giovedì 30 marzo 2017

R come respiro . Dall'angoscia alla luce








Quando ero una giovane studentella al Liceo Francese, rimasi molto colpita nello studio di Spleen, la celeberrima poesia di Beaudelaire. (1)
Per me un vero e proprio capolavoro. Un viaggio sapiente nei meandri più infossati del lato oscuro dell'uomo.
Quante volte l'uomo si sente così. Un senso di claustrofobia, di angoscia, di impotenza completa. Ed ogni nostra speranza sbatte contro i muri così come un pipistrello.
E i giorni passano. I momenti si caricano di un vortice di emotività che cresce esponenzialmente sfuggendo sempre più ad ogni controllo della ragionevolezza umana e dell'aderenza alla realtà. E questo è il nostro tempo. Tempo dell'angoscia, tempo degli attacchi di panico e di ansia sempre più diffusi trasversalmente in ogni età e ceto sociale.
Spesso mi sono chiesta il motivo di questa vera e propria epidemia di malessere psicologico. Certo i motivi possono essere tanti e spesso sono banali e superficiali. Crisi di valori, crisi sociali, problemi familiari. Tutti leitmotiv che siamo abituati a sentire. Ma forse, oltre che puntare sempre il dito contro le congiunture sfavorevoli occorre forse farsi un esame di coscienza e prenderci le nostre responsabilità. In un tempo in cui tutto è dovuto, tutto è gridato e tutti hanno diritti su tutti, riprendere le fila di noi stessi e prendere consapevolezza del nostro onere, è un atto rivoluzionario, contro corrente. Prendere coscienza che forse le nostre ansie e depressioni potrebbero essere frutto del nostro orgoglio e della nostra volontà di tenere tutto sotto controllo è già un passo verso un miglioramento. Avere l'umiltà di riconoscerci nella famosa "rana bollita" e chiedere aiuto a qualcuno di esterno chiedendogli magari di abbassare la fiamma del fornello, potrebbe essere la chiave per uscire dalla cella di Beaudelaire (1). Infatti proprio di questo si tratta: della nostra volontà. Spesso, purtroppo, per motivi di comodo e per strani meccanismi mentali, siamo portati ad avere volontà distruttive verso noi stessi e verso gli altri piuttosto che scegliere atteggiamenti costruttivi, positivi. E allora ci rendiamo conto che la scelta è continua, la scelta è qui ed adesso. Ci rendiamo conto che se vogliamo essere veramente felici, siamo chiamati a scegliere il bene costantemente, ogni attimo. Forse l'importanza della nostra scelta è maggiore di quanto possiamo pensare, persino maggiore degli eventi esterni a noi.
Dobbiamo tessere istante dopo istante la nostra serenità in un arazzo che ci impegnerà per tutto il resto della vita. Così riusciremo a partorire il nostro vero essere, ma dobbiamo trovare la forza di emettere un respiro, un nostro "si", una nostra scelta verso la luce. Basta un piccolo varco, una piccola breccia per poter entrare in nuove dimensioni e innescare circoli virtuosi. A corollario di queste considerazioni, questo stato d'animo trova in me piena rappresentazione visiva nella tela di Maria Cristina Fasulo, di cui ripropongo a proposito alcune righe ritrovate in questi giorni.
Auguro a tutti coloro che leggeranno, di riuscire a emettere questo respiro di luce, di consapevolezza e speranza, un gesto infinitamente piccolo dagli esiti infinitamente grandi. Un passaggio dalle tenebre alla luce, dagli abissi ad altezze vertiginose.


Maria Cristina Fasulo 
 Che cos'è un respiro se non un istante vitale? Il primo e l'ultimo dei nostri respiri delimitano i confini del nostro Essere e dentro questi due confini si gioca tutta la nostra vita. La luce irrompe nel respiro fissandone l'effetto: un'apertura verso le profondità. In un gioco sapientemente bilanciato di alternanze cromatiche, irrompe questo Respiro di luce che dal cielo apre un varco verso il buio e la profondità di chi osserva. Varco discreto, consapevole, delicato. Il respiro di luce rappresenta un respiro unico nei respiri contati della nostra vita. Rappresenta  l'attimo presente, l'adesso che deve essere vissuto, il " qui , adesso e ora"  da godere che porta pace, riposo e serenità. 
Il Respiro di luce evoca nell'osservatore una sensazione di riposo, distensione. Siamo davanti a un attimo di eternità , in un'antitesi solo apparente, in cui ogni istante recupera il proprio valore unico. 
Non a caso in arabo, la radice della parola respiro  è la stessa di tutti i verbi che hanno a che vedere con il campo lessicale del riposo,  del sollievo, della distensione, del rilassamento. E non solo. Respiro  ha la stessa radice della parola calma, pausa, tregua.  
Questa tela incarna proprio ciò: un momento di tregua dove riprendere consapevolezza dell'importanza dell'attimo presente, in questi tempi in cui il vorticoso susseguirsi di attimi  , riempiti da continue incombenze e richieste sociali,  ne svuota l'importanza . Hayat Francesca Palumbo 



(1) http://www.letteratour.it/analisi/A02_baudelaire_spleen.asp

giovedì 9 febbraio 2017

T come tenerezza... ovvero l' universo maschile celato.



(1) 


La tenerezza è in questi tempi una dimensione assai rara. In questa società sempre più sclerotizzata e granitica nella manifestazione dei propri sentimenti, la tenerezza è sempre più lontana, dimenticata. Nonostante la sua forza dirompente che vorrebbe zampillare persino dai cuori più induriti, un mistificato senso di rispetto umano riesce a soffocarla con la maschera della vergogna.
L' uomo così pensando di seguire la sua natura maschile, non fa altro che soffocarla.  L'universo maschile ha una potenzialità di tenerezza latente capace di compiere veri e propri miracoli. Forse perfino più delle donne. Un universo celato.
L' Uomo anela alla tenerezza. Ne ha bisogno più dell'aria. Ha bisogno di respirare questa manifestazione discreta di amore. Perché la tenerezza questo è.
E' la forma di amore rispettosa della fragilità e dei limiti.
E' contemplazione dell'amato in una sorta di timore reverenziale.
E' cura per ogni minimo particolare.
E' la capacità di scorgere, tra  le profondità abissali dei cuori, le minime necessità e soddisfarle con grande equilibrio e riservatezza. La tenerezza è silenziosa. La tenerezza non si presta a clamore e sbraitamenti. La tenerezza è riposo della mente. 
L'incisione di Maria Rosanna Cafolla questo mi dice.
Ognuno di noi è come un bimbo che anela a liberarsi da tutte le pesantezze, le sovrastrutture, le impalcature che vengono imposte.
Non ce ne rendiamo conto, ma siamo continuamente sottoposti a violenze e coercizioni che ci allontanano dalla nostra innocenza e semplicità primordiali. Come può il nostro cuore, in queste condizioni, non anelare  al ristoro, alla semplicità e all'abbandono confidente?
L'unica strada possibile da percorrere è quella della tenerezza. Come quel bimbo che si lascia andare e riposa tra braccia che possono rievocare quelle di un padre.
Ricordiamo che la parola pater deriva da una forma indoeuropea e la sua  radice verbale ha il significato di "proteggere". Insomma, padre è colui che protegge. E la protezione è la forma più alta della tenerezza. 
Il bimbo riposa. Tra due braccia. Uno che lo sostiene, facendogli poggiare il capo. Una sorta di fondamento, di radice, di basamento per quella meravigliosa opera d'arte che è l'Uomo. L'altra mano protegge, vigila con soave fermezza prevenendo ferite ed offese. 
E la tenerezza del Padre si materializza nell'infiorescenza fievolmente luminosa, posta come un sacro sigillo di protezione e cura. 
Mi rivedo in quel bimbo, in quanto nella mia vita, ho avuto la grazia di sperimentare con mano la tenerezza maschile. In modo particolare, questa incisione mi rimanda ad un episodio molto importante della mia vita: la mia laurea.

Ho dedicato la mia tesi a tutti uomini. Uomini che si apprestavano a intraprendere il cammino della vita e, uomini che sono stati di fatto i miei "papà". Insomma, figure maschili che rappresentano per me  sia quel  bimbo sia le braccia .
I miei papà, grandissimi uomini. Dalla fortissima personalità, carismatici, caparbi, determinati, testardi, lottatori. Uomini ai quali sono e sarò grata per sempre. Perché sia fisicamente, sia spiritualmente, sia moralmente mi hanno supportato con un braccio per me radice e protetto con l'altro, per me rifugio e protezione. Uomini che hanno dato libero sfogo alla propria tenerezza riuscendo così a manifestare la potenza della loro vocazione maschile, cioè quella di essere Padri nell'originale accezione semantica  di "colui che protegge" . 

Auguro a tutti gli uomini di potersi riappropriare di questa loro dimensione vitale, soffocata e sottovalutata.  Auguro a tutti gli uomini di poter fare zampillare tutta la loro tenerezza, per le loro compagne, i loro figli, i loro cari.
Perché prima che la bellezza riesca a salvare il mondo, è necessario che la tenerezza salvi i nostri cuori.

(1) questa splendida incisione è un'opera dell'artista  Maria Rosanna Cafolla. Si tratta di un "Pro Fortuna", incisione di nicchia a numero limitato che si usa in occasioni e ricorrenze speciali, spesso su committenza con il logo PF . 
m.rosannacafolla@hotmail.com

giovedì 2 febbraio 2017

Donne che tr-amano










Inaugurata la mostra A come Donna (1). Mostra rigorosamente al femminile. Quattro artiste, quattro stili diversi. Quattro tipologie di opere solo apparentemente lontane e diverse tra loro ma unite da un filo emozionale ininterrotto in un crescendo di colori e di passione.
Tra le opere della mostra ne ritrovo una, Tr-a-mare, sulla quale avevo già scritto due righe di presentazione per l' Esposizione al Primo Concorso Ex-libris all' Abbazia di San Nilo. 
Tr-a-mare è un'incisione con la tecnica puntasecca su PVC di Maria Cristina Fasulo.(2)


Come ogni opera d'arte, Tr-a-mare parla. E ogni volta che si ascolta, come con le persone, dice una cosa nuova, riprende discorsi, completa ragionamenti, dialoga con la mente e il cuore innescando un processo quasi Socratico che permette di far partorire alla mente pensieri positivi.
Il viaggio comincia dalla parola. Tramare. Tr-amare. Tr-a-mare. Tre modi intrinsecamente legati di vivere questa parola che danno nuove chiavi per leggere il cuore delle donne.
Da sempre la Donna tesse e trama. Dalla notte dei tempi. E mi pare di vederle queste mani. Mani operose di ogni tempo e nazionalità. Mani alacri che domano la materia trasformandola in oggetto di bellezza e benessere dei propri cari. E dietro ogni coperta, ogni telo, ogni vestito, ogni tappeto, si abbellisce la casa e si riscaldano gli animi.
(3) 
Le donne sono tessitrici insitamente, nel più profondo della loro intimità, accogliendo la prima tessitura della vita nella loro loro grembo. Questa loro capacità va ben oltre la dimensione fisica e terrena, in quanto nella vita altro non fanno che tessere e intrecciare i fili dei sentimenti e delle relazioni nell'ordito dell'esistenza.
Trame non solo fisiche. Mani e cuore operosi si ingegnano nel costruire reti di affetti e speranze che possano proteggere gli animi dagli urti violenti e inaspettati della vita. E lo fanno amando.
(4)
Le donne tr..amano, tra i silenzi, le delusioni, contro ogni speranza, e a volte anche contro ogni ragionevolezza rimanendo invischiate nelle sabbie mobili di relazioni malate e distruttive.Le donne tramano sapientemente. Non trame meccanicistiche e continue ma trame sapienti e lungimiranti. Cosi, pazientemente senza fretta, attimo dopo attimo. E lo fanno lasciando lo spazio di una finestra aperta. Un passaggio irregolare segnato da fili sospesi che apre il cuore a nuovi scenari, nuove emozioni.



E concludo riproponendo il primo discorso che mi ha fatto Tr-a-mare

Finestra che affaccia sul mare, orditi e trame luminose sospese nel vuoto in attesa di essere ulteriormente tessute, un panorama su un mare solo apparentemente buio ... 
Queste le componenti di Tr-a-amare , in un gioco tra essenze e privazioni di esse, tra bianco e nero, tra luce e buio, tra morte e vita (a-mors), tra dentro e fuori, tra l'immensità del mare e lo spazio delimitato di un'isola sull'orizzonte, nella quale poter buttare un'ancora per fermarsi e trovare un attimo di riposo in quiete in un moto perpetuo e caotico.
La luna eclissata in realtà è piena più che mai, riflettendosi nel mare in una scia di luce che segna una strada inequivocabile, l'unica percorribile . Così è la nostra vita, un ricamo, una tessitura di contraddizioni, di contrari, di paradossi che nonostante ciò riesce ad essere un'opera d'arte.
Hayat Francesca Palumbo 










(1) http://www.27ruedefleurus.it/?p=2539&lang=it
(2) mcrifasulo@gmail.com
(3) http://www.matteosalusso.it/wordpress/wp-content/uploads/2011/02/Immagine2.gif
(4) https://thumbs.dreamstime.com/z/mano-della-donna-che-tesse-una-moquette-india-18225214.jpg





martedì 29 novembre 2016

D come distacco. Il dono di lasciare andare e di lasciarsi andare




Un giorno chiesi alla mia Guida,  con un tono tra lo stupito e il provocatorio:
"Padre, come hai fatto a tenermi accanto a te per tutti questi anni? "
Lui mi sorrise, e indicandomi la porta spalancata disse :
"Così"

Io non capii.
Mi domandai che cosa c'entrasse la porta.
Lui notando un certo smarrimento nei miei pensieri, mi fece un sorriso pieno di amore e mi spiegò.
"Ho sempre lasciato la porta aperta. Ho sempre lasciato che tu fossi libera di andare via. Ma nello  stesso tempo, ho sempre cercato di darti le primizie, le cose migliori che non potevi trovare oltre la porta, per farti scegliere di rimanere".
Questa è la pienezza dell'amore.
La capacità di distaccarsi dal bene proprio per fare il bene dell'amato. Lasciare la porta aperta per condurci alla scelta di rimanere.
E in un' antonimia solo apparente capii così che il distacco è la base dell'unione.
Solo distaccandomi sono integro e libero di realizzare un unione perfetta con colui che amo.
Infatti, come mi ha insegnato la mia guida, l'unione perfetta non è tra due metà, ma tra due persone complete. E per essere prima una persona completa, devo essere distaccata, trovare il mio baricentro, la mia completezza.
Solo così potrò dare le cose migliori, le primizie.
Ed echeggiano oggi, come profezia compiuta, le parole di Gibran

" Sarà forse il tempo della separazione il tempo dell'unione?"

Oggi è per me così.
Tu mi hai lasciato la porta aperta per 30 anni, ed io ti sono rimasta vicino, perché mi hai dato cose che da nessuna parte avrei trovato.
Ma la vita poi ti porta a dare ciò che hai ricevuto.
E quando è toccato a me lasciare la porta aperta,
non sono stata così brava come mi hai insegnato.
Per settimane non ho voluto lasciarti andare, dicendomi che qui saresti stato meglio, in mezzo a tanti che ti hanno sempre amato, seguito e sono la tua famiglia.
Mi sono piazzata davanti a quell'uscio, a guisa di guardia  che non lascia passare nessuno, come un cerbero che cerca di controllare i potenziali minimi movimenti. Ma mi sono dovuta arrendere. Ci siamo tutti dovuti arrendere.
Abbiamo lasciato la porta aperta, con un flebile residuo di speranza che tu rimanessi.
Ma il tuo bene non era questo. E ci siamo convinti a lasciarti andare, e a lasciarci andare, come il salice. Come il salice che si piega sotto il peso della neve, i nostri cuori si sono piegati sotto il peso del dolore.
Con tanta difficoltà, ci siamo impegnati a lasciare scorrere il fiume di grazia, fiume che non può essere arginato, fiume per il quale nessuna diga può essere predisposta.
E, paradossalmente, proprio adesso che ti abbiamo  lasciato andare, ti viviamo più vicino, lasciandoci inondare da tutto ciò che ci hai dato, senza dighe né argini



venerdì 25 novembre 2016

D come donna. Piccole riflessioni last minute sulla giornata contro la violenza sulle donne



Dedicato a tutte le Donne. Con l'augurio di riuscire a recidere la testa del loro Oloferne. Con un colpo solo e netto senza tentennamenti.  

25 Novembre. Non c'è uno spazio che non parli della giornata internazionale della violenza contro le donne. Social subissati da scarpette rosse, donne tumefatte, immagini forti. Ben venga se ciò porta a riflettere. Il problema è che spesso la riflessione su queste problematiche, finisce il 26 novembre ed è una riflessione per lo più emotiva e superficiale, che si ferma al cliché della donna picchiata a casa dal marito o sfigurata dall'ex- fidanzato. Ma questa, purtroppo, è solo la punta dell'iceberg. 
Quando inizia la violenza nella vita di una donna? Fin dal grembo materno. 
Vi sono regioni nel mondo nelle quali persiste l'usanza di aborti selettivi e infanticidi. Rimasi  molto colpita nell'apprendere nel corso dei miei studi, che diverse tribù nell'epoca pre-islamica avevano l'usanza di seppellire vive le bambine nate. Maometto condannò questa pratica, migliorando in questo modo la condizione delle donne. Riconosciamolo. 
Il numero di aborti selettivi e infanticidi nel nostro evoluto 21 esimo secolo è preoccupante.

"Con un figlio hai una discendenza, con dieci figlie non hai nulla”, dice un antico proverbio confuciano; ogni anno, ad 1 milione e mezzo di bambine è negata la vita ancora prima della nascita, dicono le statistiche più recenti. Tra aborti selettivi e infanticidi femminili è come se all’appello mancasse la popolazione di una città grande come Nairobi, ha calcolato l'ultimo Dossier in difesa redatto da Terres Des Hommes e pubblicato in occasione della Giornata Mondiale delle Bambine. Per lo più succede in Cina (57%) e in India (30%) dove, secondo le Nazioni Unite, sono 117 milioni le donne mancanti, poco meno del totale della popolazione rosa. Ma la cronaca riporta numeri preoccupanti anche in Vietnam, Pakistan e Corea del Sud; Azerbaijan, Georgia, Armenia e perfino in Montenegro e Albania (1) 


Il premio Nobel Amartya Sen che ha indagato e studiato il fenomeno, addirittura parla di "Strage di Eva" ed ha studiato il fenomeno nel suo saggio "Lost girl". (2)

Il problema è che questo trend non riguarda solo zone rurali di estrema ignoranza, ma sta approdando anche in Europa, iniziando dall'Inghilterra in cui l'aborto per motivi di genere è consentito. 
Insomma, se una donna riesce a scampare all'aborto selettivo rischia altre forme di violenze estreme, sul suo corpo, sulla sua femminilità con la piaga dell'infibulazione. 
Violenza estrema, questa pratica ancora in uso, per preservare  la "purezza", in una sorta di vera e propria castrazione. L'uso dell'infibulazione è qualche cosa di indefinibile. Una violenza fisica e psicologica sulla donna inimmaginabile, che provoca conseguenze pesanti sulla sua salute, fisica e mentale e sulla sua maternità. Sono molte le donne attiviste in questo senso che denunciano il fenomeno, tra cui Aayan Hirsi, Somala, che ha subito all'età di 5 anni questa violenza ed è scappata da un matrimonio combinato. Ha inoltre collaborato con Theo Van Gogh, assassinato da un estremista islamico per il suo cortometraggio "Submission". Da allora Aayan Hirsi.vive sotto scorta in quanto proprio sul cadavere di Theo Van Gogh è stata ritrovata una condanna a morte per lei.
Un'importante spunto di riflessione di Aayan Hirsi è quello dell'inerzia dell'occidente per quanto riguarda questa problematica e l'appello lanciato alle femministe occidentali. Insomma, se vogliamo combattere la violenza sulle donne, bisogna farlo per tutte le donne, per tutte le violenze a cui sono sottoposte, vicine e lontane. 




Se una donna riesce in certi paesi a scampare e a sopravvivere ad aborto selettivo, infanticidio ed infibulazione, non può ancora tirare un sospiro di sollievo, in quanto la violenza dei matrimoni combinati è dietro l'angolo. 

Violenza su donne, su bambine. La peggiore forma che possa esserci. (5). In uso in molti paesi. Tra cui la "laicissima" Turchia che ha un piede in Europa.





E in questo senso Amnesty International ha lanciato una campagna efficace  contro questo fenomeno. La chiave di lettura interessante è quella di calare questa realtà in contesto occidentale, per cercare di sensibilizzare il nostro Paese. Purtroppo situazioni lontane da noi non ci coinvolgono più di tanto. Una specie di flash mob in piazza del Pantheon ha simulato un matrimonio combinato. Ci si indigna se succede (per finta ) a Roma,  ma se succede lontano da noi, nulla si dice. Occhio non vede, cuore non duole. 

Campagna azzeccatissima ed incisiva. 


Insomma, il nostro pianeta è un posto molto pericoloso per tutte le donne, per svariati motivi, tra i quali quelli suddetti (5) 


A questo punto potremmo chiederci: perché tutto questo accanimento? I motivi sono innumerevoli come per esempio una forte insicurezza maschile, che porta a schiavizzare le donne riducendole a merce, o anche un pizzico di invidia per le loro potenzialità. 
Le violenze più subdole sono infatti quelle sommerse, quelle psicologiche che in certi casi minano a distruggere l'autostima della donna con la goccia cinese dello bistrattamento, delegittimazione e scoraggiamento. Quante donne subiscono questa violenza nel quotidiano! 
La vera Donna fa paura. Perché è forte. Perché combatte con una tenacia e fedeltà inaudita per quello in cui crede. La ricorrenza del 25 Novembre nasce proprio per ricordare tre donne, tre sorelle, le sorelle Mirabal assassinate per il loro impegno politico. Il 25 Novembre 1960 Patria, Minerva e Maria Teresa Mirabal, attivamente coinvolte contro la dittatura di Trujillo a Santo Domingo , vennero catturate da agenti segreti del servizio militare mentre si recarono a fare visita ai loro mariti in prigione. .Furono torturate, chiuse nell’ abitacolo della macchina nella quale viaggiavano e spinte in un precipizio, simulando un incidente stradale. Ma il coinvolgimento di questo triplice omicidio risvegliò le coscienze e da lì ad un anno la dittatura di Trujillo cadde.
Furono soprannominate le "Las tres mariposas" ("le tre farfalle") e in loro ricordo venne istituita dall'ONU la giornata contro la violenza sulle donne.








E concludo questa carrellata ricordando una donna per me speciale, che ho amato fin dalle scuole superiori, quando lessi la storia della sua vita: Artemisia Gentileschi. 
La prima donna che denunciò il suo stupratore e andò incontro a un processo. Processo nel quale da vittima diventò imputata, con l'accusa di esser donna di facili costumi, come accade anche nei giorni nostri, e subì l'umiliazione di una visita ginecologica per determinare quando fosse stata "deflorata" e subì la tortura durante la sua deposizione. Fu' infatti sottoposta alla tortura della sibilla, perché considerata poco credibile. Tortura che rischiò di impedirle di dipingere, in quanto provocava lesione alle dita. Una violenza che avrebbe privato l'umanità di una grande artista. Ma lei si prese la sua rivincita. Agostino Tassi si fece un periodo (breve) di carcere e lei nel corso dei secoli, divenne immortale nei suoi dipinti che trasudano di tutta la sua passione e la sua determinazione. Ci basti pensare alla tela di Giuditta ed Oloferne diventata quest'anno simbolo a Firenze della Giornata internazionale della violenza sulle donne. 



Alla fine di questo escursus, non ho niente contro la giornata di oggi. Solo che non vorrei si trasformasse nel solito circo mediatico. La violenza sulle donne è una problematica complessa, varia. universale. Bisogna avere uno sguardo globale. Bisogna avere la coerenza di indignarci per ogni tipo ed ogni forma di violenza che tocca le donne, in ogni parte del mondo. 
Bisogna prendere consapevolezza che per estirpare questo fenomeno culturale bisogna agire sull'educazione. Bisogna nel nostro piccolo, avere il coraggio di tagliare la testa al nostro Oloferne, piccolo o grande che sia, avere il coraggio di dire no, dalle piccole alla grandi violenze. Questo quello che auguro a tutte le donne oggi. Perché il cambiamento inizia da noi. 
Hayat Francesca Palumbo 





domenica 20 novembre 2016

R come resilienza...ovvero l'arte della cedevolezza







Dedicato a Michele... che per decenni ha cercato di insegnarmi la via della cedevolezza. Solo adesso ne intravedo il valore. Meglio tardi che mai. 



La parola resilienza è una parola sacra.  E' una chiave verso la pace interiore. 

La resilienza da dizionario è la "capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi".  In psicologia è la "capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà". 
La resistenza invece è l' "azione tendente a impedire l'efficacia di un'azione contraria" . 
Resistenza e resilienza sono diverse, ma legate tra esse, in una relazione solo apparentemente antitetica. 
Il resiliente infatti, con lo scopo a lungo termine di impedire un' azione e i suoi effetti, li subisce, ma solo temporaneamente, assorbendoli, perché ha capito che contrastandoli con un'azione contraria come farebbe un resistente, rischia di spezzarsi. 
La nostra  mente e il nostro cuore mentre affrontano un avvenimento traumatico o uno  stress, sono alla continua ricerca di una nuova omeostasi, un nuovo equilibrio che dia un minimo di pace.
E qui entrano in gioco due componenti a lungo termine dalla resilienza: la pazienza e la  cedevolezza.
In un ipotetico viaggio etimologico, possiamo immaginare la resilienza come la fusione della resistenza con la pazienza, che ricordiamo deriva dal verbo latino patior che significa “subire, sopportare”, da cui “soffrire”.

Dopo l'impatto con l'urto nella fase di adattamento e rielaborazione, la resistenza deve lasciare il posto alla pazienza, alla capacità di soffrire e alla cedevolezza.

Una leggenda narra che un uomo, durante una forte nevicata, notò i rami di molti alberi grandi e forti di ciliegio che si erano spezzati sotto il peso della neve. Solo un albero aveva resistito. Era il salice. I suoi rami, flessibili e cedevoli si piegavano lasciando cadere la neve.
Davanti ad uno stesso evento, vediamo i diversi risultati del resistente ciliegio e del resiliente salice, che è riuscito a superare la nevicata con la cedevolezza dei suoi rami. 
Da qui nasce il termine JU DO  che deriva proprio da 
 柔 jū, yawara gentilezza, adattabilità, cedevolezza, morbidezza e 道 dō, michi  via
Ovvero la via della cedevolezza. 

Ma non dobbiamo pensare alla cedevolezza come ad una mancanza di forza, una passività. Cedevolezza e resilienza implicano una forte capacità strategica, implicano la capacità di riuscire a mettersi d'accordo con i propri nemici, la capacità di addomesticare le proprie ombre e di riuscire a sfruttare la forza che l'avversario vorrebbe scagliare contro di te. 
La cedevolezza implica anche una grande dose di umiltà, di riuscire a chinarsi verso la terra e l'acqua, che ci danno vita. Cedevolezza è chinarsi, per rimanere sempre più vicini alle nostre radici.

Io sono 
Salice lungo il corso dell'acqua
Mi chino verso la fonte di vita 
Quando nevica 
sento il peso e il freddo della sofferenza. 
E mi chino ancor di più
verso la fonte della vita 
per avvicinarmi alle mie calde radici 
E mentre vedo il ciliegio che si spezza 
mi arrendo lievemente al freddo e al peso.
E' solo un attimo e la neve è già scivolata via. 
Solo un attimo.
Un attimo per l'eternità. 

Hayat Francesca Palumbo 






domenica 6 novembre 2016

P come Poppy - Papavero







Ho sempre amato i papaveri.
Mi ricordano tanti momenti di gioia discreta.
Ricordo ancora la meraviglia che da bimba suscitava in me la vista di grandi prati di fiori di campo, sopratutto ginestre e papaveri, quando andavo nelle campagne di Spello con i miei genitori.
Ricordo la piccola sorella  del deserto, Magdelaine, che voleva solo papaveri sulla sua tomba per ricordare la passione e la brevità della vita.
Una volta tornata a Roma, il mio rapporto con i papaveri è continuato per via musicale. Per circa un decennio i miei più cari amici mi hanno salutano con i versi della celeberrima canzone: "Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti, e tu sei piccolina ..."
E risentendo queste note mi riaffiorano gli affetti di queste amicizie, tra bonari scanzonamenti e la spensieratezza dei 20 anni.



Il mio cuore è traboccato di gioia al pensiero di una persona, per me speciale, che ritirando fuori i suoi ricordi d’infanzia in Libia, me l’ha canticchiata in arabo.
In un’interconnessione affettiva, il mio legame con i papaveri è aumentato.
E poi è arrivata Cristina, che nelle sue vulcaniche attività artistiche mi racconta di un suo nuovo progetto: Poppy tells. Il papavero racconta
E così, in una lunga chiacchierata un po' surreale di fine estate, siamo riuscite a declinare il papavero in tutte le sue espressioni.
Si fa presto a dire papavero. Il papavero sganciato dal solito cliché  riserva molte sorprese... Il papavero infatti può essere bianco, giallo, nero e blu (addirittura dall'Himalaya)















Il papavero ha ispirato anche degli architetti a Gerusalemme. Infatti, ci sono grandi papaveri nella Città Santa che si aprono solo se qualcuno sosta sotto di essi, per riparare i passanti dal caldo.
Il papavero protegge, vivacemente e sollecitamente ...






E arriva finalmente il giorno del papavero! E ci lasciamo portare dal suo racconto ....









Poppy tells 

Il papavero racconta

Il papavero mette in scena la sua storia, su un palcoscenico dinamico che permette di vivere anche lati nascosti e retroscena cangianti 

Il papavero colora il grigio delle storie con il colore della passione 

Il papavero abbraccia l’immensità in un balletto  che racchiude  l’universo

Il papavero unisce tutti gli aneliti con  un filo rosso,  scostante, ritorto, fluido …

Il papavero  ritorna al centro della danza della vita 


Così. la sua storia diventa le nostre storie … 


Hayat Francesca