domenica 9 luglio 2017

I come invidia. Storia di uno sguardo bramoso.







Ognuno di noi ha incontrato nel corso della vita il sentimento dell'invidia: il più ancestrale di tutti.
Presente in ogni religione, sembra la base di ogni combattimento spirituale nel quale bene e male si affrontano. Per la religione cristiana l'invidia affonda le sue radici nel combattimento tra bene e male e tutte le nostre tribolazioni alla fine si riducono all'invidia del demonio nei confronti dei figli
di Dio.

"Per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo
e ne fanno esperienza coloro che le appartengono" Sap 2,24 .

Per i Buddisti e i Musulmani, l'invidia ha una connotazione lievemente più mitigata:  l'invidia è ostacolo al raggiungimento della pace della mente o di un cuore "infiammato".
"Non sopravvalutare quello che hai ricevuto e non invidiare il prossimo: colui che invidia il prossimo non conseguirà la pace della mente." Buddha 

"E che cos'è un cuore infiammato? "E' il cuore pio, immacolato, nel quale non c'è colpa, né ingiustizia, né colpa, né invidia" al Hakim al Thirmidhi

In ogni tempo ed in ogni religione, questo sentimento ha attraversato vasti territori temporali e geografici.
Partiamo in una sorta di viaggio illustrato dei meandri dell'invidia in modo razionale ed analitico.
Che cos'è l' invidia? Dal dizionario Garzanti:

1. sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui: avere invidia di qualcuno, contro qualcuno; provare, nutrire invidia per qualcuno; crepare d’invidia; essere roso dal tarlo dell’invidia | nella teologia cattolica, uno dei sette peccati capitali, consistente nel dolore per il bene altrui, considerato come una lesione o una diminuzione del bene proprio

2. desiderio di avere ciò che un’altra persona ha, non accompagnato però da malanimo; ammirazione, emulazione: ha una salute da fare invidia | la persona o la cosa che suscita tale sentimento: è entrato in azienda con un incarico che è l'invidia di tutti

Quindi, da una parte abbiamo un sentimento assai devastante, dall'altra abbiamo una chiave di lettura più attenuata, quella che in gergo si chiama "invidia buona", sulla quale sono da tempo impegnata in una lunghissima polemica con una mia ispiratrice di riflessioni.

Ragioniamo sul senso generale e più vasto dell'invidia.
Etimologicamente l'invidia ha una forte componente visiva (in- video. guardare male)
L'invidia nasce da uno sguardo concupiscente, avido. Uno sguardo che scruta, indaga, giudica le realtà altrui. Uno sguardo che vuole impadronirsi delle realtà viste anche se non gli appartengono. Lo stesso sguardo dell'opera di Gericault, geniale pittore francese del XIX secolo che ha ritratto le pieghe più oscure dell'umanità nella collezione di malati mentali.
Nei dettagli di questo volto cogliamo tutta l'avidità, la concupiscenza, la bramosia di uno sguardo che mira ad invadere e conquistare la sfera intima dell'invidiato.


 Theodore Gericault (1791-1824)
Alienata con monomania dell'invidia

L'invidia è dunque una bulimia di sguardi indiscreti. Non a caso nella Divina Commedia, gli invidiosi sono sottoposti al castigo che più gli si addice: hanno le palpebre chiuse con il fil di ferro. Come un mettersi a dieta dopo aver fatto i bagordi.

Ma quali sono le radici dell' invidia?
La radice principale è una non conoscenza e non accettazione delle proprie realtà associata ad una bassa autostima.
Invidio perché sono insoddisfatta di quello che ho. O meglio sono insoddisfatta di quello che credo di avere o che credo di non avere, e allora quando mi imbatto in qualcuno che vive realtà che virtualmente vorrei vivere, scatta l'invidia.
L'invidia illude, suggestiona, mostra cose che non sono vere. Si basa su apparenze, sul primo sguardo "dentro" che quasi sempre è fallace e superficiale. Magari noi invidiamo una taglia 40 che ha problemi di anoressia, o una coppia apparentemente perfetta che nell'intimità è in conflitto. O invidiamo l'erba del vicino che a noi sembra sempre più verde ma...





Una scarsa autostima condita con un pizzico di vittimismo sono radici secondarie dell'invidia, e se ci riflettiamo bene, queste due realtà sono sorelle della non accettazione di sé. La non equilibrata conoscenza di sé con conseguente poca autostima, porta ad uno stato di immobilismo vittimistico nel quale si è più portati a fissare lo sguardo sull'altro che su se stessi.

Come si manifesta l' invidia?
Prima manifestazione, intrinsecamente legata alla radice etimologica, è la curiosità. L'invidia è curiosa, indagatrice, manca di discrezione.
Segue la volontà dell'invidioso di sminuire chi sta accanto. La bassa autostima e i complessi di inferiorità portano ad una volontà distruttiva verso il prossimo. Volontà che fagocita una più sana e ragionevole volontà costruttiva verso se stessi.  Mi spiego meglio. Sempre con l'esempio della taglia 40. Invece di coltivare una volontà costruttiva e di miglioramento nei miei confronti mettendomi a dieta e facendo sport, coltivo una volontà distruttiva verso il prossimo con giudizi del tipo "Ragazza bellissima  ma è un' oca" oppure "guarda che sedere che ha".
Si instaura un gioco perverso di alternanza tra fasi di distruzione e incensamento. Perché l'invidioso così è: diviso in se stesso, tra ammirazione e denigrazione, tra amore ( malato ) e odio. Viene così ingoiato una una vorticosa ciclotimia tra emulazione e calunnia.
E cosi abbiamo l'invidia che se da una parte ha uno sguardo anelante e quasi adorante verso la Gloria, contemporaneamente cerca di spennarla per impedire che essa voli, come nel quadro di Menageot, pittore Francese del XVIII secolo.







Un'altra manifestazione caratterizzante l'invidia è la maldicenza. Sempre per "spiumare" e deturpare cosa meglio della maldicenza? Quante chiacchiere hanno inquinato ambienti di lavoro, famiglie, comunità.
L'invidioso tesse trame di maldicenza e calunnie per immobilizzare e tarpare le ali, per insinuare il dubbio e per gettare fango per poter emergere. Questo è lo scopo dell' invidioso.
Giotto raffigura l'invidia  come una donna dalla cui bocca escono serpenti, e sembra illustrare perfettamente le parole di Papa Francesco.




La persona invidiosa, la persona gelosa è una persona amara: non sa cantare, non sa lodare, non sa cosa sia la gioia, sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ne ho’. E questo lo porta all’amarezza, un’amarezza che si diffonde su tutta la comunità. Sono, questi, seminatori di amarezza. E il secondo atteggiamento, che porta la gelosia e l’invidia, sono le chiacchiere. Perché questo non tollera che quello abbia qualcosa, la soluzione è abbassare l’altro, perché io sia un po’ alto. E lo strumento sono le chiacchiere .  
 Cerca sempre e vedrai che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo”.

Papa Francesco



La manipolazione della realtà è un' altro frutto dell' invidia. L'invidioso essendosi costruito una sorta di realtà parallela che gli fornisce un alibi ( lui ha questo, io no) farà di tutto per cercare di plasmare la propria realtà con la manipolazione. I manipolatori vogliono infatti  creare relazioni secondo la propria visione della realtà e non secondo la realtà stessa. L' invidioso tende a manipolare perché, non essendo padrone della propria realtà, deve plasmare i pensieri degli altri a proprio piacimento.

Una volta presa la consapevolezza della nefasta invidia, riflettiamo sui meccanismi di difesa che possiamo usare.
Non dobbiamo pensare a difenderci solo dall'invidia "in entrata" cioè quella che gli altri provano nei nostri confronti, ma dobbiamo accettare il fatto che anche noi siamo suscettibili dei più turpi sentimenti. Nessuno è immune. L'invidia in "uscita" dai nostri cuori è quella più subdola in quanto è difficile accettare il fatto di poter partorire tali sentimenti.

Difendersi dall'invidia esterna è semplice. La scelta delle amicizie è fondamentale. Diffidiamo da chi ci adula o è troppo curioso o vuole entrare nella nostra vita con saccenza, arroganza e prepotenza. Impariamo ad essere discreti sulle nostre cose, mettendo le tende alla nostre finestre interiori in modo da preservare la nostra interiorità da sguardi indiscreti. Insomma, come direbbe il mio Maestro "se non vuoi che qualcuno ti rompa le scatole, non dargli scatole da rompere".  E' difficile, sopratutto per chi ha un carattere spontaneo ed aperto, ma bisogna assolutamente renderci conto che non è possibile condividere tutto con tutti.

Combattere l'invidia potenziale che potrebbe nascere dai nostri cuori richiede un forte lavoro su se stessi.
Occorre lavorare molto sulla conoscenza di se, sulla consapevolezza delle nostre realtà e sulla ricerca della nostra dimensione. Impiegando positivamente e costruttivamente le nostre forze in questo lavoro, ci renderemo conto che le energie impiegate invidiando gli altri sono solo uno spreco che non ci possiamo permettere di dissipare se vogliamo crescere seriamente.

Sempre nell'ottica di un rinforzo della consapevolezza del nostro essere, un buon esercizio è la memoria della nostra storia. Il ripercorrere mentalmente la nostra vita ricordando le nostre vittorie e i momenti belli ci aiuta a riprendere quota e rende evanescente i motivi di invidiare il prossimo, in quanto prendiamo consapevolezza che, se anche sto passando un momento negativo, qualcosa di bello nella mia vita c'è stato. Se poi ci alleniamo nel ringraziamento ( a Dio per chi crede, o chi fa per lui ...vita, cielo o entità da voi considerata) allora, l'immunizzazione è pressoché completa.
Seguendo il motto "Agere contra", se l'invidioso si caratterizza dall'amarezza e dall'incapacità di gioire, allora io devo imparare a gioire di ogni cosa. Non sempre è evidente. Non sempre ci riusciamo. Ma dobbiamo sforzarci in quanto la lamentela è il primo passo verso l'invidia.
Ricordo il personaggio di Pollyanna e il suo gioco delle felicità. Trovare oggi giorno il positivo nella nostra vita non è una cosa buonistica e poetica, ma è un vero e proprio allenamento mentale, una sorta di palestra che ci permette di formattare al positivo i nostri atteggiamenti.






Vorrei concludere con una piccola riflessione su quella che alcuni chiamano "invidia buona".
Sono impegnata in questa simpatica querelle da mesi. Una persona vulcanica che suscita nella mia testa continui confronti, nelle nostre riflessioni mi ha fatto notare che da dizionario esiste "l'invidia buona". Lascio ad ognuno di voi un varco aperto in questo senso, per carità.
Sinceramente non condivido questa visione in quanto già intrinsecamente nella radice etimologica quel "in" non ha solo la connotazione di "dentro" ma ha anche una connotazione negativa dando alla parola il significato guardare male  (1) . Mal si sposa l'epiteto "buona" con una parola che ha una particella negativa, ed anche la definizione che segue specifica l'uso "improprio" del senso buono.





Invece di invidia buona, io parlerei di ammirazione, buon esempio, sprone. Se riflettiamo sulla parola compassione  (patire con) possiamo dire che "l'invidia buona" è il complementare della compassione, cioè "gioire con", ma non ho trovato un lemma che mi soddisfi in tal senso.
Se ci pensiamo bene, le persone nella nostra vita che ci hanno manifestato compassione, che hanno sofferto con noi nei momenti bui, sono pure quelle che vedendo i successi della nostra vita, hanno avuto uno sguardo benevolo e magari hanno preso forza ed incoraggiamento dalle nostre vittorie. Ma persone così sono veramente rare. Beato chi se ne circonda. E' possibile gioire senza invidia dei successi degli altri ( riprendendo il concetto di "invidia buona" ) solo se si è capaci anche di soffrire insieme nella compassione reciproca.

Hayat Francesca Palumbo

(1) https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/invidia

domenica 18 giugno 2017

M come Ministero dell'Istruzione: viaggiando da Amari alla Fedeli passando per il tunnel di neutrini






Michele Amari 
Tempo fa mi sono imbattuta in una conferenza sulla figura di Michele Amari.
Michele Amari è stato un notissimo orientalista, il primo forse che si interessò della storia Siciliana legata all'Islam. Con mia grande consolazione, iniziò lo studio dell'Arabo ex- novo a 37 anni, fatto che mi incoraggia molto sopratutto considerando quello che per gli addetti ai lavori ha rappresentato e continua a rappresentare.
Forse non tutti sanno che Michele Amari è stato anche Ministro della Pubblica Istruzione  nel 1860. Quando apprendo queste notizie, mi si aprono non solo porte, ma anche finestre ed oblò e mi sono ritrovata in un caleidoscopio di pensieri, paragoni, riflessione su evoluzioni ed involuzioni del nostro sistema scolastico nella linea del tempo in questi ultimi due secoli circa.
Il miei voli pindarici seguono pedissequamente il mio vissuto e il mio vivere attuale nella grande bolgia del mondo scolastico.
Così, per curiosità,  di  mi sono andata a ricercare la lista dei Ministri della Pubblica Istruzione in cerca di aneddoti e figure peculiari. Sarebbe stato meglio se non lo avessi fatto. Per certe cose è meglio rimanere nell'ignoranza in quanto la conoscenza porta il dolore della contraddizione  e della follia del sistema odierno.
Nel pensare a profili di alta cultura, di spessore patriottico, morale di alcuni nostri antichi  ministri dell'istruzione e poi vedere ciò che abbiamo avuto negli ultimi anni, sorge spontaneo un sentimento di sconforto più totale suggellato dall'amletico (ma non troppo) interrogativo "Come siamo caduti così in basso? "
Aggiungi didascalia
Quando penso a Ministri come Michele Amari, Guido Baccelli, Francesco de Santis, Benedetto Croce e a ministri(e) come Maria Stella Gelmini e Valeria Fedeli mi viene uno sconforto difficilmente esprimibile.
Ricordiamo per esempio la figura di Francesco de Santis, Quanti della generazione passata non hanno in casa  o non si sono imbattuti nella sua Storia della Letteratura Italiana? Ricordiamo il suo impegno politico, la sua partecipazione ai moti del 1848.

Baccelli inaugura il Congresso
di Medicina a Torino 1898 
Ricordiamo la figura di Guido Baccelli, forse meno conosciuta. Guido Baccelli era illustre medico che si spese per scuola e sanità, (i suoi studi e il suo impegno per la cura dei malati di malaria sono stati innovativi per l'epoca). Guido Baccelli non solo fu un medico geniale e illuminato
 ma fu anche un ministro dell'istruzione attento alla realtà della scuola e della società. Fu ministro dell'istruzione per ben sette volte.
Nel 1895 predispose nuovi programmi aggiungendo suggerimenti molto dettagliati per ogni singola materia di studio, dando importanza all'insegnamento della storia. Una figura che mi affascina, anche perché, avendo lavorato sia nella sanità sia nella scuola, ho assistito a quello che è un parallelo declino inesorabile, forse proprio causato dall'assenza di personalità veramente competenti, illuminate e geniali, come Baccelli.
Durante la sua carriera politica, appassionato della cultura classica, favorì lavori di ristrutturazione del Pantheon (a quell'epoca la Direzione generale  delle antichità e delle belle arti dipendeva dal Ministero dell' istruzione). Promosse a Roma la realizzazione del Policlinico Umberto I e della Galleria nazionale d'arte moderna e contemporanea e si dedicò a dare impulso agli scavi archeologici di Pompei e delle Terme di Caracalla.
Benedetto Croce 
Ricordiamo tra  le figure più conosciute quella di Benedetto Croce, su cui, data la sua notorietà, mi soffermo poco. Storico, filosofo, politico, critico letterario è ricordato perlopiù per il suo impegno antifascista. (ricordiamo il suo Manifesto degli intellettuali antifascisti).
Basilica di Santa Croce a Firenze. Lapide a Giovanni Gentile 
Ricordiamo anche  Giovanni Gentile, che insieme a Benedetto Croce fu uno dei maggiori esponenti del neoidealismo. Diciamo che, a differenza di altri Ministri dell'Istruzione, Gentile può vantare un'ampia esperienza di insegnamento e di gestione: professore ordinario di Storia della filosofia all'Università di Palermo (1910), professore ordinario di Filosofia teoretica all'Università di Pisa (1914), professore ordinario di Storia della filosofia all'Università di Roma (1917), professore ordinario di Filosofia teoretica alla Università di Roma (1926), commissario della scuola Normale superiore di Pisa (1928-1932), direttore della Scuola Normale superiore di Pisa (1932-1943) e vicepresidente dell'Università Bocconi di Milano (1934-1944). Promotore nel 1923 della riforma scolastica che porta il suo nome, viene anche ricordato come come ideatore e curatore dell'Enciclopedia Italiana ed educatore.
Ricordiamo, infine, come uomini di grande spicco intellettuale e culturale, anche Tullio de Mauro, recentemente scomparso, grande linguista a cui è stata dedicata recentemente una sala della Biblioteca Nazionale e Ministro dell'Istruzione nel 2000.

Terminiamo questa breve carrellata citando il primo ministro donna, facendo cronologicamente un piccolo passo indietro.
Il nostro primo Ministro dell'istruzione donna è stata Franca Falcucci. Molto poco amata per vari motivi  per me è stata comunque un punto di svolta nella scuola in quanto ha iniziato nel 1975 ad aprire una breccia per i ragazzi diversamente abili con il documento che porta il suo nome.
Un inizio, un varco, una presa di consapevolezza dell'esistenza dei disabili nella società.
Secondo quanto scritto all'interno del Documento, la scuola "proprio perché deve rapportare l'azione educativa alle potenzialità di ogni allievo, appare la struttura più appropriata per far superare le condizioni di emarginazione in cui altrimenti sarebbero condannati i bambini handicappati".

Insomma, una vera e propria intuizione, prima tappa di una nuova consapevolezza della disabilità e della necessità di lavorare sull'integrazione. Tappa di un cammino che porterà alla legge 104 negli anni successivi.

"Il superamento di qualsiasi forma di emarginazione degli handicappati passa attraverso un nuovo modo di concepire la scuola e di attuare la scuola, così da poter veramente accogliere ogni bambino e ogni adolescente per favorire il suo sviluppo personale, precisando per altro che la frequenza di scuole comuni da parte dei bambini handicappati non implica il raggiungimento di mete minime comuni" (cit.) 
Rita Levi Montalcini insieme a Franca Falcucci festeggia al CNR
il premio Nobel per la medicina.

Se consideriamo  le  riforme sul sostegno che stanno aleggiando e sopratutto da chi vengono promosse c'è veramente da rabbrividire, in quanto tradiscono tutto lo spirito originale di integrazione e promozione delle singole potenzialità, tendendo ad eliminare del tutto l'azione educativa per sostituirla con quella meramente assistenziale.  Stavamo più avanti 40 anni orsono.
Se penso che tale riforma è stata caldeggiata dal sottosegretario Davide Faraone, unico sottosegretario a non pubblicare né curriculum né dati patrimoniali, indagato per peculato e coinvolto in "movimenti atipici", mi viene una stretta al cuore. Ma volendo trovare ad ogni costo una scintilla di luce in ogni essere umano, gli si può dare il merito di poter vantare una Laurea "in itinere" al suo mandato. Il fatto che sia arrivata in un momento strategico (Marzo 2016) e dopo 16 anni dall'immatricolazione sono dettagli. Ipotizzo malignamente che Renzi pensasse a lui come Ministro dell'Istruzione e volesse un ministro laureato. Ma evidentemente non è così visto che abbiamo un ministro non laureato e con un diploma triennale.
Quando penso al ruolo del docente e a quello che è la scuola dalla signora Moratti in poi, devo ricordarmi continuamente del motivo per cui ho scelto questo lavoro e andare avanti senza farmi troppe domande.
La scuola è diventata un'entità non ben definita, una sorta di ectoplasma, un'ameba che fatica a prendere forma cercando di andare avanti trascinandosi faticosamente per la fatica di non avere arti definiti, In questo ambiente privo di scheletro e di forma, il docente non può fare altro che cercare di seguirne i cambiamenti repentini di forma senza collassare. Ma a volte non è possibile, ed intrappolato in questa prigione viscosa, non può fare altro che, alla maniera di Aldo, Giovanni e Giacomo, chiedere aiuto come meglio si crede, nella speranza che qualcuno si accorga di questo stillicidio.
Docente immerso nell'ambiente ectoplasmatico scolastico che chiede aiuto
fonte Nonciclopedia




La scuola alterna componenti in percentuali assai variabili. Una percentuale (sempre più in ribasso), di istruzione, un pizzico ma non troppo di "educazione e formazione" e una maggioranza di assistenzialismo e baby-sitteraggio.
Per quanto riguarda le famiglie che devono interagire nel dialogo educativo, si tocca  con mano una dualità sconcertante, una dicotomia traumatizzante. Si delineano due comportamenti diametralmente opposti: o  le famiglie latitano completamente, delegando ogni cosa alla scuola (come in alcuni casi anche la fornitura di quaderni, materiali e libri da parte del buon cuore dei docenti), o hanno un atteggiamento pervasivo-invasivo che si manifesta in atteggiamenti di stalking fino a dare direttive ai docenti. E chi lavora nel campo sa che non esagero.





Insomma, una sorta di arena all'ultimo sangue in cui la vita del gladiatore - docente che lotta contro le belve feroci del sistema, della burocrazia e delle continue contraddizioni, è legata al pollice verso del pubblico dei genitori e del ministro di turno che alzandosi la mattina, decide riforme e cambiamenti senza consultarsi con i diretti interessati: i docenti.
Una scuola che va verso il modello Carrefour 24 h, sempre aperta e assoggettata al desiderio di turno. Non importa quello di cui ha veramente bisogno l'alunno, bisogna dargli quello che vuole lui e quello che vogliono le famiglie: la promozione.  E deve essere uno sportello sempre aperto, ad ogni esigenza, perché le famiglie lo richiedono, come ha candidamente espresso il nostro ministro dell'istruzione.
In futuro temo fortemente che  i docenti saranno sempre meno  intermediari del sapere e della crescita umana, ma semplici cassieri che digitano tristemente sul registro elettronico a mo di registratore di cassa lo scontrino di una sterile promozione.
Questo è quello che succede quando si hanno ministri lontani anni luce dalla dimensione della cultura, dell'onestà intellettuale, dall'amore per lo studio, per il popolo, per la sapienza.
Forse è chiedere troppo. Ma mi chiedo, se il nostro paese ha avuto come ministro della pubblica istruzione menti illuminate come Amari, da Santis, Croce, Baccelli, Gentile, perché non sperare ancora?
La risposta mi si affaccia nitida nella mia testolina  e me la dà la mia solita vocina impertinente e irriverente dal tono pseudo-evangelico:
" E' più facile di questi tempi costruire un tunnel che collega il Gran Sasso al Cern di Ginevra che avere un ministro della pubblica istruzione degno di questo nome" .

Hayat Francesca Palumbo


Note: 
Notizie biografiche ed immagini tratte da wikipedia
Su Tullio de Mauro il sito ufficiale è denso di notizie e fotografie
http://www.tulliodemauro.com

Per quanto riguarda le notizie sul Ministro Falcucci : 
http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2014/9/6/SCUOLA-Franca-Falcucci-breve-storia-di-un-ministro-che-non-passa-/2/525213/

http://www.sudpress.it/davide-faraone-ed-i-soldi-dellircac-alla-cooperativa-della-moglie/

Sulla sfida educativa interessanti punti di riflessione si possono trovare qui 
https://www.lasfidaeducativa.it/genitori-contro-docenti-una-guerra-che-non-fa-bene-ai-ragazzi/

martedì 9 maggio 2017

M come matrimonio: capolavoro di bellezza e di dialogo.









Il 10 Maggio anche quest'anno è arrivato. Un altro anno insieme. Un altro anno di matrimonio.
Ogni anno una vittoria. Un sentimento di stupore ultraterreno misto alla soddisfazione del tutto terrena di esserci arrivati. Non solo per amore, ma anche per determinazione e decisione. Ogni anno il 10 Maggio mi vengono in mente le più disparate riflessioni sul matrimonio, questo grande mistero. Riflessioni e considerazioni che camminano insieme al mio vissuto. Quest'anno mi hanno particolarmente colpito alcune coincidenze legate a questa data.  

Correva l'anno 1508. 
Il 10 Maggio, Michelangelo Buonarroti ufficialmente accetta l'incarico di Giulio II ed inizia ad affrescare la cappella Sistina. Aveva all'epoca 33 anni. La mia età quando sono andata all'altare. Forse le cose migliori, come insegna l'esperienza, si compiono a quest'età. Nella tradizione storica, Michelangelo non voleva imbarcarsi in questo lavoro. Io non volevo più sposarmi, e ancor di più non volevo sposare Dario, per il quale avevo sviluppato, alcuni anni prima, una estrema intolleranza anche solo alla sua presenza. Poi però scatta un qualcosa, un "quid" indescrivibile che solo tu sei in grado di capire che ti fa fare cose che mai avresti pensato di fare.
E così, come Michelangelo, gli sposi si trovano davanti a questo vasto e sconosciuto soffitto da affrescare. Tra mille nuove difficoltà strutturali, come quella della costituzione della volta e dell'impiego di una tecnica pressoché sconosciuta, gli sposi sono chiamati ad un lungo e lento lavoro di affresco del loro matrimonio. Si va per tentativi, a volte usando un pigmento, a volte l'altro, cercando di limitare i danni di muffe ed umidità che rovinano colori potenzialmente brillanti. Ci si destreggia su ponteggi sospesi nel vuoto ingaggiando un vero e proprio corpo a corpo con le contrarietà.
Man mano che si procede si impara e si affina la tecnica. Come è stato per Michelangelo, gli sposi vivono momenti di frustrazione nel fallimento di scelte sbagliate che danneggiano la bellezza di quanto finora costruito, momenti di estrema stanchezza, di scoraggiamento, alternati a momenti di soddisfazione, voglia di rivincita e volontà di allargare i propri orizzonti verso la meraviglia e lo stupore di una nuova bellezza. 
Si affronta la stanchezza, mentre la salute fisica e quella psichica vengono messe duramente alla prova. I capolavori costano sacrificio, impegno e la perenne guerra contro noi stessi e i nostri limiti. Occorre picconare continuamente, proprio come era abituato a fare Michelangelo. Se non si piccona il blocco di marmo l'opera d'arte non si può manifestare in tutto il suo splendore. Il capolavoro è dentro quel blocco di marmo, forse abbandonato o svilito, bisogna "solo" tirarlo fuori, proprio come fece Michelangelo con il David. 






Un altro aspetto che mi è venuto incontro è quello del dialogo. Non ci può essere matrimonio senza dialogo e questa è la parte più difficile. Il matrimonio è uno scontro tra Titani, un conflitto tra due civiltà. In fondo, sono due persone estranee che devono convivere per il bene comune in modo pacifico. Due mondi diversi, due caratteri diversi, due vissuti diversi che devono assolutamente, per il bene di entrambi, trovare una via di unione. Un po' come il dialogo ecumenico ed interreligioso. 

Correva l'anno 1973.
Il 10 Maggio, Papa Paolo VI per la prima volta incontra un Papa Copto, Shenouda III. Un evento straordinario. Ancor più straordinaria la dichiarazione congiunta firmata (1), capolavoro di umiltà, onestà intellettuale e conciliazione. Questi due grandi uomini, pur mantenendo le loro identità e consapevoli delle differenze oggettive, cercano in modo equilibrato una via di unità, aggrappandosi ad un progetto comune. Proprio come in un matrimonio. 

"Tuttavia, nonostante siffatte differenze, ci stiamo riscoprendo come Chiese che hanno una eredità comune e stiamo cercando con decisione e con fiducia nel Signore di raggiungere la pienezza e la perfezione di quell’unità che è il Suo dono." (1) 

Correva l'anno 2013.  
Il 10 Maggio, a distanza di 40 anni, un nuovo incontro tra un Papa Cattolico e un Papa Copto. 
Papa Francesco incontra Papa Tawadros II. Il discorso di Papa Francesco è una sorta di "bilancio", una sorta di punto della situazione, come viene fatto in tutti i matrimoni, da una parte grati e soddisfatti di ciò che è stato costruito e dall'altra consapevoli delle difficoltà ancora da superare. 
Mi fa molto sorridere il fatto che Papa Tawadros II propose la data del 10 Maggio come "Festa dell'amore fraterno tra Chiesa Cattolica e Chiesa Copta Ortodossa". 




In quella stessa occasione, Papa Tawadros II invitò Papa Francesco in Egitto. Viaggio che si è appena svolto, tra mille inquietudini, polemiche ad apprensioni per gli attuali sviluppi politici. Magistrale il discorso di Papa Francesco all'università islamica di Al Azhar, ai partecipanti della conferenza internazionale della pace. Alcuni passaggi non solo aprono cuore e mente al dialogo interreligioso ma sono pienamente applicabili al matrimonio. Una vera e propria perla di indicazioni per una buona prassi matrimoniale.

"Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione." (3) 

Il matrimonio è una vera e propria scuola di vita, in cui si impara, si cresce e per un forte istinto di sopravvivenza si deve aprire il cuore alla speranza e alla condivisione.

Correva l'anno 2014. 
Il 10 Maggio Papa Francesco incontra in piazza san Pietro i lavoratori della scuola. 
Eravamo in piazza Dario ed io, a festeggiare i nostri 5 anni di matrimonio. Io nella mia fase Anti- Bergogliana (ora pentita) e letteralmente inferocita alla vista del Ministro Giannini sul sagrato, rimasi tuttavia colpita dall'appello alla speranza di questo Papa che sembrava intenerito ed anche divertito dallo spettacolo. Un invito ad andare avanti, a seminare, perché solo nel lavoro continuo di ogni giorno si può seminare il campo della vita. 
E mentre io mi lancio in considerazioni e riflessioni che spaziano dall'arte al dialogo interreligioso, mi sorge una domanda: e Dario che penserà del 10 Maggio? Che penserà del nostro matrimonio? 
Aspettandomi discorsi tra la filosofia e la metafisica, mi rendo sempre più conto che gli uomini hanno un altro range di sensibilità. 

Alla fatidica domanda a tradimento (di quelle che solo noi donne sappiamo fare a trabocchetto, nei momenti più inconsueti) "a cosa paragoneresti il nostro matrimonio?", la laconica ma efficace definizione di mio marito è la seguente: "il matrimonio è come la fusione di due grosse aziende già affermate singolarmente, ma che insieme producono più utili della somma di quanti ne avrebbero prodotti rimanendo separati".
D'altronde, ho sposato un ingegnere. Ben 8 anni orsono. 



(1) dichiarazione Papa Paolo VI e Papa Shenuda III
http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730510_dichiarazione-comune.html
(2) dichiarazione Papa Francesco e Tawadros II
https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/may/documents/papa-francesco_20130510_tawadros.html
(3) discorso di Papa Francesco a Al- Azhar
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/april/documents/papa-francesco_20170428_egitto-conferenza-pace.html


lunedì 10 aprile 2017

D come donna, D come desolata. Quando la maternità si impregna di Dolore





"Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi sanguina in petto" Ger 
8, 18. (1) 

A volte la maternità si impregna di dolore. Il dolore di una madre è un mistero infinito. Il dolore di una madre è uno schianto inenarrabile. Il dolore di una madre è pienamente incarnato nelle parole di Geremia: un cuore che soffre che fatica a battere per il suo sanguinamento.
Il dolore materno per la perdita di un figlio apre un varco verso abissi insondabili. Così Papa Francesco nella sua prima udienza del 2017, descrive il dolore di tutte le madri del mondo considerando la figura biblica di Rachele.

"Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.
Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili." (2) (3) 

Perché questo dolore è così forte, inconsolabile ed insanabile? Per capirlo, dobbiamo profondamente meditare e riscoprire la natura più intima del legame tra madre e figlio, legame che in questi tempi viene sempre più denaturato, mercificato banalizzato.
La realtà invece è che si tratta di un legame più che viscerale, che tocca sfere che vanno ben oltre la mera dimensione umana, toccando le vette dello Spirito.
 Un legame nel quale il figlio concepito imprime alla madre il carisma della compassione allo stato puro. La compassione estrema nel suo più stretto significato: patire con.
Maria  Desolata e addolorata racchiude tutto ciò che è questo aspetto della maternità umana. La compassione incondizionata con suo figlio Gesù. 

 Nel  film  "The Passion" di Gibson, c'è una scena che mi commuove profondamente, forse più di quella della crocefissione: la scena di Maria, che nella desolazione segue con il cuore i patimenti di Gesù. Possiamo contemplare così il cuore sanguinante di una madre che si prostra per terra in ricerca del dolore di suo figlio per poter soffrire con lui, in un' armonia di cuori che solo una maternità piena e consapevole può donare. 

Il mondo si dimentica queste mamme che soffrono, lasciandole sole e desolate sotto la loro croce, nel silenzio e nell'abbandono di una società che non sembra essere  più in grado né di accettare né di affrontare  il dolore. Il mondo dimentica queste madri scomode perché  ricordano all'umanità i propri crimini.
Il mio cuore va a loro. Il mio sguardo, misto a sofferenza e ammirazione per la dignità che le contraddistingue è rivolto a loro nelle varie realtà della terra.

(4) 

Madri  con figli disabili o malati terminali che devono continuamente lottare contro una logica perfezionista e consumistica per salvaguardare il diritto alla vita e alla dignità dei loro figli.
 Come la mamma del piccolo Charlie, che si vedrà morire il proprio piccolo non per l'esito della malattia ma per la decisione di un giudice. (5)



Quante madri hanno subito in ambiente medico pressioni per abortire dopo l'esito di un' analisi.
Ho conosciuto alcune di queste madri, che invece di essere state sostenute nella loro scelta sono state vessate e giudicate incoscienti.
Coerenti con la propria natura vitale, non solo hanno portato avanti gravidanze difficili ma spesso il loro bimbo si è rivelato sanissimo, a dispetto di certe superficialità mediche tipiche di un sistema sanitario che scarta sempre più chi non rientra in determinati criteri. Con buona pace di Ippocrate. 
Ci sono madri che contro ogni logica umana decidono di seguire fin dal concepimento il loro piccolo Gesù crocefisso nel grembo o mettono a repentaglio la propria vita.
 Madri ordinarie, come quelle che si rivolgono alla Quercia Millenaria, (6) e madri più conosciute, come Chiara Corbella o Gianna Beretta Molla. Queste donne insegnano bene che basta essere madre per un attimo per esserlo tutta la vita. Basta un bagliore di vita nell'oscurità di un grembo per innescare nel corpo nell'anima e nella psiche della donna un processo inarrestabile di energie sconosciute finora sopite.
Lo insegna il dolore delle donne che pur volendolo non sono riuscite a portare avanti una gravidanza nell'intima consapevolezza che, sebbene per un soffio, sono madri.




Ci sono madri nel mondo che vedono con i loro occhi sterminare i loro bimbi in guerre assurde dettate da interessi di pochi padroni. 
(7) 
Madri  siriane vivono l'impotenza di assicurare una vita degna di questo nome, asserragliate in cittadelle come Aleppo senza acqua, luce o gas.








(8)(9) 



Madri  rwandesi, che sono state picchiate, seviziate, bastonate costrette a vedere guerriglieri fare a pezzi i loro figli, o prese a botte per farle abortire.




Madri di guerre dimenticate, ignorate, di cui non si viene a conoscenza per non turbare il torpore di un occidente che non vuole essere turbato e disturbato dalle sofferenze fuori porta.

(10) 
Madri nella storia, private dei loro figli come le madri di Plaza de Mayo, che vivono il vuoto dei "desaparecidos", inghiottiti in un un vortice nero, in una tragedia della dittatura alla fine degli anni '70 che solo nel 2011 ha avuto parziale giustizia con la condanna del dittatore Videla per rapimento.




Le storie di dolore materno sono innumerevoli, rivestono l'umanità tra il tempo e lo spazio. Un dolore spesso lasciato solo, desolato, perché è difficile sostenere una madre che soffre. Solo un'altra madre che ha conosciuto il dolore può supportare una madre che soffre.
In quest'universo così intimo di sofferenza e dolore, sono rari gli uomini che riescono a penetrare questo mistero e dimorare rispettosi davanti a questa straziante oscurità.
 D'altronde, Maria sul monte Calvario era accompagnata da donne. Di tutti i discepoli, solo Giovanni è rimasto sotto la croce. In questa giornata di venerdì santo, ricordiamoci di loro, delle madri che soffrono. Contempliamo le loro lacrime. Perché il dolore di una madre è il dolore del mondo intero.


Maria Rosanna Cafolla.
"Dove trovar conforto al mio dolore".
Dipinto su seta. 

A te o Madre, che piangi la morte di tuo figlio 
nell'impotenza di ridargli nuovamente la vita
nella rassegnazione dello schianto del tuo cuore, 

A te o Madre che ti abbandoni in questo flutto di dolore
e prostrata al suolo veneri il sangue del figlio tuo
sangue della tua stessa sorgente. 

 A te o Madre che seguendo fedelmente tuo figlio nei meandri degli abissi della notte, lo accompagni verso epiloghi misteriosi e sei talmente immensa e immersa nell'amore che in quest'oceano di tormento, riesci a lasciare spazio ad una flebile speranza.  

Hayat Francesca Palumbo 






















(1) Maria Rosaria Cafolla. Dipinto su tela ispirato a Geremia 8: 18-21 .
 Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi si sanguina in petto . Ecco il grido d'angoscia della figlia del mio popolo da terra lontana ." Il Signore non è più in Sion? Il suo re non è più in mezzo a lei? "
"Perchè hanno provocato la mia ira con le loro immagini scolpite e con vanità straniere? " "La mietitura è trascorsa e noi non siamo stati salvati "
Per la piaga della figlia del mio popolo io sono tutto affranto, sono in lutto, sono in preda alla costernazione.  
(2) Papa Francesco
https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-4-gennaio-2017
(3) http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170104_udienza-generale.html
(4) http://www.mamme.it/le-frasi-mamma-figlio-disabile-non-vorrebbe-sentirsi-dire
(5) https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/londra-i-giudici-dicono-staccare-la-spina-charlie
(6) http://www.laquerciamillenaria.org/
La Quercia Millenaria dal 2005 si occupa di sostenere le coppie in gravidanza nei casi di diagnosi infausta. Grazie alla pluriennale esperienza come primo Perinatal Hospice italiano, vi indirizzera' presso gli specialisti dei migliori presidi ospedalieri di secondo e terzo livello per la presa in carico e l'eventuale approccio terapeutico materno fetale, o l'accompagnamento nei casi di malformazioni "incompatibili con la vita". Noi  crediamo che vostro figlio non sia un incidente e ci impegnamo a ridurre per quanto ci sara' possibile il grado della vostra sofferenza, offrendovi sostegno, competenza e il tempo che abbiamo a disposizione, gratuitamente. La Quercia Millenaria e' educazione preconcezionale, formazione scolastica e umana, assistenza alla Famiglia, accoglienza e accompagnamento delle gravidanze complicate da diagnosi malformative, in particolare se ad esito infausto, etica della Vita, della Famiglia e della professione sanitaria. La Quercia Millenaria non vi lascia mai soli.

(7)http://www.aibi.it/ita/essere-donne-e-madri-in-siria-oggi-tra-coraggio-violenza-e-ingiustizia/
(8)http://www.improntaunika.it/2014/04/ruanda-20-anni-dal-genocidio-la-francia-sotto-accusa/
(9)http://27esimaora.corriere.it/articolo/una-bimba-nellinferno-africanoventanni-fa-era-il-ruanda/
(10)http://www.adozione-a-distanza.info/giustizia-per-figli-dei-desaparecidos-rapiti-ondannato-dittatore-videla/

giovedì 6 aprile 2017

A come abecedario. L'alfabeto della vita.







Nell' abecedario della vita immagini profonde illustrano l'arte della scrittura. La lettera iniziale  rappresenta la genesi di una parola ed ogni parola fa scaturire  in noi un mare magnum di emozioni che risalgono prepotenti dal nostro intimo per vie ignote che si rivelano.
Questa la forza di Alphabetica. Un' intrinseca corrispondenza tra iconografia e logos. La lettera prescelta viene rappresentata dalla parola di cui è l'iniziale, in un circolo chiuso e infinito nello stesso tempo.
La mostra  "ALPHABETICA_Abecedario Grafico Contemporaneo" organizzata da Officine Incisorie  (1)  volge ormai al  termine. Vi ripropongo le incisioni delle artiste Maria Cristina Fasulo e Maria Rosanna Cafolla. Rigorosamente in ordine alfabetico. Abbiamo tempo fino a Domenica 9 per questa immersione nei meandri della scrittura.


Oblio  . Maria Cristina Fasulo 
 OBLIO

Non solo il semplice e mero scordare della mente dovuto all'inesorabile scorrere del tempo. 
Oblio è un mare profondo.
Oblio è cosciente volontà di immergersi in un' alternanza di silenzi, abbandoni e solitudini.
Oblio è traversare le stratificazioni dell' essere, interrotte solo apparentemente da una coltre di profondo buio per poi scivolare verso abissi sempre più profondi nella ricerca della quiete di una agognata dimenticanza.
Oblio è raggiungimento della stasi dei sentimenti nella scelta dell' impossibilità di alcun movimento . Solo la lieve brezza della rimembranza nella linea di orizzonte sembra accennare un flebile e debole punto di contatto con il mare dell' oblio, ma non è sufficiente per la riemersione dell' anima riscaldata nel grembo della profondità.
Hayat Francesca Palumbo 






Squilibrio- Maria Cristina Fasulo
 SQUILIBRIO 
Nell'inquieto squilibrio dell'anima, onde scapigliate si intersecano nella danza del mare.Un balletto  senza inizio e senza fine. Un mare senza riferimenti ben definiti nel quale la linea di orizzonte può diventare talvolta verticale , talvolta obliqua, talvolta continua, talvolta frammentata. Dipende tutto da dove si vuole  iniziare questo vorticoso volteggio tra lo squilibrio del cuore e quello della mente. Dipende tutto da quale onda darà il via al dinamico  scivolare delle emozioni. E così, senza resistenze, vagheremo da uno squilibrio 
all'altro raggiungendo paradossalmente ed improvvisamente la piena omeostasi dei sensi. 
Hayat Francesca Palumbo 


Significato-Significati. Maria Rosanna Cafolla 

SIGNIFICATO - SIGNIFICATI 

Sole che Sorge dal mare e si fonde nella continuità delle onde.
Sinuosità e Silenzio che si alternano in continue Sovrapposizioni. 
Sguardi Sognati che vagano tra luce e buio ...
Segno curvilineo che si imprime negli occhi. 
Significato.
Segni codificati dalle emozioni.
Significati. 
Come una Sinfonia 
E in una sinestesia cosmica, lo Sguardo richiama all'udito questa consonanza di tratteggi che la mente segue portando lo spettatore a cullarsi in questa alternanza di Stratificate emozioni. 
E in questo dondolio di Significati, si raggiunge uno stato di quiete, di pace con l'eco lontano delle armoniche                                                                                risonanze del cuore.
                                                                        Hayat Francesca Palumbo


VULNERABILITA'
Vulnerabilità. Maria Rosanna Cafolla


Ferite invisibili che incarnano la naturale fragilità umana sembrano parlare.
Mani delicate cercano timidamente di proteggere un corpo delicato e contemporaneamente implorano  attenzione. 
Cosa più vulnerabile di un grembo nudo, senza alcuna difesa o guarnizione? 
Paradossalmente  il luogo più vulnerabile, diventa quello più sicuro e il più caldo  per una nuova vita. 
Nella ricerca di questo tepore e di un nuovo equilibrio con la propria fragilità, mani congiunte afferrano al torace quasi in un impeto di passione il panno della pudicizia, nel tentativo di coprire forse le ferite del cuore. 
E in queste due immagini si manifesta la forza della vulnerabilità. La forza della consapevolezza che solo con  ferite aperte, figlie della nostra vulnerabilità, si  può riversare l'essenza dei nostri cuori. 
Hayat Francesca Palumbo

(1) http://www.officineincisorie.it/category/alphabetica/

giovedì 30 marzo 2017

R come respiro . Dall'angoscia alla luce








Quando ero una giovane studentella al Liceo Francese, rimasi molto colpita nello studio di Spleen, la celeberrima poesia di Beaudelaire. (1)
Per me un vero e proprio capolavoro. Un viaggio sapiente nei meandri più infossati del lato oscuro dell'uomo.
Quante volte l'uomo si sente così. Un senso di claustrofobia, di angoscia, di impotenza completa. Ed ogni nostra speranza sbatte contro i muri così come un pipistrello.
E i giorni passano. I momenti si caricano di un vortice di emotività che cresce esponenzialmente sfuggendo sempre più ad ogni controllo della ragionevolezza umana e dell'aderenza alla realtà. E questo è il nostro tempo. Tempo dell'angoscia, tempo degli attacchi di panico e di ansia sempre più diffusi trasversalmente in ogni età e ceto sociale.
Spesso mi sono chiesta il motivo di questa vera e propria epidemia di malessere psicologico. Certo i motivi possono essere tanti e spesso sono banali e superficiali. Crisi di valori, crisi sociali, problemi familiari. Tutti leitmotiv che siamo abituati a sentire. Ma forse, oltre che puntare sempre il dito contro le congiunture sfavorevoli occorre forse farsi un esame di coscienza e prenderci le nostre responsabilità. In un tempo in cui tutto è dovuto, tutto è gridato e tutti hanno diritti su tutti, riprendere le fila di noi stessi e prendere consapevolezza del nostro onere, è un atto rivoluzionario, contro corrente. Prendere coscienza che forse le nostre ansie e depressioni potrebbero essere frutto del nostro orgoglio e della nostra volontà di tenere tutto sotto controllo è già un passo verso un miglioramento. Avere l'umiltà di riconoscerci nella famosa "rana bollita" e chiedere aiuto a qualcuno di esterno chiedendogli magari di abbassare la fiamma del fornello, potrebbe essere la chiave per uscire dalla cella di Beaudelaire (1). Infatti proprio di questo si tratta: della nostra volontà. Spesso, purtroppo, per motivi di comodo e per strani meccanismi mentali, siamo portati ad avere volontà distruttive verso noi stessi e verso gli altri piuttosto che scegliere atteggiamenti costruttivi, positivi. E allora ci rendiamo conto che la scelta è continua, la scelta è qui ed adesso. Ci rendiamo conto che se vogliamo essere veramente felici, siamo chiamati a scegliere il bene costantemente, ogni attimo. Forse l'importanza della nostra scelta è maggiore di quanto possiamo pensare, persino maggiore degli eventi esterni a noi.
Dobbiamo tessere istante dopo istante la nostra serenità in un arazzo che ci impegnerà per tutto il resto della vita. Così riusciremo a partorire il nostro vero essere, ma dobbiamo trovare la forza di emettere un respiro, un nostro "si", una nostra scelta verso la luce. Basta un piccolo varco, una piccola breccia per poter entrare in nuove dimensioni e innescare circoli virtuosi. A corollario di queste considerazioni, questo stato d'animo trova in me piena rappresentazione visiva nella tela di Maria Cristina Fasulo, di cui ripropongo a proposito alcune righe ritrovate in questi giorni.
Auguro a tutti coloro che leggeranno, di riuscire a emettere questo respiro di luce, di consapevolezza e speranza, un gesto infinitamente piccolo dagli esiti infinitamente grandi. Un passaggio dalle tenebre alla luce, dagli abissi ad altezze vertiginose.


Maria Cristina Fasulo 
 Che cos'è un respiro se non un istante vitale? Il primo e l'ultimo dei nostri respiri delimitano i confini del nostro Essere e dentro questi due confini si gioca tutta la nostra vita. La luce irrompe nel respiro fissandone l'effetto: un'apertura verso le profondità. In un gioco sapientemente bilanciato di alternanze cromatiche, irrompe questo Respiro di luce che dal cielo apre un varco verso il buio e la profondità di chi osserva. Varco discreto, consapevole, delicato. Il respiro di luce rappresenta un respiro unico nei respiri contati della nostra vita. Rappresenta  l'attimo presente, l'adesso che deve essere vissuto, il " qui , adesso e ora"  da godere che porta pace, riposo e serenità. 
Il Respiro di luce evoca nell'osservatore una sensazione di riposo, distensione. Siamo davanti a un attimo di eternità , in un'antitesi solo apparente, in cui ogni istante recupera il proprio valore unico. 
Non a caso in arabo, la radice della parola respiro  è la stessa di tutti i verbi che hanno a che vedere con il campo lessicale del riposo,  del sollievo, della distensione, del rilassamento. E non solo. Respiro  ha la stessa radice della parola calma, pausa, tregua.  
Questa tela incarna proprio ciò: un momento di tregua dove riprendere consapevolezza dell'importanza dell'attimo presente, in questi tempi in cui il vorticoso susseguirsi di attimi  , riempiti da continue incombenze e richieste sociali,  ne svuota l'importanza . Hayat Francesca Palumbo 



(1) http://www.letteratour.it/analisi/A02_baudelaire_spleen.asp

giovedì 9 febbraio 2017

T come tenerezza... ovvero l' universo maschile celato.



(1) 


La tenerezza è in questi tempi una dimensione assai rara. In questa società sempre più sclerotizzata e granitica nella manifestazione dei propri sentimenti, la tenerezza è sempre più lontana, dimenticata. Nonostante la sua forza dirompente che vorrebbe zampillare persino dai cuori più induriti, un mistificato senso di rispetto umano riesce a soffocarla con la maschera della vergogna.
L' uomo così pensando di seguire la sua natura maschile, non fa altro che soffocarla.  L'universo maschile ha una potenzialità di tenerezza latente capace di compiere veri e propri miracoli. Forse perfino più delle donne. Un universo celato.
L' Uomo anela alla tenerezza. Ne ha bisogno più dell'aria. Ha bisogno di respirare questa manifestazione discreta di amore. Perché la tenerezza questo è.
E' la forma di amore rispettosa della fragilità e dei limiti.
E' contemplazione dell'amato in una sorta di timore reverenziale.
E' cura per ogni minimo particolare.
E' la capacità di scorgere, tra  le profondità abissali dei cuori, le minime necessità e soddisfarle con grande equilibrio e riservatezza. La tenerezza è silenziosa. La tenerezza non si presta a clamore e sbraitamenti. La tenerezza è riposo della mente. 
L'incisione di Maria Rosanna Cafolla questo mi dice.
Ognuno di noi è come un bimbo che anela a liberarsi da tutte le pesantezze, le sovrastrutture, le impalcature che vengono imposte.
Non ce ne rendiamo conto, ma siamo continuamente sottoposti a violenze e coercizioni che ci allontanano dalla nostra innocenza e semplicità primordiali. Come può il nostro cuore, in queste condizioni, non anelare  al ristoro, alla semplicità e all'abbandono confidente?
L'unica strada possibile da percorrere è quella della tenerezza. Come quel bimbo che si lascia andare e riposa tra braccia che possono rievocare quelle di un padre.
Ricordiamo che la parola pater deriva da una forma indoeuropea e la sua  radice verbale ha il significato di "proteggere". Insomma, padre è colui che protegge. E la protezione è la forma più alta della tenerezza. 
Il bimbo riposa. Tra due braccia. Uno che lo sostiene, facendogli poggiare il capo. Una sorta di fondamento, di radice, di basamento per quella meravigliosa opera d'arte che è l'Uomo. L'altra mano protegge, vigila con soave fermezza prevenendo ferite ed offese. 
E la tenerezza del Padre si materializza nell'infiorescenza fievolmente luminosa, posta come un sacro sigillo di protezione e cura. 
Mi rivedo in quel bimbo, in quanto nella mia vita, ho avuto la grazia di sperimentare con mano la tenerezza maschile. In modo particolare, questa incisione mi rimanda ad un episodio molto importante della mia vita: la mia laurea.

Ho dedicato la mia tesi a tutti uomini. Uomini che si apprestavano a intraprendere il cammino della vita e, uomini che sono stati di fatto i miei "papà". Insomma, figure maschili che rappresentano per me  sia quel  bimbo sia le braccia .
I miei papà, grandissimi uomini. Dalla fortissima personalità, carismatici, caparbi, determinati, testardi, lottatori. Uomini ai quali sono e sarò grata per sempre. Perché sia fisicamente, sia spiritualmente, sia moralmente mi hanno supportato con un braccio per me radice e protetto con l'altro, per me rifugio e protezione. Uomini che hanno dato libero sfogo alla propria tenerezza riuscendo così a manifestare la potenza della loro vocazione maschile, cioè quella di essere Padri nell'originale accezione semantica  di "colui che protegge" . 

Auguro a tutti gli uomini di potersi riappropriare di questa loro dimensione vitale, soffocata e sottovalutata.  Auguro a tutti gli uomini di poter fare zampillare tutta la loro tenerezza, per le loro compagne, i loro figli, i loro cari.
Perché prima che la bellezza riesca a salvare il mondo, è necessario che la tenerezza salvi i nostri cuori.

(1) questa splendida incisione è un'opera dell'artista  Maria Rosanna Cafolla. Si tratta di un "Pro Fortuna", incisione di nicchia a numero limitato che si usa in occasioni e ricorrenze speciali, spesso su committenza con il logo PF . 
m.rosannacafolla@hotmail.com