“C'è un vantaggio reciproco, perché gli uomini, mentre insegnano, imparano.”
Seneca
Iniziando a leggere "The Tempest" di Shakespeare ad una mia alunna, mi sono ritrovata a meditare sul ruolo delle onde nell'arte. Immagino così Prospero, il protagonista de "La Tempesta", che dall'isola in cui era esiliato scatena una tempesta dalle onde altissime contro la nave dei suoi usurpatori, come se le onde avessero il potere di mondare ingiustizie e angherie subite. E come non riuscire a meravigliarci del potere distruttivo delle onde come nel film "La tempesta perfetta", in cui le onde mozzafiato inghiottono tutto e in cui non c'è nessuno scampo alla furia della natura? Onde dal ventre insaziabile che fagocitano inesorabilmente tutto ciò che incontrano con una voracità distruttiva che non lascia tregua, senza minimamente badare ai miseri sforzi umani.
Tornando ad una visione un po' più artistica e meno "distruttrice", affascinano le onde rappresentate da vari artisti: lineamenti sinuosi e spumeggianti che si ergono verso il cielo costituendo morbide sagome perfette e si evolvono in spirali. Ci basti pensare ad Hiroshige ed Hokusai.
Su questa tela di Hiroshige le onde sembrano danzare ed avvolgersi in spirali di acqua in un balletto di forme liquidi e celesti. E che dire della celeberrima onda di Hokusai che ci rispecchia un principio di spirale aurea?
In tutta la sua magnificenza si erge maestosa dominando lo spazio.
Non solo nel mare ma anche nel cielo. Onde che si avviluppano in nubi, stelle e vento, come quella di Van Gogh in cui il cielo stellato si fonde in vortici luminosi che sembrano rischiarare una notte dinamica che avanza come onde sulle spiaggia.
O le onde di nebbia nel celebre dipinto di Friedrich. E noi, viandanti nelle nostre tempeste, non possiamo fare altro che contemplare in una silenziosa rassegnazione i flutti del fato.
Tutti noi siamo quell'errante. Nella nostra vita inevitabilmente siamo presi da onde e maremoti. Onde che vanno e vengono.
Onde emozionali ed affettive. Le onde dell'anima che se da una parte ci portano a buio e sofferenza dall'altra fanno emergere in noi potenzialità insperate, riportandoci per un attimo alle vere priorità di vita.
Le onde rappresentano così i maremoti della nostra anima. Una sorta di proiezione naturale dei contorcimenti del nostro spirito e delle torsioni del nostro cuore. E improvvisamente tutto ciò si fonde nell'immensità del mare o si infrange sulla roccia in un attimo di quiete. Prima che il vento porti una nuova onda in un nuovo ciclo che se da una parte ci distrugge, dall'altra incrementa la nostra volontà di vivere.
Non solo quelle del mare: le onde in senso lato e " fisico" rappresentano una costante presente nelle nostra vita. Onde luminose ed elettromagnetiche riempiono costantemente le nostre giornate: dalla cucina agli ospedali, strumenti per noi comuni sfruttano onde per funzionare e per farci comunicare a distanza. Fenomeni naturali sia a livello microscopico che macroscopico si basano sulla propagazione di onde.
Le onde vibrano, suonano e risuonano, riscaldano, illuminano, analizzano. In un singolare paradosso, le onde danno la vita e la tolgono, curano ed ammalano. Dai biofotoni risanatori di cellule ai terremoti che frantumano in un attimo. Devastano e radono al suolo intere città.
Possiamo solo riconoscerlo: siamo in balia di onde più grandi di noi.
Siamo piccoli piccoli davanti alla vita. Non possiamo far altro che non contrastare l'onda che ci sta piombando addosso ma cercare di diventare uno con essa, in un' ottica di totale ed incondizionata resilienza. D'altronde in caso di ciclone per salvarsi bisogna tuffarsi nel suo occhio in cui la velocità del vento è nulla. Così per le onde. Non si può far altro che lasciarsi andare nel flutti e li ricordarci la nostra vera essenza. Perché solo in balìa della tempesta possiamo capire ciò che siamo e ciò che amiamo
Hayat Francesca Palumbo
domenica 17 febbraio 2019
Probabilmente sono la persona meno indicata per scrivere una recensione di questo libro in quanto "inequivocabilmente" legata all'autore in uno strano rapporto che da 12 anni a questa parte, è partito da una forte intolleranza per arrivare al vincolo matrimoniale.
Ricordo ancora con quando conobbi Dario Colusso. Un giovane adulto che si apprestava sulla via della maturità avendo passato i 30 anni. Si vedeva lontano un miglio che era un ingegnere. Non si trattava infatti del suo lavoro ma proprio della sua essenza: metodico, meticoloso, sguardo indagatore e penetrante, con la singolare capacità di carpire e usare a suo vantaggio ogni minimo segnale sfuggito inavvertitamente da uno sguardo o una parola.
Lo stesso sguardo è rimasto immutato dopo tanti anni, davanti alla scacchiera. Non particolarmente "fluido" e "scafato" con le ragazze. Ricordo ancora quando mi avvicinò timidamente. Come un pavone, mi regalò un cumulo di fogli rilegati alla meno peggio spacciandoli per "libro scritto in gioventù".
Pensai ad un patetico, inopportuno, maldestro e soprattutto inutile tentativo di approccio in quanto allora, quel ragazzone con l'aria impacciata e perennemente sorridente in ogni circostanza, suscitava in me violenti sentimenti di irritazione. Solo per educazione presi "Il Cavallo Nero" che posi a decantare in un anonimo cassetto. Nei mesi successivi, conobbi un po' meglio Dario Colusso. Ebbi modo di apprezzare la sua strategia, la sua estrema perseveranza, la sua illimitata tenacia nel perseguire gli obiettivi. Dario Colusso riesce a vincere anche quando perde. Eventuali sconfitte, digerite molto faticosamente (basti osservare la mimica del volto), diventano in seguito per lui occasione di studio, in quanto ripercorre a mente fredda tutte le mosse meticolosamente annotate sul suo taccuino. Solo dopo aver capito i propri errori riesce a trovare sollievo e trarne vantaggio per la partita successiva.
L'ingegner Colusso è capace di tenere per ore la concentrazione alta sugli scacchi, la stessa concentrazione che per anni conserva nei suoi obiettivi della vita. In questo modo ha vinto la sua più importante partita: quella con me.
Uno scacco alla Regina che ha capitolato pubblicamente il 10 Maggio 2009, dopo esser stata vinta da quello che considerava un qualsiasi pedone. Ho così imparato che anche un pedone può fare scacco matto.
"Il Cavallo Nero" è rimasto poi per anni in un cassetto. Presi dai primi anni di matrimonio e duramente provati per varie vicissitudini abbiamo ceduto al più grande peccato che possa commettere un essere umano: abbandonare le proprie passioni.
Un po' per mancanza di tempo, un po' perché presi dal turbinio della nuova vita, ci siamo dimenticati che le nostre passioni sono linfa vitale. Le nostre passioni sono il salvagente che permette di galleggiare nel mare della mediocrità e dell'uniformità. Le nostre passioni mantengono vivo il nostro intelletto. E il riprenderle ci rida' vita, come testimonia lo sguardo luminoso di Dario nel riprendere a giocare a scacchi. E così con la complicità di Paolo Gensabella come supporto tecnico, grazie al professore Paolo Pavin conosciuto sui banchi di scuola e poi ritrovato dopo tanti anni, ed infine con il contributo del fratello Andrea Colusso che ha realizzato l'illustrazione di copertina è stato possibile far rivivere questa favola dissotterrandola dal cassetto. Uno scritto scorrevole, ambientato in un mondo fantastico, sospeso nel tempo che mi ricorda vagamente il Signore degli Anelli e le Cronache di Narnia, fluido nella narrazione ma nel contempo preciso nella spiegazione delle regole scacchistiche. Una metafora calzante dai messaggi morali importanti, come la ricerca di nuove strade per raggiungere la pace.
Gli scacchi non rappresentano così solo un semplice gioco di strategia ma una vero e proprio canale comunicativo, un linguaggio che permette di affrontare le questioni più spinose liberandole dalla coltre dell'impulsività.
Un linguaggio universale, inclusivo che permette di comunicare tra persone diverse. Ho visto Dario Colusso giocare con persone anziane, con bambini, con scacchisti professionisti e della prima ora, bianchi, neri e gialli con la stessa immutata dedizione e passione. Più di una volta ho visto Dario conquistare il cuore di emarginati e persone che vivono situazioni problematiche semplicemente offrendosi di far una "partitina" e insegnar loro le regole degli scacchi. Ho visto bimbi sorridenti che magicamente rimangono incollati alla sedia per ore nell'ascoltare questo insegnante occhialuto che incute un misto di sacro timore reverenziale e consapevolezza di essere accolti, accettati ed ascoltati.
Ho imparato negli anni ad apprezzare il gioco degli scacchi come esercizio che permette alla mente di concentrarsi sull'attimo presente, un'attività che obbliga la mente a non accogliere pensieri inutili per focalizzarsi sul gioco per integrare ed elaborare dati diversi, aiutando a depolarizzare la testa da problemi e pensieri fissi. Insomma, una partita a scacchi può anche aiutare per superare lo stress.
L'ambiente degli scacchisti ha un fascino tutto particolare. Gli scacchisti parlano la stessa lingua, si riconoscono da una parola, da un comportamento. Ricordo ancora quando chiesi a mio marito di accompagnarmi all'esame di Persiano. Lui e il mio docente iniziarono casualmente a parlare e a scoprirsi amanti degli scacchi e iniziarono a disquisire sulle origini storiche dello "Shatranj", il nonno Persiano degli scacchi.
Conoscendo e frequentando sempre più assiduamente il mondo degli scacchisti mi sono resa conto che alla fine di ogni partita, un legame speciale unisce gli avversari che si affrontano.
Uno sguardo misto di sfida, rispetto, ammirazione e voglia di imparare e carpire i segreti dell'avversario.
Lo stesso sguardo che trapela nella splendida foto di Dario Colusso con il suo primo grande "maestro" di scacchi: suo papà Germano.
Hayat Francesca Palumbo
Il libro può essere ordinato in tutte le librerie e si trova anche
Nella vita ci possiamo imbattere in accostamenti a prima vista inusuali e atipici ma poi, inaspettatamente, si rivelano unioni sinergiche di due o più realtà non solo complementari, ma in grado di innescare circoli virtuosi alimentandosi vicendevolmente di bellezza ed armonia.
"Chimica e poesia" del premio Nobel Roald Hoffmann è un vero e proprio piccolo gioiello in tal senso.
Basato sul testo della conferenza del chimico il 6 Giugno 2013 "Chimica e poesia. Identici modi per creare un legame", questo breve testo è un condensato di riflessioni acute.
Partendo dal fatto che i più grandi poeti hanno preso spunto dall'osservazione di fenomeni scientifici (come per esempio Salvatore Quasimodo in Mobile d'astri e di quiete), Hoffmann ci conduce in un viaggio tra cenni di storia delle scienze e linguistica, sottolineando l'evoluzione del linguaggio scientifico, diventato smodatamente troppo rigido.
L'autore, particolarmente sensibile alla comunicazione, offre consigli in tal senso per poter affrontare un'efficace divulgazione scientifica.
Si apre così una finestra attraverso la quale dimensione emotiva e fisico-chimica riescono a comunicare l'una con l'altra.
In un percorso che possiamo definire in gergo tecnico "interdisciplinare" non mancano gli esempi di poesie inspirate ai fenomeni fisici come " Reflective" di A.R. Ammons, che ha usato quel canale comunicativo comune intravisto, con esiti e risvolti sorprendenti riguardo alla potenzialità introspettiva che può scaturire dalla contemplazione di un fenomeno fisico.
Ho trovato
dell' erbaccia
con dentro
uno specchio
e questo
specchio
fissava dritto
uno specchio
dentro di me
con dell'erbaccia
dentro.
Lettere e Scienza moderne non sono dunque inconciliabili. Si tratta solo di una "questione di legami", legami tra "parola e linguaggio" nella poesia e tra legami che si trasformano e dissolvono nella chimica.
Se ben ci pensiamo, il binomio chimica-poesia non è poi così recente. Già nel tredicesimo secolo, Rumi scriveva forse i suoi versi più belli nel Poema degli atomi
ph M.C.Ginevra
O giorno sorgi! Gli atomi danzano le anime ebbre d'estasi danzano sussurrerò al tuo orecchio dove trascina la danza Gli atomi dell'aria e del deserto tutti - sappilo - ne sono inebriati Ogni atomo felice o miserabile è follemente innamorato di quel Sole di cui nulla si può dire.
Poesia, scienza e danza si compenetrano su questo testo che trasuda energia vitale. La poesia di Rumi infatti non poteva non ispirare e "contaminare " la danza, in un interessante lavoro della coreografa
Elisa Mucchi a Ferrara (1)
Infine, come non ricordare il celeberrimo capolavoro in versi di Alberto Cavaliere "Chimica in versi"? Uno splendido testo tessuto di scientifica ironia e sagacia intellettuale. La "Chimica in versi" nasce da una sconfitta. Alberto Cavaliere infatti non riuscì a superare l'esame di Chimica all'Università. Invece di scoraggiarsi rese in versi l'intero corso di Chimica Generale.
Ripresentandosi all'esame cominciò (in questo caso non è solo un modo di dire) a "rispondere per le rime", superando la prova tra sbigottimento e curiosità dei docenti e si laureò proprio in Chimica. Insomma, si inventò un suo canale comunicativo, oserei dire ludico, per superare le proprie difficoltà di apprendimento. Un precursore di tutte le teorie dei nostri giorni sull'apprendimento emotivo.
Divertendoci, si impara meglio, anche una materia notoriamente ostica come la Chimica.
Da giovane studente, alunno d'istituto, non andai mai d'accordo col piombo o col bismuto; anche il vitale ossigeno mi soffocava; il sodio, per un destino amaro, sempre rimò con odio; m'asfissiò forte a scuola, prima che, in guerra, il cloro; forse perfino, in chimica, m'infastidiva l'oro. E di tutta la serie sì numerosa e varia di corpi e d'elementi, sol mi garbava l'aria, quella dei campi, libera, nel bel mese di luglio: finché non m'insegnarono che anch'essa era un miscuglio! Un vecchio professore barbuto, sul cui viso crostaceo non passava mai l'ombra d'un sorriso, un redivivo Faust, voleva ad ogni costo saper da me la formula d'un celebre composto. Non sapevo altre formule che questa: H2O; e questa dissi: il bruto, senz'altro, mi bocciò. Poi ch'era ancor più arida nella calura estiva, io m'ingegnai di rendere la chimica più viva; onde, tradotta in versi, l'imparai tutta a mente, e in versi, nell'ottobre, risposi a quel sapiente. Accadde un gran miracolo: quell'anima maniaca, che non vedeva nulla più in là dell'ammoniaca, dell'acido solforico, del piombo e del cianuro, rise, una volta tanto, e m'approvò: lo giuro! Mi lusingò quel fatto: volevo far l'artista, e invece, senz'accorgermi, divenni un alchimista... Oggi distillo e taccio in un laboratorio, dove la vita ha tutto l'aspetto d'un mortorio. E vedo, in fondo, dato che non conosco l'oro, dato che ancor mi soffoca, sempre accanito, il cloro, che non avevo torto, e il mio pensier non varia: la miglior cosa, amici, è l'aria, l'aria, l'aria!...
Buona lettura a tutti ...
Hayat Francesca Palumbo
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https://www.ibs.it/chimica-poesia-libro-roald-hoffmann/e/9788832820096
Maria Rosanna Cafolla Abbracciami Puntasecca su PVC
Dedicato a Michele
i cui abbracci hanno cambiato la vita di molte persone... inclusa la mia. Possiamo solo cantarti con tutto il cuore quel canto che ti piaceva tanto, anche in arabo ... شكرا
Grazie, infinitamente Grazie per tutto quello che gratuitamente hai dato.
Si fa presto a dire abbraccio. Un semplice gesto da sempre presente dell'espressione dell'affettività dell' "essere umano", una manifestazione fisica che ha effetti benefici riconosciuti sia a livello corporeo che psicologico (come per esempio il rilascio di endorfine).(1)
L'abbraccio si può manifestare in vari modi. Possiamo avere un abbraccio integrale o chiamato anche "fagocitotico"; abbraccio "aperto" stile mamma chioccia, un abbraccio "multiplo" per creare unità e spirito di gruppo in vari ambienti; un abbraccio di perdono o riconciliazione dopo un conflitto; un abbraccio che supera le incomunicabilità, per esempio quando qualcuno manifesta segni di crisi emotive e infine l'abbraccio passionale che fa risalire energie vitali sopite. Sarebbe infatti più coretto parlare di "abbracci" invece che di "abbraccio".
Ad una riflessione più profonda ed attenta l'abbraccio è un paradigma che declina una vastissima gamma di realtà, a più livelli.
In questo percorso, spazieremo tra cellule, arte, cosmo e spiritualità cercando di "abbracciare l'abbraccio " in tutti i suoi significati.
L'abbraccio: creazione di uno spazio vitale
Volendo volare con la mente e riflettere sul significato esteso della parola "abbraccio", possiamo sottolineare in esso il concetto di "circondare" o "cingere". Come biologa, la prima cosa che mi viene incontro nei miei pensieri a tal proposito è la cellula, che altro non è che una delimitazione di uno spazio chiuso, un microcosmo dove è possibile intraprendere il primo passo verso l'esistenza.
D'altronde, ai primordi della vita, con una visione un po' "Biosofica" o "Biopoetica", la cellula è nata da un abbraccio, o meglio da una schiera ordinata di molecole che si "abbracciano".
Mi spiego meglio: tutti noi sappiamo che la membrana che delimita le nostre cellule, la membrana cellulare, permette l'instaurarsi di un ambiente chiuso che contiene tutti gli organuli necessari per la vita cellulare. Se dissotterriamo le rimembranze liceali, molti ricorderanno che questa membrana è formata da una schiera di molecole chiamate fosfolipidi, formate da una "testa" e da una "coda" che si dispongono una di fronte all'altra per un gioco di interazioni chimiche. Queste "code" fin dai tempi dell'Università, mi hanno sempre ricordato due braccia che protendono verso altre braccia.
Raffigurazione di una membrana plasmatica
Insomma, tante molecole che protendono nell'abbracciarsi disposte in una schiera ordinata che delimita l'unità fondamentale della vita. Proseguendo la metafora biologica, possiamo dire che così come la cellula è l'unità fondamentale della vita, l'abbraccio è l'unita fondamentale della nostra affettività.
Come tante cellule vanno a formare dapprima tanti tessuti e in seguito tanti organi, i nostri abbracci nel corso della nostra vita vanno a formare un vero e proprio tessuto esistenziale, un "humus" da cui nasceranno e svilupperanno e intesseranno gli elementi fondamentali del nostro Essere, quali accettazione e riconoscimento della nostra identità, autostima, espressione dei nostri sentimenti.
Il primo abbraccio non si scorda mai.
A ben pensarci tutti noi proveniamo da un abbraccio. L'abbraccio di chi ci ha generato, l'abbraccio fecondo dei nostri genitori. Da quell'abbraccio intriso di eros, passione e fecondità, nasce una relazione che rimarrà unica ed imperitura. L'abbraccio materno nel grembo femminile è un abbraccio pieno, totalitario, intessuto da scambi continui tra madre e figlio. Un lungo abbraccio di nove mesi, nel quale tutto il corpo partecipa alla creazione di un ambiente vitale. Un dialogo ininterrotto con un linguaggio sorprendente, inaspettato. In questa comunicazione tra due interlocutori che non si vedono ma si sentono e si vivono vicendevolmente, lo scambio di informazioni si manifesta con un flusso ininterrotto di molecole chimiche, sentimenti, emozioni: è l'abbraccio è vita, è creazione di un microcosmo di pace, sicurezza, serenità.
Come dimenticare l'abbraccio materno? Un abbraccio viscerale che negli anni non perde mai il suo sapore ancestrale.
L' abbraccio ispira, dalla poesia all'architettura passando per la pittura.
L'abbraccio ha da sempre ispirato poeti, pittori, artisti di ogni tipo.Vista la sua grande potenzialità comunicativa, l'abbraccio rappresenta una eccellente raffigurazione di una lunga serie di messaggi da trasmettere, come amore, accoglienza, ascolto, perdono. I significati di un abbraccio possono essere vari, come ci ricorda Pablo Neruda.
Quanti significati sono celati dietro un abbraccio?
Che cos’è un abbraccio se non comunicare, condividere
e infondere qualcosa di sé ad un’altra persona?
Un abbraccio è esprimere la propria esistenza
a chi ci sta accanto, qualsiasi cosa accada,
nella gioia e nel dolore.
Esistono molti tipi di abbracci,
ma i più veri ed i più profondi
sono quelli che trasmettono i nostri sentimenti.
A volte un abbraccio,
quando il respiro e il battito del cuore diventano tutt’uno,
fissa quell’istante magico nell’eterno.
Altre volte ancora un abbraccio, se silenzioso,
fa vibrare l’anima e rivela ciò che ancora non si sa
o si ha paura di sapere.
Ma il più delle volte un abbraccio
è staccare un pezzettino di sé
per donarlo all’altro
affinché possa continuare il proprio cammino meno solo”
Pablo Neruda“Poesie D’Amore E Di Vita”
Innumerevoli sono gli artisti che hanno raffigurato di abbracci. Abbracci tra amanti, tra madri, come quelli meravigliosi e variopinti di Klimt. Abbracci di tenerezza, che esprimono tutta quella morbidezza, propensione alla cura e protezione di cui solo le madri sono capaci.
,
Abbracci di perdono, riconciliazione, come quello tra padre e figlio di Rembrant, prendendo spunto dalla parabola del figliol prodigo. Abbracci mascolini pudici, riservati come da codice di intimità maschile prevede, ma non per questo meno commoventi
Ma l'abbraccio non si limita ad essere rappresentato solo con pittura e scultura. Possiamo estendere il concetto di abbraccio ad una dimensione più ampia che considera non solo due singoli ma una dimensione collettiva e sociale. Un esempio pratico di ciò è nella nostra splendida città di Roma.
Ogni turista che si affaccia a piazza San Pietro, si sente dire che il colonnato è stato costruito come simbolo dell'abbraccio della Chiesa nel mondo. Questa bella immagine poetica, è solo la punta dell'iceberg. In un bell'articolo di Antonio Venditti (1), vengono spiegate le intenzioni del Bernini. Non solo un abbraccio tout court di accoglienza, ma l'abbraccio di San Pietro crocefisso con la cupola per mitra in quanto primo Vescovo. Insomma, come dire, la Chiesa sofferente nel sangue dei martiri che abbraccia l'Umanità anch'essa sofferente.
schizzo del Bernini (2)
Abbraccio e spiritualità: il circolo della Vita.
In diverse religioni, sono numerosi i riferimenti sia diretti che indiretti agli abbracci. I devoti della Madonna meditando i misteri del Santo Rosario non fanno altro che contemplare una serie di abbracci: l'abbraccio caritatevole tra Maria e Santa Elisabetta, l'abbraccio materno e paterno della Sacra Famiglia alla nascita di Gesù bambino, l'abbraccio di Simeone nella presentazione di Gesù al tempio, l'abbraccio che indubbiamente hanno dato i genitori di Gesù al loro figlio ritrovato tra i dottori del tempio dopo averlo smarrito per tre giorni, l'abbraccio pietoso di Maria deponendo il corpo del suo Divin Figlio dalla Croce.
Beato Angelico - La visitazione
La natura circolare poi dell'abbraccio apre la mente a una serie di riflessioni,che ci possono portare a una miriade di accostamenti e speculazioni. Ci basti pensare per esempio alla simbologia in alcune religioni orientali per esempio nei Mandala o alla danza del Cosmo dei Sufi.
Abbracciami. M.R Cafolla
La circolarità dinamica dell'abbraccio come la immagino io trova esatta rappresentazione in "Abbracciami" di Maria Rosaria Cafolla. Questo guizzo dinamico e tondeggiante sembra quasi voler avviluppare e custodire le più intime emozioni, come a voler iniziare un ciclo di un movimento attivo e vitale. "Abbracciami" sembra voler avvolgere la nostra più profonda interiorità, portandoci ad un sentimento di confidenza e di abbandono come se fossimo rilassati in braccia familiari. Questo tema della circolarità e del dinamismo lo ritroviamo nei danzatori Sufi. La simbologia di questa danza non è solo data dal luogo comune collettivo di "arrivare all'estasi". Si tratta anche di un esercizio di auto-consapevolezza di sé e di acquisizione di un'imperturbabilità interiore. I danzatori Sufi, come potete vedere nel video, iniziano la loro danza con una posizione in cui ciascuno abbraccia se stesso, con la mano sinistra sulla spalla destra e con la mano destra sulla spalla sinistra.
Solo dopo essersi abbracciati aprono le loro braccia quasi a voler avvolgere a loro l'universo intero, insegnandoci così che solo dopo aver preso consapevolezza del nostro Io più profondo possiamo aprirci in abbracci cosmici. Il gesto di abbracciare se stessi è infatti propedeutico per poter abbracciare il prossimo. Come dire: abbracciarsi per abbracciare, accogliersi per accogliere, amarsi per amare ricordando il detto Evangelico "Ama il prossimo tuo come te stesso" che possiamo riformulare per estensione "abbraccia il prossimo tuo come abbracci te stesso". In questo modo riscopriamo ancor di più l'importanza del prenderci cura di noi per poter dare il meglio, in modo tale che i nostri abbracci possano fare la differenza e dare qualcosa di veramente consistente, qualcosa di profondo che possa cambiare la vita delle persone. Riferendoci al testo presente nel video, possiamo dire che :
"La vera storia di un abbraccio è tutta interiore".
Uomini speciali per abbracci speciali
All'inizio di questa riflessione, ho nominato Michele. Quest'articolo infatti è nato per ricordarlo ad un anno dalla sua morte. Molti si chiederanno chi fosse, ma non credo sia importante o opportuno lanciarmi in questa sede in ricordi stucchevoli. Non basterebbe un'enciclopedia per ricordare quello che ha rappresentato non solo per me ma per tantissime persone.
Credo sia invece importante ricordare e ricordarci che ci sono uomini speciali per abbracci speciali. Ci sono uomini che riescono con un abbraccio consapevole e sincero ad aprire i cuori, consolare dolori più profondi, accogliere gli esclusi o chi si sente tale.
Ci sono uomini che hanno fatto dell'abbraccio un vero e proprio canale comunicativo privilegiato, un linguaggio non verbale efficace più di mille parole. Ci sono uomini che con un abbraccio riescono ad anticipare l'espressione di bisogni affettivi e necessità emotive nei più piccoli fremiti. Michele era uno di questi. In tanti anni, l'ho visto dispensare abbracci generosi ad una miriade di persone: bimbi, giovani, vecchi, ad ognuno con la massima cura e dedizione, facendoci sentire unici e irripetibili e insegnandoci che l'abbraccio è la via più breve tra due cuori.
Quando perdiamo qualcuno di caro, oltre al dolore del distacco emotivo c'è il dolore per la mancanza dei piccoli gesti fisici, tra cui gli abbracci. Gli abbracci di Michele mancheranno a tantissime persone. Ma forse, invece di soffermarci su quello che non potremmo più avere potremmo far tesoro di quello che abbiamo avuto. Magari così, dando ciò che abbiamo ricevuto, potremmo imparare noi a dare abbracci che possano cambiare la vita della persone, così come Michele (Padre Ludovico), ha fatto con noi.
Nel desiderio di essere abbracciata, desiderio dai contorni sempre più sfumati ed eterni, ti posso scrivere solo due righe.
Abbracciami nell’intimità del tuo cuore abbracciami nelle pieghe del mio dolore nelle gioie dei miei traguardi abbracciami nel tempio della tua accoglienza Il tuo abbraccio sarà per me protezione di un grembo materno i nostri cuori uniti impareranno a librarsi insieme in una mistica danza Sarà l’albore di due nuove vite.
Hayat Francesca Palumbo in memoria di Michele Fazzone....Padre Ludovico o.f.m.
(2) L'abbraccio di piazza san Pietro. http://www.specchioromano.it/fondamentali/Lespigolature/2005/Aprile%202005/Il%20colonnato%20di%20San%20Pietro,%20un%20abbraccio%20di%20fede%20e%20arte.htm
Dedicato a genitori, figli, suoceri e mariti. L'arazzo della vita può essere un capolavoro se ogni punto illumina di colore il proprio punticino senza invadere l'altro.
Dedicato in modo speciale a mio marito Dario, con il quale abbiamo dovuto forgiare insieme nuove chiavi con le quali aprire porte nei labirinti in cui la vita ci aveva portato.
Quando penso alla formazione di una nuova coppia mi vengono alla mente molte immagini: un nuovo ecosistema che si deve assestare inevitabilmente portando uno scompenso iniziale agli ecosistemi attigui; uno scontro titanico tra due civiltà diverse; un trapianto di organo nel quale bisogna superare le possibili crisi di rigetto. La nuova coppia si “inserisce” infatti in un complesso di relazioni consolidato e ciò può essere traumatico per tutte le realtà, sopratutto se prendiamo in considerazione i rapporti genitori-figli. I rapporti infatti con la famiglia di origine e soprattutto con la suocera possono risentire di questa nuova realtà. Si innescano dinamiche nuove ed inaspettate dovute a questo mutamento nella vita di genitori e figli. Sebbene le identità personali rimangano immutate (la mamma è sempre la mamma, i figli sono sempre figli), i ruoli si dovrebbero evolvere seguendo il passo della dinamicità della vita. Ma non sempre è così e ciò può portare a conflitti a cui tutti, o in prima persona o per esperienze vicine, abbiamo assistito.
L'origine di tutto: il rapporto genitori-figli
Ci sono molti rapporti che se non equilibrati e ben costruiti nel corso degli anni possono provocarci conseguenze che ci porteremo per tutta la vita, sia nel bene che nel male.
Il più importante di questi, è quello che lega i genitori ai figli.
Quante delle nostre situazioni hanno come origine il rapporto che abbiamo avuto e abbiamo con nostro padre e nostra madre! Squilibri e problemi che rischiano di sommergerci e condizionarci quando non gestiti in modo adulto e consapevole.
Il primo passo per rendere felici i propri figli è la consapevolezza che non ci appartengono, ma che prima di tutto sono persone. Due grandi poeti come Khalil Gibran e Jose Saramago hanno espresso questo concetto in modo magistrale.
Gibran sui figli
Un figlio è un essere che Dio ci ha prestato per fare un corso intensivo di come amare qualcuno più che noi stessi, di come cambiare i nostri peggiori difetti per dargli migliore esempio, per apprendere ad avere coraggio. Sì. È questo! Essere madre o padre è il più grande atto di coraggio che si possa fare, perché significa esporsi ad un altro tipo di dolore, il dolore dell'incertezza di stare agendo correttamente e della paura di perdere qualcuno tanto amato. Perdere? Come? Non è nostro. È stato solo un prestito. Il più grande e meraviglioso prestito, siccome i figli sono nostri solamente quando non possono prendersi cura di sé stessi. Dopo appartengono alla vita, al destino e alle loro proprie famiglie. Dio benedica sempre i nostri figli, perché a noi ci ha benedetto già con loro.
Josè Saramago -
Un rapporto genitori-figli maturo ed equilibrato è un prerequisito fondamentale per la costruzione di rapporti con gli altri. Ed a maggior ragione lo è per lo sviluppo di buoni rapporti con la famiglia di origine de nostro compagno/a.
Iniziare da questo punto è fondamentale per capire la genesi di alcune dinamiche familiari, soprattutto con l'introduzione di un nuovo elemento estraneo (il nostro compagno) nella famiglia di origine di ciascuno.
I rapporti di qualsiasi tipo vanno costruiti, curati, vagliati, pianificati senza dare nulla per scontato. La consapevolezza di una relazionalità equilibrata da costruire è fondamentale in quanto i genitori devono proprio preparare i figli a tessere la loro vita mediante la formazione di una rete di relazioni, ed è proprio la famiglia il primo luogo dove si impara a fare ciò. Bisogna per questo considerare e riconoscere che i nostri figli, oltre e prima di essere "piezz' è core" hanno una loro identità personale. Purtroppo a volte, questa realtà sfugge. Non sempre si riesce a varcare quella soglia, quel passaggio psicologico da una persona, nell'entità unica mamma incinta più bambino, a due persone, ognuna con una propria identità, mamma più bambino "separati" dopo il parto. Spesso si assistono a dinamiche in cui la maternità viene centrata solo sull'Ego materno e non sulla donazione di una nuova vita indipendente. Si assiste quindi ad uno strano fenomeno di ribaltamento dei ruoli in cui il cordone ombelicale non serve più a nutrire il bambino ma a nutrire la mamma in un rapporto di squilibrio affettivo che non potrà far altro che portare a conseguenze nefaste, in quanto ogni relazione fondata su un presupposto di possesso o sfruttamento emotivo è destinata a fallire, anche tra genitori e figli. Ci sono madri che hanno partorito solo fisicamente ma non ancora psicologicamente, volendo rimanere in quello stato di estasi perenne di "donna incinta", ma ciò non è possibile, non è né reale né naturale.
Il diventare suocera rappresenta la cartina tornasole della recisione del cordone ombelicale. Cordone che andrebbe tagliato al momento opportuno, con una grande dose di coraggio, generosità ed onestà sentimentale. Quando ciò non avviene nei tempi e modi idonei, sono grossi guai. Alcune madri, arroccandosi dietro ad un distorto concetto di amore materno non lasciano la loro postazione per nessun motivo al mondo. Così però, obbligano i figli una volta adulti, a tagliare, contro natura, essi stessi il cordone ombelicale. Ma ciò sarà molto più doloroso per ambedue le parti in quanto ci vorrà un'ascia per riuscire a infrangere un cordone diventato catena sclerotizzata dagli anni, da frustrazioni e risentimenti da parte di entrambi. Doloroso e difficile. Questo tipo di dinamiche sembrano essere molto più frequenti tra i figli maschi e le loro madri. Nell'immaginario collettivo e negli stereotipi, è la mamma dell'uomo che dà maggiormente filo da torcere nella vita di coppia. Il rapporto madre-figlio è diverso da madre-figlia. Abbiamo due canali comunicativi diversi che risentono della fisiologica differenza tra uomo e donna. Se nel rapporto madre-figlia il rischio più alto è quello della competizione e del paragone, il lato positivo è che due donne si capiscono meglio di quanto si capiscano uomo e donna, e quando hanno trovato una strategia condivisa, riescono a unirsi in complicità per affrontare comuni dinamiche familiari. Il rapporto madre-figlio è soggetto a problematiche diverse, dovuto al pericolo di trasfert e sovrapposizioni di ruolo che può raggiungere livelli patologici in certi casi, come per esempio quando muore il padre e la madre riversa sul figlio tutto il suo pathos.
Onorare il Padre e la madre: dall'infanzia alla maturità.
Il recidere il cordone ombelicale non significa dimenticare o abbandonare i propri genitori. Anzi, significa invece dare una connotazione più matura ed adulta a questo rapporto. In ogni cultura, il rispetto verso i genitori è un caposaldo per la società Perfino nel codice civile italiano l'art. 315 (1) indica il dovere civile di rispetto dei figli nei confronti dei genitori.
Il comandamento divino recita testualmente Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà. (2)
Può capitare che il comandamento venga usato come ricatto affettivo o spada in mano a genitori che hanno una visione distorta del concetto di "onorare". L'etimologia viene in nostro aiuto facendo chiarezza. Onorare viene dal latino "onus" da cui viene anche l'italiano "oneroso", che significa pesante, ciò che ha peso. Onorare quindi significa dare peso, attribuire valore, attribuire il giusto peso, valorizzare in maniera adeguata, dare il giusto valore a padre e madre. Tradotto con una formula negativa significa non disprezzare. "Disprezzare" vuol dire dare un valore sbagliato, un prezzo sbagliato. Se noi disprezziamo i nostri genitori non saremo mai felici in quanto non diamo giusto valore e disprezziamo la nostra origine. Onorare i genitori non significa quindi cedere ad ogni loro richiesta passivamente ma dare a loro il "giusto peso", a prescindere dai loro caratteri, dai loro sbagli, perché, ricordiamo, i nostri "eroi dell'infanzia" sono esseri umani che sbagliano e che inevitabilmente, come tutti gli esseri umani commettono errori che ci condizionano.
Onorare il padre e la madre implica anche accettare i loro limiti, le loro imperfezioni, implica imparare a perdonarli collocandoli in questo modo nel giusto ordine delle cose. Concedere ai nostri genitori di sbagliare e perdonarli ci fa diventare adulti. Riuscire a costruire buoni rapporti con i genitori innesca un circolo virtuoso in quanto :
-si impara ad essere buoni marito e moglie essendo buoni figli;
-si è buoni figli perdonando i genitori;
-buoni rapporti con suoceri/generi-nuore sono fondati su buoni rapporti genitori/figli;
-buoni rapporti genitori/figli si costruiscono onorando (dando il giusto peso) ai genitori.
Ruoli ed identità: gli altri non siamo noi.
Nel momento in cui si forma la nuova coppia il palcoscenico della vita si affolla e inevitabilmente ci saranno cambiamenti nei ruoli degli attori. Sebbene le identità vengano mantenute, i ruoli cambiano, si evolvono con lo scorrere del tempo. I genitori devono prendere consapevolezza della crescita, sia anagrafica sia psicologica dei propri figli, che diventati adulti, avranno sempre bisogno di loro ma in modo diverso. Quando questo non succede si entra in conflitto. Per esempio, ci sono mamme che ancora comprano la biancheria ai figli sposati o li trattano da bambini davanti alle loro mogli con vezzeggiativi e atteggiamenti infantili che rasentano il ridicolo, non rendendosi neanche conto dell’inopportunità della cosa. Il primo incontro con la suocera non si scorda mai, come nell'esilarante film con Jane Fonda. Piccoli campanelli di allarme nei primi mesi di fidanzamento vengono sottostimati e irrisi, sulla scia dell'innamoramento. Ma ci sono, e eventuali comportamenti inadeguati e inopportuni se non frenati nel tempo opportuno, si amplificano esponenzialmente.
Dal film "Quel mostro di mia suocera" con Jane Fonda e Jennifer Lopez
Se viene fatta rilevare l'inadeguatezza di alcuni comportamenti delle suocere, che sembra non si rendano conto, si assiste all'effetto "Cado dalle nuvole" stigmatizzato dalle solite frasi “Ma che male ho fatto?", “Eppure l’ho sempre fatto!" e così via.
I figli per quieto vivere e perché hanno già "troppe cose a cui pensare e queste non sono cose importanti" tendono a minimizzare queste dinamiche davanti alla moglie (“Lascia fare” , “Lascia correre” , “Falla contenta”) ottenendo l’effetto opposto, aumentando il senso di frustrazione delle mogli che dopo un po’ scoppiano.
Un altro esempio in cui c’è una grossa confusione di ruoli è quando si instaura una “competizione-sovrapposizione” tra suocera e nuora, e nel peggiore dei casi anche tra suocera e suocera... Ci sono suocere che per esempio vogliono imitare le nuore e nel peggiore dei casi anche le consuocere nel vestire e nel comportarsi generando una vera e propria Babilonia di rapporti traslati e sfalzati che nulla hanno a che vedere con la realtà. Una situazione tipica è quando le suocere vengono a casa degli sposi e danno continuamente consigli “non richiesti” in un fenomeno di transfert psicologico degno di Freud, nei quali la propria realtà non viene vissuta ma si cerca di vivere quella degli altri.
Avere una giusta consapevolezza dei ruoli e delle identità evita la maggior parte dei conflitti familiari. Quando questo è difficoltoso o non scontato come si fa?
Prima di tutto è essenziale riconoscere il problema e non nasconderlo minimizzandolo o negandolo con le soliti frasi preconfezionate tipicamente maschili del tipo: “Ma è fatta così” , “Non è cattiva” , “Ci vuole tempo”. Ricordiamoci il vecchio detto popolare “Il medico pietoso fa la piaga purulenta”. Molte dinamiche che nascono come formiche, se non affrontate subito possono diventare veri e propri bisonti. Il dialogo sincero e schietto nell'intimità della coppia rimane la base per superare le difficoltà. Il rischio che si corre, sopratutto nei primi anni di matrimonio. è quello di ritenere responsabile il compagno delle parole e azioni dei suoi genitori. Dobbiamo ricordarci che il libero arbitrio esiste e che responsabile delle azioni o parole di una suocera è esclusivamente lei stessa.
Solo con la base del dialogo e del confronto si riesce a evitare questa trappola. Il dialogo sincero tra i due permette inoltre di elaborare insieme strategie difensive e preventive. Chi meglio di un figlio che conosce i propri genitori può dare dritte e suggerimenti su come evitare o gestire i conflitti? Questo può essere un gran esercizio per sviluppare la complicità nella coppia e un modo per aumentare la condivisione magari di problemi atavici che così verranno alleggeriti.
Piccole strategie
In conclusione a questo lungo iter, seguono alcuni spunti pratici che potrebbero aiutare in un'ottica di gestione più serena dei rapporti.
Il dialogo
Il dialogo nella coppia fa miracoli. Imparare a dialogare con serenità e sincerità previene molti problemi e conflitti. In una società dove il dialogo, (quello vero, vecchio stile, occhi negli occhi, per intenderci) viene sempre più soppiantato da canali comunicativi laconici ed immediati, la comunicazione profonda e veramente efficace viene profondamente penalizzata. Spendere del tempo con il proprio compagno rilassa i rapporti e permette di acquisire nuove chiavi per migliorare quelli già presenti.
Costruirsi una propria identità di coppia
Il dialogo e la capacità di passare del tempo insieme ha come prima positiva conseguenza la costruzione di una solida identità di coppia. E’ importantissimo soprattutto nei primi anni di matrimonio non lasciarsi prendere dal vortice delle visite e di tutte le domeniche passate dai parenti, ma essere molto equilibrati. Si deve entrare in modo decisivo nella logica che i ruoli cambiano come abbiamo già ampiamente detto, e che siamo di fronte ad una nuova realtà che va considerata.
Non prendere decisioni da soli senza accordo col coniuge.
La costruzione dell'identità di coppia avviene sopratutto nelle piccole dinamiche di ogni giorno. Con l'avanzare dell'età i genitori ridiventano come bambini. Individuano il punto debole della coppia e vanno da lui (o da lei) per fare inviti, carpire autorizzazioni, informazioni all’ insaputa dell’altro. E’ importante per questo non prendere decisioni da soli ma solo decisioni condivise con il proprio coniuge, in un'ottica di unità di coppia. Come faccio infatti a far passare il messaggio che faccio parte di una nuova realtà, se ancora mi comporto da single e non prendo decisioni con il mio compagno? Se i genitori intuiscono la minima fessura e la coppia manca di compattezza, inevitabilmente ci saranno conflitti e problemi.
Non dare scatole da rompere
Spesso le nuore si lamentano che le suocere "rompono le scatole". A questo proposito, una persona per me assai autorevole mi rispose ironicamente che la colpa era la mia che davo le scatole da rompere. Il sillogismo è perfetto oserei dire filosofico: Se la suocera rompe le scatole, non dargli nessuna scatola!
Questo passo fondamentale presuppone notevole acume e uno "sguardo penetrante" in grado di cogliere e capire sfumature per poter leggere gli animi. Se sappiamo che un discorso può diventare fonte di discussione, intromissione o critica, semplicemente evitiamolo, o interrompiamolo sul nascere.
Passare tempo da soli con i propri genitori.
Continuare a tessere il proprio rapporto filiale e renderlo sempre più maturo abbassa l’ansia e il sentimento da “nido vuoto” che può insorgere nei genitori. Senza un “estraneo” in mezzo (ricordiamo che comunque, almeno all’inizio il nostro compagno è un elemento estraneo alla nostra famiglia) i genitori sono più rilassati ed è più semplice affrontare eventuali problematiche spinose. Il passare del tempo insieme con i genitori in fase adulta può essere una buona occasione per ricordare le cose belle fatte insieme, per esprimere il nostro sentimento di gratitudine per quello che ci hanno dato, per prendere consapevolezza di tutto un cammino percorso insieme. Il tempo passato insieme può essere momento di intimità filiale che permette di tirare fuori risentimenti, traumi e rancori anche magari a livello subconscio, sepolti dagli anni e irrisolti, e iniziare così un processo di guarigione affettiva indispensabile per poter godere appieno della vita.
Non forzare le cose
Purtroppo, essendo cresciuti in una determinata realtà e avendo ricevuto l'imprinting "Lorenziano" sin dalla nascita, è inevitabile proiettare il nostro modello di famiglia su quello del nostro compagno. Dobbiamo invece prendere consapevolezza che cose che per noi sono scontate a livello familiare, per altri possono essere fuori dalla norma. Detto in linguaggio più concreto, il motto celeberrimo "gli altri siamo noi" di Tozzi del lontano 1991, non regge minimamente. Gli altri non siamo noi. Ognuno di noi ha proprie realtà, limiti modi e costumi che vanno rispettati, conosciuti e valutati. In una società in cui per colpa di una tendenza verso un buonismo spietato che tenta di annullare tutte le identità, si rischia di confondere le acque e di volere a tutti costi ricercare unioni incompatibili tra le famiglie di origine, anche se animati dalle le migliori intenzioni. Non necessariamente bisogna riunire le due famiglie di origine. Se ci sono incompatibilità che fanno soffrire troppo e rischiano di essere causa di conflitto per la coppia, si possono pianificare momenti distinti, cercando di equilibrare con tanta carità tutte le situazioni ed esigenze. Ciò ovviamente non significa tagliare i ponti, ma anzi significa rendersi conto della realtà e della natura delle persone in un ottica di costruzione di rapporti "sostanziosi". Se infatti "gli altri non siamo noi", a maggior ragione siamo spronati a far fruttare le nostre capacità empatiche e sviluppare nuovi canali comunicativi per poter migliorare la nostra relazionalità.
Concludendo: non tutte le nuore sono fortunate come Ruth e non tutte le suocere sono fortunate come Noemi
La storia di Ruth e Noemi mi ha accompagnato fin dalla mia infanzia. Ricordo il film degli anni '60, con un bellissimo Stuart Whitman nei panni di Booz che incarnò il mio primo prototipo adolescenziale di principe azzurro quando sognavo da sempre una suocera come Noemi. Una storia di amore e di tenerezza. Una storia di complicità, di dedizione e donazione femminile tra suocera e nuora. Dopo, per par condicio, va visto anche il film "Quel mostro di mia suocera", in quanto propone un' ottica diametralmente opposta. Nella ricchezza delle possibilità umane è proprio così: ci possono essere rapporti di ogni tipo. La cosa importante è di tenere sempre al centro l'identità di coppia.
Ricordando questa storia con mio marito, ironicamente ci siamo chiesti : ma un rapporto così buono non sarà stato mica dovuto al fatto che Ruth era vedova e quindi il marito (figlio di Noemi) non poteva creare incidenti diplomatici come spesso fanno inconsapevolmente i mariti? Ai posteri l'ardua sentenza e buona visione !
Hayat Francesca Palumbo
Note
(1)
Art. 315-bis
Diritti e doveri del figlio.
Il figlio ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacita', delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
Il figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici, e anche di eta' inferiore ove capace di discernimento, ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano. Il figlio deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacita', alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché' convive con essa. (2) Esodo 20,[12] Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Deuteronomio 5,[16] Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.
Lavorare in un Liceo Artistico ha come effetto collaterale positivo lo sviluppo di una nuova percezione visiva. L'occhio impara a nutrirsi di nuove ed inaspettate prelibatezze cucinate con gli ingredienti base di forme, spazi e colori.
Acquisendo una nuova ottica, lo sguardo penetra nell'immagine, sviscerandone significati e contenuti o semplicemente beandosi in essa, come in una piscina cromatica. In ogni immagine che percepiamo, sia un' opera d'arte, sia una realtà fisica, la forma non solo ne determina la natura ma ne diventa anche chiave di interpretazione. Nascono così varie considerazioni e voli pindarici sul concetto e sulla percezione delle forme in ambiti che spaziano dall'arte alla biologia, dalla poesia alla sociologia, riconoscendone l'importanza fondamentale.
L'apoteosi della forma nella pienezza di Botero
Ho avuto il piacere di gustare qualche mese fa la mostra di Botero a Roma, in compagnia di una amica. Durante questo piacevole momento, ho iniziato a riflettere sul concetto di forma, iniziando un percorso mentale che in seguito si è rivelato generoso in nuove ed inaspettate diramazioni.
Si può tranquillamente affermare che Botero sia un maestro della forma.
L'attrazione verso le forme rotonde è infatti la sua carta d'identità, la sua caratteristica distintiva. Richiamato inesorabilmente dalle rotondità, è riuscito a plasmare con esse ogni tipo di realtà del suo vissuto artistico.
"Un artista è attratto da certi tipi di forme senza saperne il motivo. Prima adotto una posizione per istinto, e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla." Botero
Botero- Ragazza con fiori
Botero-La Muerte de Pablo Escobar
Le forme scelte da Botero sono un vero e proprio linguaggio, un alfabeto artistico con il quale riesce a comunicare qualsiasi tema. Si arriva in questo modo all’esaltazione di tutte le forme tramite l’iperbole della fisicità. Tra le tele della mostra ho incontrato femmine vere, sensuali nella piena apoteosi della loro maternità. Donne “burrose”, sinuose, gioconde e feconde, ma non solo. Ci troviamo davanti ad un vero e proprio canale comunicativo iconico che riesce a tradurre qualsiasi realtà, dall'arte (Monna Lisa), alla religione (ci basti pensare ai ritratti del clero), dai politici ai ritratti di scene di vita familiare e conviviale, dalla sua descrizione di avvenimenti drammatici, come la morte di Escobar, ai famosi soggetti circensi.
Ricordiamo anche il Gesù di Botero: un Cristo in croce che ci riporta in pieno al “Cristo ha voluto prendere forma umana” e che forma, aggiungerei.
Un Cristo veramente umano, in tutto, anche nella fisicità. Insomma un tripudio di forme.
Botero- Cristo crocifisso
Le forme di Botero racchiudono generosamente materia e sopratutto colore, che risuona grazie all'effetto "grancassa" di ogni linea curva e morbida.
Persino le nature morte di Botero invitano alla generosità delle forme. Una vera e propria apoteosi e godimento alla vista. Sfidando le norme della prospettiva, rende ancor più munifica la generosità intrinseca della natura.
Questa sorta di "Teologia rotonda" di Botero ci mette a nostro pieno agio, suscita sentimenti di simpatia e invita tutti noi, magrolini, rotondi e "normodotati" a riflettere sulle nostre forme e a riconciliarci con esse. Dobbiamo avere la consapevolezza che la forma che assume il nostro corpo durante gli anni non solo è legata all'espletamento di tutte le nostre funzioni vitali ma è anche (e sopratutto) lo specchio del nostro vissuto interiore.
Busto di Aristotele
Malattie, depressione, disturbi alimentari, attività fisica, massaggi influenzano la nostra forma e fanno di noi, agli occhi più sensibili ed attenti, un libro aperto dove è possible leggere gli avvenimenti salienti della nostra vita. In altre parole, la forma del nostro fisico può diventare la parte visibile del nostro invisibile.
Se coltiviamo il desiderio di cambiare "forma", dobbiamo riflettere sul fatto che sarebbe meglio prima cambiare e sanare il contenuto. Insomma prendendo spunto da Aristotele, non possiamo cambiare forma alla candela senza agire sulla cera.
Compenetrazione tra arte e forma: una sola Arte in più forme La forma non è solo data da linee e colori, ma può essere definita da parole, come pennellate in un quadro. Leonardo da Vinci paragona non solo la pittura ad una "poesia che si vede e non si sente " , ma anche la poesia ad una "pittura che si sente e non si vede" associando ineluttabilmente queste due forme artistiche. La ricerca della forma perfetta nella poesia è stato il motore della poesia Parnassiana del 19esimo secolo. Ricordiamo brevemente a tal proposito Theophile Gautier, per il quale la parola va cesellata, scolpita, plasmata, proprio come un gioiello. Per il poeta parnassiano, bisogna dare forma alla parola proprio come ad una scultura, riecheggiando così Michelangelo. Ritornando alla metafora di Leonardo da Vinci, ricordiamo che nella storia abbiamo innumerevoli esempi di connubio tra pittori-poeti e pittura - poesia.
Pensiamo per esempio all'amicizia profonda, quasi sfociata nel sodalizio tra il poeta Beaudelaire e il pittore Delacroix. Ricordiamo che Beaudelaire scrisse diversi saggi ed articoli su Delacroix in occasione dei Salons, esposizioni Parigine nel 1845 - 1846 ed in occasione della morte del pittore.
Per i francofili propongo il seguente testo:
" Je crois, monsieur, que l'important ici est simplement de chercher la qualité caractéristique du génie de Delacroix et d'essayer de la définir; de chercher en quoi il diffère de ses plus illustres devanciers, tout en les égalant; de montrer enfin, autant que la parole écrite le permet, l'art magique grâce auquel il a pu traduire la parole par des images plastiques plus vives et plus appropriées que celles d'aucun créateur de même profession, - en un mot, de quelle spécialité la Providence avait chargé Eugène Delacroix dans le développement historique de la Peinture."
Baudelaire ci parla in sintesi di "un'arte magica" che permette la traduzione della "parola" in "immagini plastiche".
Rimbaud farà di più, nella sua celebre poesia Voyelles associando prima vocali a colori e in seguito accostando ognuno di questi binomi ad una vera e propria visione.
Un continuo transitare di sinestesie, un flusso ininterrotto tra forme cromatiche e alfabetiche in una coreografia vitale dalla quale prendono forma le visioni del poeta "voyant" come si definiva Rimbaud.
Nella sua raccolta di "Illuminations", la sua poesia va oltre il colore, giungendo alla consistenza di vere e proprie visioni di luce e colore.
Le forme in natura: Form is function
Durante i miei anni di Università, rimasi letteralmente folgorata dalla presa di consapevolezza dello stretto legame tra forma e funzione. Sembra banale, scontato, lapalissiano. D'altronde anche un bimbo si rende conto che una forchetta ed un coltello hanno forma diversa perché servono a fare cose diverse. Se ne è reso conto l'architetto L.H. Sullivan, definito come il primo architetto moderno Americano, che non poteva esprimere meglio questo concetto :
«Tutte le cose in natura hanno un aspetto, cioè, una forma, una sembianza esterna, che ci spiega che cosa sono, che le distingue da noi stessi e dalle altre cose. Senza dubbio in natura queste forme esprimono la vita interiore dei sistemi naturali, la qualità originaria, di animali, alberi, uccelli, pesci […]. Nella traiettoria del volo dell’aquila, nell’ apertura del fiore di melo, nella fatica del lavoro duro del cavallo, nello scivolare gaio del cigno, nella ramificazione della quercia che si aggroviglia intorno alla base nel movimento delle nubi e sopra tutto nel movimento del sole, la forma segue sempre la funzione, e questa è la legge. Dove la funzione non cambia, la forma non cambia […]. È la legge che pervade tutte le cose organiche e inorganiche, tutte le cose fisiche e metafisiche, tutte le cose umane e sovraumane di tutte le manifestazioni concrete della testa, del cuore, dell’anima, che la vita è riconoscibile nella sua espressione, che la forma segue sempre la funzione. Questa è la legge» (1)
Di esempi in tal senso in natura ne abbiamo veramente a migliaia. Riflettiamo per esempio sulla grande varietà di forme di foglie e radici adattate all'ambiente: la forma fa la differenza tra vita e morte.
Negli ambienti estremi e desertici, ci imbattiamo in forme tenaci, caparbie, resistenti alle intemperie. Forme perfette, efficaci, forme che sfruttano ogni minimo spazio, ogni possibilità infinitesimale, ogni strategia possibile per slanciarsi alla vita.
esempi di adattamenti delle piante in ambienti xerici
Ragionando sul concetto di forma e funzione a livello più profondo, non possiamo far altro che spalancare il cuore e la mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Se consideriamo che ogni organismo deriva da un'unica cellula secondo il celeberrimo motto che Omnis cellula e cellula, non possiamo fare altro che stupirci dalla varietà di forme e funzioni cellulari.
Consideriamo per esempio astrociti e globuli rossi. Parafrasando un celebre film, sono "così vicini" uniti dalla loro origine cellulare primordiale, e "così lontani",differenziati nella loro funzione pienamente contraddistinti nella loro forma.
Ragionare in modo approfondito su questo legame intrinseco spalanca cuore e mente sulla perfezione del sistema “Uomo”. Come non affascinarsi sulla perfezione di una cellula? Come non perdersi nella vastità del mare dendritico di una cellula di Purkinje nella perfezione delle sue ramificazioni?
Cellula del Purkinje (2)
Come non commuoversi nella contemplazione di micro-organuli presenti nella cellula? La culla della vita è questa, tra forme rotondeggianti e perfette che danzano nello spazio della membrana cellulare. Letteralmente estasiata nella contemplazione della perfezione della biologia cellulare ebbi nel corso dei miei primi anni universitari una sorta di rinnovata conversione nella quale presi profondamente consapevolezza dell’unione inscindibile tra scienza, fede e bellezza.
Le forme biologiche sono talmente armoniche, affascinanti e oserei dire "ipnotizzanti" che hanno persino ispirato collezioni di gioielli.
La forma della forma: spirali e motivi matematici ricorrenti
Ma la forma non solo è intrinsecamente legata alla funzione ma alla natura della forma stessa. Andando in profondità, osserviamo che la natura usa una sorta di paradigma creativo che declina sia microcosmo sia macrocosmo. Già in epoca antica, dalle prime civiltà agli antichi Egizi, in seguito con Fibonacci nel Rinascimento, fino ai nostri giorni, con lo studio della bio-matematica e dei frattali, la sezione aurea sembra costituire il modulo della tassellatura dell'Universo. Osserviamo così un unico motivo matematico che si ripete nella sua identità nelle galassie, nel corpo umano, nella corolla di un girasole e nell’ embriogenesi di un gasteropode.
Esempi di spirali auree in natura
Un motivo ripetuto: dalla morfologia botanica alle galassie.
Gli studi di Leonardo Fibonacci e in seguito quelli del frate francescano Luca Pacioli che ha pubblicato proprio sulla sezione aurea il trattato Divina Proportione, illustrato dallo stesso Leonardo, hanno dato via ad una nuova consapevolezza, una nuova visione del concetto di armonia nell’arte . Sono numerosissimi i capolavori soprattutto di Leonardo, in cui ritroviamo l'intelaiatura della spirale, del triangolo o del quadrato aureo.
L' Uomo vitruviano e spirale aurea
La Gioconda e la spirale aurea
S. Girolamo di Leonardo e rettangolo aureo
Annunciazione di Leonardo e triangolo aureo
La forma così diventa pura armonia e bellezza. Inevitabilmente la visione di tali forme armoniche e così perfette non può fare altro che suscitare percezioni sensoriali di piacere, rilassamento, di appagamento, che tutti noi abbiamo provato davanti ad un'opera d'arte.
Forma e società
In questo percorso in cui abbiamo contemplato la perfezione delle forme, possiamo anche fare il ragionamento inverso. Abbiamo visto che nella forma può risiedere armonia, pienezza, unità.
Ma quando manca una forma? Quando la compattezza e l’identità di un’unità fisica, biologica o anche sociale vengono meno?
Posso avere vari effetti. Un effetto che chiamerei “ameboide” nel quale come in un’ameba senza forma definita, la realtà perde le proprie connotazioni e caratteristiche. La realtà cambia così continuamente forma in base al substrato solido. Corpi viscidi e mutevoli fanno pensare ad identità cangianti. Dallo stato gelatinoso in questa metafora biologica a quello liquido, in una metafora sociologica il passo è breve . Ci viene incontro Zygmunt Bauman che può essere definito a tutti gli effetti il profeta della “liquidità”, e la liquidità è assenza di forma. Nei suoi saggi, con acume e finezza, il sociologo Polacco ha analizzato le cause del disagio dell'Uomo post-moderno in crisi di identità in relazione al passaggio da una "modernità solida" alla post-modernità liquida dei nostri tempi.
Zygmund Bauman
Il problema attuale della nostra società sembra essere proprio questo: la perdita di forma. La nostra società non solo è "tagliuzzata" ma manca di coordinazione tra gli elementi diversi. Neanche le nostre vite si salvano, ridotte ad un accumulo di momenti che mancano di armonia, ritmo e coesione. In una parola: Vite senza forma globale o coerente ma frammentata.
Personalmente ho la percezione di vivere in una fase di disgregazione di tutto ciò che abbiamo vissuto. In un’epoca di rinnegamento di qualsiasi nostra forma (leggasi radice) storica, religiosa, culturale, familiare e biologica.
Non esiste più identità, non esiste più forma, non esiste più ruolo. Ci basti pensare alla globalizzazione in cui sempre più le identità nazionali non sono ben nette e definite. Il concetto di fratellanza e condivisione dei popoli di cultura diversa viene così male interpretato producendo una condizione identitaria scialba ed opaca,
Pensiamo all’appiattimento dei ruoli e dei sessi che rende sempre più informe e vago il concetto di famiglia. Ragioniamo sulla perdita della netta definizione dei compiti e funzioni che viviamo in ogni ambito, per esempio familiare e lavorativo. Chi lavora nel mondo della scuola conosce bene questa realtà.
La perdita di forma e di "solidità sociale" ha provocato conseguenze pesanti sulla nostra emotività e la nostra psiche. Ansia, depressione, attacchi di panico, frustrazione, sfiducia, scoraggiamento. Tutte realtà che stanno sempre più prendendo piede nella nostra "Società liquida".
Concludiamo così il nostro viaggio attraverso la forma. Magari adesso guarderemo un dipinto o ascolteremo una poesia con una nuova chiave, più consapevole. Magari acquisteremo una nuova visione, più penetrante. Magari svilupperemo una nuova coscienza per la quale la forma è tutto, tutto è nella forma, tutto è forma.
Hayat Francesca Palumbo
(1) da L. H. Sullivan, The tall office building: artistically considered, in «Lippincott’s Magazine», 57, marzo 1896. Testo di CARLA LANGELLA L’EVOLUZIONE DEL PROGETTO BIO‐ISPIRATO
(2) http://sammlungfotos.online/brandspdwn-purkinje-cells.htm
Per approfondimenti sulla sezione aurea e gli elementi di biomatematica, consiglio i seguenti siti: http://www.festascienzafilosofia.it/2014/04/sezione-aurea-la-base-di-tutto/
http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1 https://paideiaoggi.wordpress.com/2015/12/12/la-sezione-aurea-espressione-aritmetica-della-bellezza/
http://www.lanostra-matematica.org/2013/08/spira-mirabilis-la-spirale-meravigliosa.html?m=1