inevitabilmente ci saranno cambiamenti nei ruoli degli attori. Sebbene le identità vengano mantenute, i ruoli cambiano, si evolvono con lo scorrere del tempo. I genitori devono prendere consapevolezza della crescita, sia anagrafica sia psicologica dei propri figli, che diventati adulti, avranno sempre bisogno di loro ma in modo diverso. Quando questo non succede si entra in conflitto. Per esempio, ci sono mamme che ancora comprano la biancheria ai figli sposati o li trattano da bambini davanti alle loro mogli con vezzeggiativi e atteggiamenti infantili che rasentano il ridicolo, non rendendosi neanche conto dell’inopportunità della cosa. Il primo incontro con la suocera non si scorda mai, come nell'esilarante film con Jane Fonda. Piccoli campanelli di allarme nei primi mesi di fidanzamento vengono sottostimati e irrisi, sulla scia dell'innamoramento. Ma ci sono, e eventuali comportamenti inadeguati e inopportuni se non frenati nel tempo opportuno, si amplificano esponenzialmente. 





Dal film "Quel mostro di mia suocera" con Jane Fonda e Jennifer Lopez

Se viene fatta rilevare l'inadeguatezza di alcuni comportamenti delle suocere, che sembra non si rendano conto, si assiste all'effetto "Cado dalle nuvole" stigmatizzato dalle solite frasi “Ma che male ho fatto?", “Eppure l’ho sempre fatto!" e così via.
I figli per quieto vivere e perché hanno già "troppe cose a cui pensare e queste non sono cose importanti" tendono a  minimizzare queste dinamiche davanti alla moglie (“Lascia fare” , “Lascia correre” , “Falla contenta”) ottenendo l’effetto opposto, aumentando il senso di frustrazione delle mogli che dopo un po’ scoppiano. 
Un altro esempio in cui c’è una grossa confusione di ruoli è quando si instaura una “competizione-sovrapposizione” tra suocera e nuora, e nel peggiore dei casi anche tra suocera e suocera... Ci sono suocere che per esempio vogliono imitare le nuore e nel peggiore dei casi anche le consuocere nel vestire e nel comportarsi generando una vera e propria Babilonia di rapporti traslati e sfalzati che nulla hanno a che vedere con la realtà. Una situazione tipica è quando le suocere vengono a casa  degli sposi e danno continuamente consigli “non richiesti” in un fenomeno di transfert psicologico degno di Freud, nei quali la propria realtà non viene vissuta ma si cerca di vivere quella degli altri. 

Avere una giusta consapevolezza dei ruoli e delle identità evita la maggior parte dei conflitti familiari. Quando questo è difficoltoso o non scontato come si fa? 
Prima di tutto è essenziale riconoscere il problema e non nasconderlo minimizzandolo o negandolo con le soliti frasi preconfezionate tipicamente maschili del tipo: “Ma è fatta così” , “Non è cattiva” , “Ci vuole tempo”.  Ricordiamoci il vecchio detto popolare “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”. Molte dinamiche che nascono come formiche, se non affrontate subito possono diventare veri e propri bisonti. Il dialogo sincero e schietto nell'intimità della coppia rimane la base per superare le difficoltà. Il rischio che si corre, sopratutto nei primi anni di matrimonio. è quello di ritenere responsabile il compagno delle parole e azioni dei suoi genitori. Dobbiamo ricordarci che il libero arbitrio esiste e che responsabile delle azioni o parole di una suocera è esclusivamente lei stessa. 
Solo con la base del dialogo e del confronto si riesce a evitare questa trappola. Il dialogo sincero tra i due permette inoltre di elaborare insieme strategie difensive e preventive. Chi meglio di un figlio che conosce i propri genitori  può dare dritte e suggerimenti su come evitare o gestire i conflitti? Questo può essere un gran esercizio per sviluppare la complicità nella coppia e un modo per aumentare la condivisione magari di problemi atavici che così verranno alleggeriti.

Piccole strategie 

In conclusione a questo lungo iter, seguono alcuni spunti pratici che potrebbero aiutare in un'ottica di gestione più serena dei rapporti.
  • Il dialogo 
Il dialogo nella coppia fa miracoli. Imparare a dialogare con serenità e sincerità previene molti problemi e conflitti. In una società dove il dialogo, (quello vero, vecchio stile, occhi negli occhi, per intenderci) viene sempre più soppiantato da canali comunicativi laconici ed immediati, la comunicazione profonda e veramente efficace viene profondamente penalizzata. Spendere del tempo con il proprio compagno rilassa i rapporti e permette di acquisire nuove chiavi per migliorare quelli già presenti. 

  • Costruirsi una propria identità di coppia
Il dialogo e la capacità di passare del tempo insieme ha come prima positiva conseguenza la costruzione di una solida identità di coppia. E’ importantissimo soprattutto nei primi anni di matrimonio non lasciarsi prendere dal vortice delle visite e di tutte le domeniche passate dai parenti, ma  essere molto equilibrati. Si deve entrare in modo decisivo nella logica che i ruoli cambiano come abbiamo già ampiamente detto, e che siamo di fronte ad una nuova realtà che va considerata.

  • Non prendere decisioni da soli senza accordo col coniuge. 
La costruzione dell'identità di coppia avviene sopratutto nelle piccole dinamiche di ogni giorno. Con l'avanzare dell'età  i  genitori ridiventano come bambini. Individuano il punto debole della coppia e vanno da lui (o da lei) per fare inviti, carpire autorizzazioni, informazioni all’ insaputa dell’altro. E’ importante per questo non prendere decisioni da soli ma solo decisioni condivise con il proprio coniuge, in un'ottica di unità di coppia. Come faccio infatti a far passare il messaggio che faccio parte di una nuova realtà, se ancora mi comporto da single e non prendo decisioni con il mio compagno? Se i genitori intuiscono la minima fessura e la coppia manca di compattezza, inevitabilmente ci saranno conflitti e problemi. 

  • Non dare scatole da rompere 
Spesso le nuore si lamentano che le suocere "rompono le scatole". A questo proposito, una persona per me assai autorevole mi rispose ironicamente che la colpa era la mia che davo  le scatole da rompere. Il sillogismo è perfetto oserei dire filosofico: Se la suocera rompe le scatole, non dargli nessuna scatola!
Questo passo fondamentale presuppone notevole acume e uno "sguardo penetrante" in grado di cogliere e capire sfumature per poter leggere gli animi. Se sappiamo che un discorso può diventare fonte di discussione, intromissione o critica, semplicemente evitiamolo, o interrompiamolo sul nascere. 

  • Passare tempo da soli con i propri genitori. 
Continuare a tessere il proprio rapporto filiale e renderlo sempre più maturo abbassa l’ansia e il sentimento da “nido vuoto” che può insorgere nei genitori. Senza un “estraneo” in mezzo (ricordiamo che comunque, almeno all’inizio il nostro compagno è un elemento estraneo alla nostra famiglia) i genitori sono più rilassati ed è più semplice affrontare eventuali problematiche spinose. Il passare del  tempo insieme con i genitori in fase adulta può essere una buona occasione per ricordare le cose belle fatte insieme, per esprimere il nostro sentimento di gratitudine per quello che ci hanno dato, per prendere consapevolezza di tutto un cammino percorso insieme. Il tempo passato insieme può essere momento di intimità filiale che permette di tirare fuori risentimenti, traumi e rancori anche magari a livello subconscio, sepolti dagli anni e irrisolti,  e iniziare così un processo di guarigione affettiva indispensabile per poter  godere appieno della vita. 

  • Non forzare le cose
Purtroppo, essendo cresciuti in una determinata realtà e avendo ricevuto l'imprinting "Lorenziano" sin dalla nascita, è inevitabile proiettare il nostro modello di famiglia su quello del nostro compagno.  Dobbiamo invece prendere consapevolezza che cose che per noi sono scontate a livello familiare,  per altri possono essere fuori dalla norma. Detto in linguaggio più concreto, il motto celeberrimo "gli altri siamo noi" di Tozzi del lontano 1991, non regge minimamente. Gli altri non siamo noi. Ognuno di noi ha proprie realtà, limiti modi e costumi che vanno rispettati, conosciuti e valutati. In una società in cui per colpa di una tendenza verso un buonismo spietato che tenta di annullare tutte le identità, si rischia di confondere le acque e di volere a tutti costi ricercare unioni incompatibili tra le famiglie di origine, anche se animati dalle le migliori intenzioni. Non necessariamente bisogna riunire le due famiglie di origine. Se ci sono incompatibilità che fanno soffrire troppo e rischiano di essere causa di conflitto per la coppia, si possono pianificare momenti distinti, cercando di equilibrare con tanta carità tutte le situazioni ed esigenze. Ciò ovviamente non significa tagliare i ponti, ma anzi significa rendersi conto della realtà e della natura delle persone in un ottica di costruzione di rapporti "sostanziosi". Se infatti "gli altri non siamo noi", a maggior ragione siamo spronati a far fruttare le nostre capacità empatiche e sviluppare nuovi canali comunicativi per poter migliorare la nostra relazionalità. 


Concludendo: non tutte le nuore sono fortunate come Ruth e non tutte le suocere sono fortunate come Noemi 


La storia di Ruth e Noemi mi ha accompagnato fin dalla mia infanzia. Ricordo il film degli anni '60, con un bellissimo Stuart Whitman nei panni di Booz che incarnò il mio primo prototipo adolescenziale di principe azzurro quando sognavo da sempre una suocera come Noemi. Una storia di amore e di tenerezza. Una storia di complicità, di dedizione e donazione femminile tra suocera e nuora. Dopo, per par condicio, va visto anche il film "Quel mostro di mia suocera", in quanto propone un' ottica diametralmente opposta. Nella ricchezza delle possibilità umane è proprio così: ci possono essere rapporti di ogni tipo. La cosa importante è di tenere sempre al centro l'identità di coppia. 







Ricordando questa storia con mio marito, ironicamente ci siamo chiesti : ma  un rapporto così buono non sarà stato mica dovuto al fatto che Ruth era vedova e quindi il marito (figlio di Noemi) non poteva creare incidenti diplomatici come spesso fanno inconsapevolmente i mariti? Ai posteri l'ardua sentenza e buona visione ! 
Hayat Francesca Palumbo 



Note
(1)
Art. 315-bis
Diritti e doveri del figlio.
Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita', delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di eta' inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano.
Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacita', alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché' convive con essa.

(2) 
Esodo 20,[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. 
Deuteronomio 5,[16] Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.