martedì 9 maggio 2017

M come matrimonio: capolavoro di bellezza e di dialogo.









Il 10 Maggio anche quest'anno è arrivato. Un altro anno insieme. Un altro anno di matrimonio.
Ogni anno una vittoria. Un sentimento di stupore ultraterreno misto alla soddisfazione del tutto terrena di esserci arrivati. Non solo per amore, ma anche per determinazione e decisione. Ogni anno il 10 Maggio mi vengono in mente le più disparate riflessioni sul matrimonio, questo grande mistero. Riflessioni e considerazioni che camminano insieme al mio vissuto. Quest'anno mi hanno particolarmente colpito alcune coincidenze legate a questa data.  

Correva l'anno 1508. 
Il 10 Maggio, Michelangelo Buonarroti ufficialmente accetta l'incarico di Giulio II ed inizia ad affrescare la cappella Sistina. Aveva all'epoca 33 anni. La mia età quando sono andata all'altare. Forse le cose migliori, come insegna l'esperienza, si compiono a quest'età. Nella tradizione storica, Michelangelo non voleva imbarcarsi in questo lavoro. Io non volevo più sposarmi, e ancor di più non volevo sposare Dario, per il quale avevo sviluppato, alcuni anni prima, una estrema intolleranza anche solo alla sua presenza. Poi però scatta un qualcosa, un "quid" indescrivibile che solo tu sei in grado di capire che ti fa fare cose che mai avresti pensato di fare.
E così, come Michelangelo, gli sposi si trovano davanti a questo vasto e sconosciuto soffitto da affrescare. Tra mille nuove difficoltà strutturali, come quella della costituzione della volta e dell'impiego di una tecnica pressoché sconosciuta, gli sposi sono chiamati ad un lungo e lento lavoro di affresco del loro matrimonio. Si va per tentativi, a volte usando un pigmento, a volte l'altro, cercando di limitare i danni di muffe ed umidità che rovinano colori potenzialmente brillanti. Ci si destreggia su ponteggi sospesi nel vuoto ingaggiando un vero e proprio corpo a corpo con le contrarietà.
Man mano che si procede si impara e si affina la tecnica. Come è stato per Michelangelo, gli sposi vivono momenti di frustrazione nel fallimento di scelte sbagliate che danneggiano la bellezza di quanto finora costruito, momenti di estrema stanchezza, di scoraggiamento, alternati a momenti di soddisfazione, voglia di rivincita e volontà di allargare i propri orizzonti verso la meraviglia e lo stupore di una nuova bellezza. 
Si affronta la stanchezza, mentre la salute fisica e quella psichica vengono messe duramente alla prova. I capolavori costano sacrificio, impegno e la perenne guerra contro noi stessi e i nostri limiti. Occorre picconare continuamente, proprio come era abituato a fare Michelangelo. Se non si piccona il blocco di marmo l'opera d'arte non si può manifestare in tutto il suo splendore. Il capolavoro è dentro quel blocco di marmo, forse abbandonato o svilito, bisogna "solo" tirarlo fuori, proprio come fece Michelangelo con il David. 






Un altro aspetto che mi è venuto incontro è quello del dialogo. Non ci può essere matrimonio senza dialogo e questa è la parte più difficile. Il matrimonio è uno scontro tra Titani, un conflitto tra due civiltà. In fondo, sono due persone estranee che devono convivere per il bene comune in modo pacifico. Due mondi diversi, due caratteri diversi, due vissuti diversi che devono assolutamente, per il bene di entrambi, trovare una via di unione. Un po' come il dialogo ecumenico ed interreligioso. 

Correva l'anno 1973.
Il 10 Maggio, Papa Paolo VI per la prima volta incontra un Papa Copto, Shenouda III. Un evento straordinario. Ancor più straordinaria la dichiarazione congiunta firmata (1), capolavoro di umiltà, onestà intellettuale e conciliazione. Questi due grandi uomini, pur mantenendo le loro identità e consapevoli delle differenze oggettive, cercano in modo equilibrato una via di unità, aggrappandosi ad un progetto comune. Proprio come in un matrimonio. 

"Tuttavia, nonostante siffatte differenze, ci stiamo riscoprendo come Chiese che hanno una eredità comune e stiamo cercando con decisione e con fiducia nel Signore di raggiungere la pienezza e la perfezione di quell’unità che è il Suo dono." (1) 

Correva l'anno 2013.  
Il 10 Maggio, a distanza di 40 anni, un nuovo incontro tra un Papa Cattolico e un Papa Copto. 
Papa Francesco incontra Papa Tawadros II. Il discorso di Papa Francesco è una sorta di "bilancio", una sorta di punto della situazione, come viene fatto in tutti i matrimoni, da una parte grati e soddisfatti di ciò che è stato costruito e dall'altra consapevoli delle difficoltà ancora da superare. 
Mi fa molto sorridere il fatto che Papa Tawadros II propose la data del 10 Maggio come "Festa dell'amore fraterno tra Chiesa Cattolica e Chiesa Copta Ortodossa". 




In quella stessa occasione, Papa Tawadros II invitò Papa Francesco in Egitto. Viaggio che si è appena svolto, tra mille inquietudini, polemiche ad apprensioni per gli attuali sviluppi politici. Magistrale il discorso di Papa Francesco all'università islamica di Al Azhar, ai partecipanti della conferenza internazionale della pace. Alcuni passaggi non solo aprono cuore e mente al dialogo interreligioso ma sono pienamente applicabili al matrimonio. Una vera e propria perla di indicazioni per una buona prassi matrimoniale.

"Tre orientamenti fondamentali, se ben coniugati, possono aiutare il dialogo: il dovere dell’identità, il coraggio dell’alterità e la sincerità delle intenzioni. Il dovere dell’identità, perché non si può imbastire un dialogo vero sull’ambiguità o sul sacrificare il bene per compiacere l’altro; il coraggio dell’alterità, perché chi è differente da me, culturalmente o religiosamente, non va visto e trattato come un nemico, ma accolto come un compagno di strada, nella genuina convinzione che il bene di ciascuno risiede nel bene di tutti; la sincerità delle intenzioni, perché il dialogo, in quanto espressione autentica dell’umano, non è una strategia per realizzare secondi fini, ma una via di verità, che merita di essere pazientemente intrapresa per trasformare la competizione in collaborazione." (3) 

Il matrimonio è una vera e propria scuola di vita, in cui si impara, si cresce e per un forte istinto di sopravvivenza si deve aprire il cuore alla speranza e alla condivisione.

Correva l'anno 2014. 
Il 10 Maggio Papa Francesco incontra in piazza san Pietro i lavoratori della scuola. 
Eravamo in piazza Dario ed io, a festeggiare i nostri 5 anni di matrimonio. Io nella mia fase Anti- Bergogliana (ora pentita) e letteralmente inferocita alla vista del Ministro Giannini sul sagrato, rimasi tuttavia colpita dall'appello alla speranza di questo Papa che sembrava intenerito ed anche divertito dallo spettacolo. Un invito ad andare avanti, a seminare, perché solo nel lavoro continuo di ogni giorno si può seminare il campo della vita. 
E mentre io mi lancio in considerazioni e riflessioni che spaziano dall'arte al dialogo interreligioso, mi sorge una domanda: e Dario che penserà del 10 Maggio? Che penserà del nostro matrimonio? 
Aspettandomi discorsi tra la filosofia e la metafisica, mi rendo sempre più conto che gli uomini hanno un altro range di sensibilità. 

Alla fatidica domanda a tradimento (di quelle che solo noi donne sappiamo fare a trabocchetto, nei momenti più inconsueti) "a cosa paragoneresti il nostro matrimonio?", la laconica ma efficace definizione di mio marito è la seguente: "il matrimonio è come la fusione di due grosse aziende già affermate singolarmente, ma che insieme producono più utili della somma di quanti ne avrebbero prodotti rimanendo separati".
D'altronde, ho sposato un ingegnere. Ben 8 anni orsono. 



(1) dichiarazione Papa Paolo VI e Papa Shenuda III
http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1973/may/documents/hf_p-vi_spe_19730510_dichiarazione-comune.html
(2) dichiarazione Papa Francesco e Tawadros II
https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/may/documents/papa-francesco_20130510_tawadros.html
(3) discorso di Papa Francesco a Al- Azhar
http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2017/april/documents/papa-francesco_20170428_egitto-conferenza-pace.html


lunedì 10 aprile 2017

D come donna, D come desolata. Quando la maternità si impregna di Dolore





"Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi sanguina in petto" Ger 
8, 18. (1) 

A volte la maternità si impregna di dolore. Il dolore di una madre è un mistero infinito. Il dolore di una madre è uno schianto inenarrabile. Il dolore di una madre è pienamente incarnato nelle parole di Geremia: un cuore che soffre che fatica a battere per il suo sanguinamento.
Il dolore materno per la perdita di un figlio apre un varco verso abissi insondabili. Così Papa Francesco nella sua prima udienza del 2017, descrive il dolore di tutte le madri del mondo considerando la figura biblica di Rachele.

"Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.
Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili." (2) (3) 

Perché questo dolore è così forte, inconsolabile ed insanabile? Per capirlo, dobbiamo profondamente meditare e riscoprire la natura più intima del legame tra madre e figlio, legame che in questi tempi viene sempre più denaturato, mercificato banalizzato.
La realtà invece è che si tratta di un legame più che viscerale, che tocca sfere che vanno ben oltre la mera dimensione umana, toccando le vette dello Spirito.
 Un legame nel quale il figlio concepito imprime alla madre il carisma della compassione allo stato puro. La compassione estrema nel suo più stretto significato: patire con.
Maria  Desolata e addolorata racchiude tutto ciò che è questo aspetto della maternità umana. La compassione incondizionata con suo figlio Gesù. 

 Nel  film  "The Passion" di Gibson, c'è una scena che mi commuove profondamente, forse più di quella della crocefissione: la scena di Maria, che nella desolazione segue con il cuore i patimenti di Gesù. Possiamo contemplare così il cuore sanguinante di una madre che si prostra per terra in ricerca del dolore di suo figlio per poter soffrire con lui, in un' armonia di cuori che solo una maternità piena e consapevole può donare. 

Il mondo si dimentica queste mamme che soffrono, lasciandole sole e desolate sotto la loro croce, nel silenzio e nell'abbandono di una società che non sembra essere  più in grado né di accettare né di affrontare  il dolore. Il mondo dimentica queste madri scomode perché  ricordano all'umanità i propri crimini.
Il mio cuore va a loro. Il mio sguardo, misto a sofferenza e ammirazione per la dignità che le contraddistingue è rivolto a loro nelle varie realtà della terra.

(4) 

Madri  con figli disabili o malati terminali che devono continuamente lottare contro una logica perfezionista e consumistica per salvaguardare il diritto alla vita e alla dignità dei loro figli.
 Come la mamma del piccolo Charlie, che si vedrà morire il proprio piccolo non per l'esito della malattia ma per la decisione di un giudice. (5)



Quante madri hanno subito in ambiente medico pressioni per abortire dopo l'esito di un' analisi.
Ho conosciuto alcune di queste madri, che invece di essere state sostenute nella loro scelta sono state vessate e giudicate incoscienti.
Coerenti con la propria natura vitale, non solo hanno portato avanti gravidanze difficili ma spesso il loro bimbo si è rivelato sanissimo, a dispetto di certe superficialità mediche tipiche di un sistema sanitario che scarta sempre più chi non rientra in determinati criteri. Con buona pace di Ippocrate. 
Ci sono madri che contro ogni logica umana decidono di seguire fin dal concepimento il loro piccolo Gesù crocefisso nel grembo o mettono a repentaglio la propria vita.
 Madri ordinarie, come quelle che si rivolgono alla Quercia Millenaria, (6) e madri più conosciute, come Chiara Corbella o Gianna Beretta Molla. Queste donne insegnano bene che basta essere madre per un attimo per esserlo tutta la vita. Basta un bagliore di vita nell'oscurità di un grembo per innescare nel corpo nell'anima e nella psiche della donna un processo inarrestabile di energie sconosciute finora sopite.
Lo insegna il dolore delle donne che pur volendolo non sono riuscite a portare avanti una gravidanza nell'intima consapevolezza che, sebbene per un soffio, sono madri.




Ci sono madri nel mondo che vedono con i loro occhi sterminare i loro bimbi in guerre assurde dettate da interessi di pochi padroni. 
(7) 
Madri  siriane vivono l'impotenza di assicurare una vita degna di questo nome, asserragliate in cittadelle come Aleppo senza acqua, luce o gas.








(8)(9) 



Madri  rwandesi, che sono state picchiate, seviziate, bastonate costrette a vedere guerriglieri fare a pezzi i loro figli, o prese a botte per farle abortire.




Madri di guerre dimenticate, ignorate, di cui non si viene a conoscenza per non turbare il torpore di un occidente che non vuole essere turbato e disturbato dalle sofferenze fuori porta.

(10) 
Madri nella storia, private dei loro figli come le madri di Plaza de Mayo, che vivono il vuoto dei "desaparecidos", inghiottiti in un un vortice nero, in una tragedia della dittatura alla fine degli anni '70 che solo nel 2011 ha avuto parziale giustizia con la condanna del dittatore Videla per rapimento.




Le storie di dolore materno sono innumerevoli, rivestono l'umanità tra il tempo e lo spazio. Un dolore spesso lasciato solo, desolato, perché è difficile sostenere una madre che soffre. Solo un'altra madre che ha conosciuto il dolore può supportare una madre che soffre.
In quest'universo così intimo di sofferenza e dolore, sono rari gli uomini che riescono a penetrare questo mistero e dimorare rispettosi davanti a questa straziante oscurità.
 D'altronde, Maria sul monte Calvario era accompagnata da donne. Di tutti i discepoli, solo Giovanni è rimasto sotto la croce. In questa giornata di venerdì santo, ricordiamoci di loro, delle madri che soffrono. Contempliamo le loro lacrime. Perché il dolore di una madre è il dolore del mondo intero.


Maria Rosanna Cafolla.
"Dove trovar conforto al mio dolore".
Dipinto su seta. 

A te o Madre, che piangi la morte di tuo figlio 
nell'impotenza di ridargli nuovamente la vita
nella rassegnazione dello schianto del tuo cuore, 

A te o Madre che ti abbandoni in questo flutto di dolore
e prostrata al suolo veneri il sangue del figlio tuo
sangue della tua stessa sorgente. 

 A te o Madre che seguendo fedelmente tuo figlio nei meandri degli abissi della notte, lo accompagni verso epiloghi misteriosi e sei talmente immensa e immersa nell'amore che in quest'oceano di tormento, riesci a lasciare spazio ad una flebile speranza.  

Hayat Francesca Palumbo 






















(1) Maria Rosaria Cafolla. Dipinto su tela ispirato a Geremia 8: 18-21 .
 Dove trovar conforto al mio dolore? Il mio cuore mi si sanguina in petto . Ecco il grido d'angoscia della figlia del mio popolo da terra lontana ." Il Signore non è più in Sion? Il suo re non è più in mezzo a lei? "
"Perchè hanno provocato la mia ira con le loro immagini scolpite e con vanità straniere? " "La mietitura è trascorsa e noi non siamo stati salvati "
Per la piaga della figlia del mio popolo io sono tutto affranto, sono in lutto, sono in preda alla costernazione.  
(2) Papa Francesco
https://www.avvenire.it/papa/pagine/papa-francesco-udienza-4-gennaio-2017
(3) http://w2.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2017/documents/papa-francesco_20170104_udienza-generale.html
(4) http://www.mamme.it/le-frasi-mamma-figlio-disabile-non-vorrebbe-sentirsi-dire
(5) https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/londra-i-giudici-dicono-staccare-la-spina-charlie
(6) http://www.laquerciamillenaria.org/
La Quercia Millenaria dal 2005 si occupa di sostenere le coppie in gravidanza nei casi di diagnosi infausta. Grazie alla pluriennale esperienza come primo Perinatal Hospice italiano, vi indirizzera' presso gli specialisti dei migliori presidi ospedalieri di secondo e terzo livello per la presa in carico e l'eventuale approccio terapeutico materno fetale, o l'accompagnamento nei casi di malformazioni "incompatibili con la vita". Noi  crediamo che vostro figlio non sia un incidente e ci impegnamo a ridurre per quanto ci sara' possibile il grado della vostra sofferenza, offrendovi sostegno, competenza e il tempo che abbiamo a disposizione, gratuitamente. La Quercia Millenaria e' educazione preconcezionale, formazione scolastica e umana, assistenza alla Famiglia, accoglienza e accompagnamento delle gravidanze complicate da diagnosi malformative, in particolare se ad esito infausto, etica della Vita, della Famiglia e della professione sanitaria. La Quercia Millenaria non vi lascia mai soli.

(7)http://www.aibi.it/ita/essere-donne-e-madri-in-siria-oggi-tra-coraggio-violenza-e-ingiustizia/
(8)http://www.improntaunika.it/2014/04/ruanda-20-anni-dal-genocidio-la-francia-sotto-accusa/
(9)http://27esimaora.corriere.it/articolo/una-bimba-nellinferno-africanoventanni-fa-era-il-ruanda/
(10)http://www.adozione-a-distanza.info/giustizia-per-figli-dei-desaparecidos-rapiti-ondannato-dittatore-videla/

giovedì 6 aprile 2017

A come abecedario. L'alfabeto della vita.







Nell' abecedario della vita immagini profonde illustrano l'arte della scrittura. La lettera iniziale  rappresenta la genesi di una parola ed ogni parola fa scaturire  in noi un mare magnum di emozioni che risalgono prepotenti dal nostro intimo per vie ignote che si rivelano.
Questa la forza di Alphabetica. Un' intrinseca corrispondenza tra iconografia e logos. La lettera prescelta viene rappresentata dalla parola di cui è l'iniziale, in un circolo chiuso e infinito nello stesso tempo.
La mostra  "ALPHABETICA_Abecedario Grafico Contemporaneo" organizzata da Officine Incisorie  (1)  volge ormai al  termine. Vi ripropongo le incisioni delle artiste Maria Cristina Fasulo e Maria Rosanna Cafolla. Rigorosamente in ordine alfabetico. Abbiamo tempo fino a Domenica 9 per questa immersione nei meandri della scrittura.


Oblio  . Maria Cristina Fasulo 
 OBLIO

Non solo il semplice e mero scordare della mente dovuto all'inesorabile scorrere del tempo. 
Oblio è un mare profondo.
Oblio è cosciente volontà di immergersi in un' alternanza di silenzi, abbandoni e solitudini.
Oblio è traversare le stratificazioni dell' essere, interrotte solo apparentemente da una coltre di profondo buio per poi scivolare verso abissi sempre più profondi nella ricerca della quiete di una agognata dimenticanza.
Oblio è raggiungimento della stasi dei sentimenti nella scelta dell' impossibilità di alcun movimento . Solo la lieve brezza della rimembranza nella linea di orizzonte sembra accennare un flebile e debole punto di contatto con il mare dell' oblio, ma non è sufficiente per la riemersione dell' anima riscaldata nel grembo della profondità.
Hayat Francesca Palumbo 






Squilibrio- Maria Cristina Fasulo
 SQUILIBRIO 
Nell'inquieto squilibrio dell'anima, onde scapigliate si intersecano nella danza del mare.Un balletto  senza inizio e senza fine. Un mare senza riferimenti ben definiti nel quale la linea di orizzonte può diventare talvolta verticale , talvolta obliqua, talvolta continua, talvolta frammentata. Dipende tutto da dove si vuole  iniziare questo vorticoso volteggio tra lo squilibrio del cuore e quello della mente. Dipende tutto da quale onda darà il via al dinamico  scivolare delle emozioni. E così, senza resistenze, vagheremo da uno squilibrio 
all'altro raggiungendo paradossalmente ed improvvisamente la piena omeostasi dei sensi. 
Hayat Francesca Palumbo 


Significato-Significati. Maria Rosanna Cafolla 

SIGNIFICATO - SIGNIFICATI 

Sole che Sorge dal mare e si fonde nella continuità delle onde.
Sinuosità e Silenzio che si alternano in continue Sovrapposizioni. 
Sguardi Sognati che vagano tra luce e buio ...
Segno curvilineo che si imprime negli occhi. 
Significato.
Segni codificati dalle emozioni.
Significati. 
Come una Sinfonia 
E in una sinestesia cosmica, lo Sguardo richiama all'udito questa consonanza di tratteggi che la mente segue portando lo spettatore a cullarsi in questa alternanza di Stratificate emozioni. 
E in questo dondolio di Significati, si raggiunge uno stato di quiete, di pace con l'eco lontano delle armoniche                                                                                risonanze del cuore.
                                                                        Hayat Francesca Palumbo


VULNERABILITA'
Vulnerabilità. Maria Rosanna Cafolla


Ferite invisibili che incarnano la naturale fragilità umana sembrano parlare.
Mani delicate cercano timidamente di proteggere un corpo delicato e contemporaneamente implorano  attenzione. 
Cosa più vulnerabile di un grembo nudo, senza alcuna difesa o guarnizione? 
Paradossalmente  il luogo più vulnerabile, diventa quello più sicuro e il più caldo  per una nuova vita. 
Nella ricerca di questo tepore e di un nuovo equilibrio con la propria fragilità, mani congiunte afferrano al torace quasi in un impeto di passione il panno della pudicizia, nel tentativo di coprire forse le ferite del cuore. 
E in queste due immagini si manifesta la forza della vulnerabilità. La forza della consapevolezza che solo con  ferite aperte, figlie della nostra vulnerabilità, si  può riversare l'essenza dei nostri cuori. 
Hayat Francesca Palumbo

(1) http://www.officineincisorie.it/category/alphabetica/

giovedì 30 marzo 2017

R come respiro . Dall'angoscia alla luce








Quando ero una giovane studentella al Liceo Francese, rimasi molto colpita nello studio di Spleen, la celeberrima poesia di Beaudelaire. (1)
Per me un vero e proprio capolavoro. Un viaggio sapiente nei meandri più infossati del lato oscuro dell'uomo.
Quante volte l'uomo si sente così. Un senso di claustrofobia, di angoscia, di impotenza completa. Ed ogni nostra speranza sbatte contro i muri così come un pipistrello.
E i giorni passano. I momenti si caricano di un vortice di emotività che cresce esponenzialmente sfuggendo sempre più ad ogni controllo della ragionevolezza umana e dell'aderenza alla realtà. E questo è il nostro tempo. Tempo dell'angoscia, tempo degli attacchi di panico e di ansia sempre più diffusi trasversalmente in ogni età e ceto sociale.
Spesso mi sono chiesta il motivo di questa vera e propria epidemia di malessere psicologico. Certo i motivi possono essere tanti e spesso sono banali e superficiali. Crisi di valori, crisi sociali, problemi familiari. Tutti leitmotiv che siamo abituati a sentire. Ma forse, oltre che puntare sempre il dito contro le congiunture sfavorevoli occorre forse farsi un esame di coscienza e prenderci le nostre responsabilità. In un tempo in cui tutto è dovuto, tutto è gridato e tutti hanno diritti su tutti, riprendere le fila di noi stessi e prendere consapevolezza del nostro onere, è un atto rivoluzionario, contro corrente. Prendere coscienza che forse le nostre ansie e depressioni potrebbero essere frutto del nostro orgoglio e della nostra volontà di tenere tutto sotto controllo è già un passo verso un miglioramento. Avere l'umiltà di riconoscerci nella famosa "rana bollita" e chiedere aiuto a qualcuno di esterno chiedendogli magari di abbassare la fiamma del fornello, potrebbe essere la chiave per uscire dalla cella di Beaudelaire (1). Infatti proprio di questo si tratta: della nostra volontà. Spesso, purtroppo, per motivi di comodo e per strani meccanismi mentali, siamo portati ad avere volontà distruttive verso noi stessi e verso gli altri piuttosto che scegliere atteggiamenti costruttivi, positivi. E allora ci rendiamo conto che la scelta è continua, la scelta è qui ed adesso. Ci rendiamo conto che se vogliamo essere veramente felici, siamo chiamati a scegliere il bene costantemente, ogni attimo. Forse l'importanza della nostra scelta è maggiore di quanto possiamo pensare, persino maggiore degli eventi esterni a noi.
Dobbiamo tessere istante dopo istante la nostra serenità in un arazzo che ci impegnerà per tutto il resto della vita. Così riusciremo a partorire il nostro vero essere, ma dobbiamo trovare la forza di emettere un respiro, un nostro "si", una nostra scelta verso la luce. Basta un piccolo varco, una piccola breccia per poter entrare in nuove dimensioni e innescare circoli virtuosi. A corollario di queste considerazioni, questo stato d'animo trova in me piena rappresentazione visiva nella tela di Maria Cristina Fasulo, di cui ripropongo a proposito alcune righe ritrovate in questi giorni.
Auguro a tutti coloro che leggeranno, di riuscire a emettere questo respiro di luce, di consapevolezza e speranza, un gesto infinitamente piccolo dagli esiti infinitamente grandi. Un passaggio dalle tenebre alla luce, dagli abissi ad altezze vertiginose.


Maria Cristina Fasulo 
 Che cos'è un respiro se non un istante vitale? Il primo e l'ultimo dei nostri respiri delimitano i confini del nostro Essere e dentro questi due confini si gioca tutta la nostra vita. La luce irrompe nel respiro fissandone l'effetto: un'apertura verso le profondità. In un gioco sapientemente bilanciato di alternanze cromatiche, irrompe questo Respiro di luce che dal cielo apre un varco verso il buio e la profondità di chi osserva. Varco discreto, consapevole, delicato. Il respiro di luce rappresenta un respiro unico nei respiri contati della nostra vita. Rappresenta  l'attimo presente, l'adesso che deve essere vissuto, il " qui , adesso e ora"  da godere che porta pace, riposo e serenità. 
Il Respiro di luce evoca nell'osservatore una sensazione di riposo, distensione. Siamo davanti a un attimo di eternità , in un'antitesi solo apparente, in cui ogni istante recupera il proprio valore unico. 
Non a caso in arabo, la radice della parola respiro  è la stessa di tutti i verbi che hanno a che vedere con il campo lessicale del riposo,  del sollievo, della distensione, del rilassamento. E non solo. Respiro  ha la stessa radice della parola calma, pausa, tregua.  
Questa tela incarna proprio ciò: un momento di tregua dove riprendere consapevolezza dell'importanza dell'attimo presente, in questi tempi in cui il vorticoso susseguirsi di attimi  , riempiti da continue incombenze e richieste sociali,  ne svuota l'importanza . Hayat Francesca Palumbo 



(1) http://www.letteratour.it/analisi/A02_baudelaire_spleen.asp

giovedì 9 febbraio 2017

T come tenerezza... ovvero l' universo maschile celato.



(1) 


La tenerezza è in questi tempi una dimensione assai rara. In questa società sempre più sclerotizzata e granitica nella manifestazione dei propri sentimenti, la tenerezza è sempre più lontana, dimenticata. Nonostante la sua forza dirompente che vorrebbe zampillare persino dai cuori più induriti, un mistificato senso di rispetto umano riesce a soffocarla con la maschera della vergogna.
L' uomo così pensando di seguire la sua natura maschile, non fa altro che soffocarla.  L'universo maschile ha una potenzialità di tenerezza latente capace di compiere veri e propri miracoli. Forse perfino più delle donne. Un universo celato.
L' Uomo anela alla tenerezza. Ne ha bisogno più dell'aria. Ha bisogno di respirare questa manifestazione discreta di amore. Perché la tenerezza questo è.
E' la forma di amore rispettosa della fragilità e dei limiti.
E' contemplazione dell'amato in una sorta di timore reverenziale.
E' cura per ogni minimo particolare.
E' la capacità di scorgere, tra  le profondità abissali dei cuori, le minime necessità e soddisfarle con grande equilibrio e riservatezza. La tenerezza è silenziosa. La tenerezza non si presta a clamore e sbraitamenti. La tenerezza è riposo della mente. 
L'incisione di Maria Rosanna Cafolla questo mi dice.
Ognuno di noi è come un bimbo che anela a liberarsi da tutte le pesantezze, le sovrastrutture, le impalcature che vengono imposte.
Non ce ne rendiamo conto, ma siamo continuamente sottoposti a violenze e coercizioni che ci allontanano dalla nostra innocenza e semplicità primordiali. Come può il nostro cuore, in queste condizioni, non anelare  al ristoro, alla semplicità e all'abbandono confidente?
L'unica strada possibile da percorrere è quella della tenerezza. Come quel bimbo che si lascia andare e riposa tra braccia che possono rievocare quelle di un padre.
Ricordiamo che la parola pater deriva da una forma indoeuropea e la sua  radice verbale ha il significato di "proteggere". Insomma, padre è colui che protegge. E la protezione è la forma più alta della tenerezza. 
Il bimbo riposa. Tra due braccia. Uno che lo sostiene, facendogli poggiare il capo. Una sorta di fondamento, di radice, di basamento per quella meravigliosa opera d'arte che è l'Uomo. L'altra mano protegge, vigila con soave fermezza prevenendo ferite ed offese. 
E la tenerezza del Padre si materializza nell'infiorescenza fievolmente luminosa, posta come un sacro sigillo di protezione e cura. 
Mi rivedo in quel bimbo, in quanto nella mia vita, ho avuto la grazia di sperimentare con mano la tenerezza maschile. In modo particolare, questa incisione mi rimanda ad un episodio molto importante della mia vita: la mia laurea.

Ho dedicato la mia tesi a tutti uomini. Uomini che si apprestavano a intraprendere il cammino della vita e, uomini che sono stati di fatto i miei "papà". Insomma, figure maschili che rappresentano per me  sia quel  bimbo sia le braccia .
I miei papà, grandissimi uomini. Dalla fortissima personalità, carismatici, caparbi, determinati, testardi, lottatori. Uomini ai quali sono e sarò grata per sempre. Perché sia fisicamente, sia spiritualmente, sia moralmente mi hanno supportato con un braccio per me radice e protetto con l'altro, per me rifugio e protezione. Uomini che hanno dato libero sfogo alla propria tenerezza riuscendo così a manifestare la potenza della loro vocazione maschile, cioè quella di essere Padri nell'originale accezione semantica  di "colui che protegge" . 

Auguro a tutti gli uomini di potersi riappropriare di questa loro dimensione vitale, soffocata e sottovalutata.  Auguro a tutti gli uomini di poter fare zampillare tutta la loro tenerezza, per le loro compagne, i loro figli, i loro cari.
Perché prima che la bellezza riesca a salvare il mondo, è necessario che la tenerezza salvi i nostri cuori.

(1) questa splendida incisione è un'opera dell'artista  Maria Rosanna Cafolla. Si tratta di un "Pro Fortuna", incisione di nicchia a numero limitato che si usa in occasioni e ricorrenze speciali, spesso su committenza con il logo PF . 
m.rosannacafolla@hotmail.com

giovedì 2 febbraio 2017

Donne che tr-amano










Inaugurata la mostra A come Donna (1). Mostra rigorosamente al femminile. Quattro artiste, quattro stili diversi. Quattro tipologie di opere solo apparentemente lontane e diverse tra loro ma unite da un filo emozionale ininterrotto in un crescendo di colori e di passione.
Tra le opere della mostra ne ritrovo una, Tr-a-mare, sulla quale avevo già scritto due righe di presentazione per l' Esposizione al Primo Concorso Ex-libris all' Abbazia di San Nilo. 
Tr-a-mare è un'incisione con la tecnica puntasecca su PVC di Maria Cristina Fasulo.(2)


Come ogni opera d'arte, Tr-a-mare parla. E ogni volta che si ascolta, come con le persone, dice una cosa nuova, riprende discorsi, completa ragionamenti, dialoga con la mente e il cuore innescando un processo quasi Socratico che permette di far partorire alla mente pensieri positivi.
Il viaggio comincia dalla parola. Tramare. Tr-amare. Tr-a-mare. Tre modi intrinsecamente legati di vivere questa parola che danno nuove chiavi per leggere il cuore delle donne.
Da sempre la Donna tesse e trama. Dalla notte dei tempi. E mi pare di vederle queste mani. Mani operose di ogni tempo e nazionalità. Mani alacri che domano la materia trasformandola in oggetto di bellezza e benessere dei propri cari. E dietro ogni coperta, ogni telo, ogni vestito, ogni tappeto, si abbellisce la casa e si riscaldano gli animi.
(3) 
Le donne sono tessitrici insitamente, nel più profondo della loro intimità, accogliendo la prima tessitura della vita nella loro loro grembo. Questa loro capacità va ben oltre la dimensione fisica e terrena, in quanto nella vita altro non fanno che tessere e intrecciare i fili dei sentimenti e delle relazioni nell'ordito dell'esistenza.
Trame non solo fisiche. Mani e cuore operosi si ingegnano nel costruire reti di affetti e speranze che possano proteggere gli animi dagli urti violenti e inaspettati della vita. E lo fanno amando.
(4)
Le donne tr..amano, tra i silenzi, le delusioni, contro ogni speranza, e a volte anche contro ogni ragionevolezza rimanendo invischiate nelle sabbie mobili di relazioni malate e distruttive.Le donne tramano sapientemente. Non trame meccanicistiche e continue ma trame sapienti e lungimiranti. Cosi, pazientemente senza fretta, attimo dopo attimo. E lo fanno lasciando lo spazio di una finestra aperta. Un passaggio irregolare segnato da fili sospesi che apre il cuore a nuovi scenari, nuove emozioni.



E concludo riproponendo il primo discorso che mi ha fatto Tr-a-mare

Finestra che affaccia sul mare, orditi e trame luminose sospese nel vuoto in attesa di essere ulteriormente tessute, un panorama su un mare solo apparentemente buio ... 
Queste le componenti di Tr-a-amare , in un gioco tra essenze e privazioni di esse, tra bianco e nero, tra luce e buio, tra morte e vita (a-mors), tra dentro e fuori, tra l'immensità del mare e lo spazio delimitato di un'isola sull'orizzonte, nella quale poter buttare un'ancora per fermarsi e trovare un attimo di riposo in quiete in un moto perpetuo e caotico.
La luna eclissata in realtà è piena più che mai, riflettendosi nel mare in una scia di luce che segna una strada inequivocabile, l'unica percorribile . Così è la nostra vita, un ricamo, una tessitura di contraddizioni, di contrari, di paradossi che nonostante ciò riesce ad essere un'opera d'arte.
Hayat Francesca Palumbo 










(1) http://www.27ruedefleurus.it/?p=2539&lang=it
(2) mcrifasulo@gmail.com
(3) http://www.matteosalusso.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/Immagine2.gif
(4) https://thumbs.dreamstime.com/z/mano-della-donna-che-tesse-una-moquette-india-18225214.jpg





martedì 29 novembre 2016

D come distacco. Il dono di lasciare andare e di lasciarsi andare




Un giorno chiesi alla mia Guida,  con un tono tra lo stupito e il provocatorio:
"Padre, come hai fatto a tenermi accanto a te per tutti questi anni? "
Lui mi sorrise, e indicandomi la porta spalancata disse :
"Così"

Io non capii.
Mi domandai che cosa c'entrasse la porta.
Lui notando un certo smarrimento nei miei pensieri, mi fece un sorriso pieno di amore e mi spiegò.
"Ho sempre lasciato la porta aperta. Ho sempre lasciato che tu fossi libera di andare via. Ma nello  stesso tempo, ho sempre cercato di darti le primizie, le cose migliori che non potevi trovare oltre la porta, per farti scegliere di rimanere".
Questa è la pienezza dell'amore.
La capacità di distaccarsi dal bene proprio per fare il bene dell'amato. Lasciare la porta aperta per condurci alla scelta di rimanere.
E in un' antonimia solo apparente capii così che il distacco è la base dell'unione.
Solo distaccandomi sono integro e libero di realizzare un unione perfetta con colui che amo.
Infatti, come mi ha insegnato la mia guida, l'unione perfetta non è tra due metà, ma tra due persone complete. E per essere prima una persona completa, devo essere distaccata, trovare il mio baricentro, la mia completezza.
Solo così potrò dare le cose migliori, le primizie.
Ed echeggiano oggi, come profezia compiuta, le parole di Gibran

" Sarà forse il tempo della separazione il tempo dell'unione?"

Oggi è per me così.
Tu mi hai lasciato la porta aperta per 30 anni, ed io ti sono rimasta vicino, perché mi hai dato cose che da nessuna parte avrei trovato.
Ma la vita poi ti porta a dare ciò che hai ricevuto.
E quando è toccato a me lasciare la porta aperta,
non sono stata così brava come mi hai insegnato.
Per settimane non ho voluto lasciarti andare, dicendomi che qui saresti stato meglio, in mezzo a tanti che ti hanno sempre amato, seguito e sono la tua famiglia.
Mi sono piazzata davanti a quell'uscio, a guisa di guardia  che non lascia passare nessuno, come un cerbero che cerca di controllare i potenziali minimi movimenti. Ma mi sono dovuta arrendere. Ci siamo tutti dovuti arrendere.
Abbiamo lasciato la porta aperta, con un flebile residuo di speranza che tu rimanessi.
Ma il tuo bene non era questo. E ci siamo convinti a lasciarti andare, e a lasciarci andare, come il salice. Come il salice che si piega sotto il peso della neve, i nostri cuori si sono piegati sotto il peso del dolore.
Con tanta difficoltà, ci siamo impegnati a lasciare scorrere il fiume di grazia, fiume che non può essere arginato, fiume per il quale nessuna diga può essere predisposta.
E, paradossalmente, proprio adesso che ti abbiamo  lasciato andare, ti viviamo più vicino, lasciandoci inondare da tutto ciò che ci hai dato, senza dighe né argini